Julio Velasco protagonista di Federico Buffa Talks su Sky e NOW

Federico Buffa Talks racconta come l'Argentina del XX secolo, in particolare quella della dittatura militare instauratasi nel 1976, abbia plasmato lo spirito e il modo di vedere la vita di Julio Velasco, uno degli allenatori più vincenti della storia dello sport italiano.
Federico Buffa Talks - Julio Velasco

Julio Velasco ha scritto pagine della storia della pallavolo italiana. Per ripercorrere la sua carriera, si racconta nella decima puntata di Federico Buffa Talks, la produzione originale firmata Sky Sport, con Federico Buffa e il direttore Federico Ferri, disponibile da venerdì 24 gennaio alle 19 e alle 22.30 su Sky Sport Uno e su Now, anche on-demand.

La lunga conversazione, a tratti assimilabile a una lezione di pedagogia dello sport, affronta in due episodi la metodologia e l'approccio vincente che l'Argentino ha portato nella pallavolo azzurra, dal suo arrivo a Jesi ad oggi: la "scuola Velasco".
Prima di entrare nel vivo della carriera e della filosofia del CT della Nazionale azzurra femminile di volley, vincitrice dell'oro olimpico a Parigi 2024, con Buffa e Ferri, un viaggio indietro nel tempo, alla scoperta delle origini di Velasco, per conoscere la sua vita prima dell'arrivo in Italia, alle origini del suo percorso da allenatore, quando viveva in Argentina.
È questo il proposito di Federico Buffa Talks Velasco - Anteprima: raccontare come un paese contraddittorio e straordinario come l'Argentina del XX secolo, in particolare quella della dittatura militare instauratasi nel 1976, abbia plasmato lo spirito e il modo di vedere la vita di uno degli allenatori più vincenti della storia dello sport italiano. 

«Io penso che varrebbe la pena di entrare nella sua Argentina. 
Doveva essere un posto sorprendente. Certo non è Buenos Aires, l'Argentina. Buenos Aires è una cosa a parte, come una Repubblica. L'Argentina è grande, però proprio per questo ha fascino. 
E in più è la terra più vicina all'Italia che esista. Veramente. Là hai la sensazione che sia l'Italia degli anni '60-'70, quando gli Italiani si aiutavano ancora tra di loro»
[Federico Buffa]

Velasco nasce sul Rio de La Plata nel 1952, il papà è un agronomo peruviano e la mamma, di origini anglosassoni, insegna inglese. Con i fratelli, Luis e Raul, cresce in un Paese che cambia volto molto velocemente e in modo radicale, fino al colpo di Stato orchestrato dal generale Jorge Videla. Proprio suo fratello Luis, è uno dei desaparecidos sequestrato e torturato dai militari per un mese e mezzo. Quando torna a casa non è più lo stesso, come del resto tutta la sua famiglia.

"Il dramma – sottolinea Federico Ferri – il terrore della dittatura, hanno toccato nella tua vita non solo tuo fratello e la tua famiglia, hai avuto molti esempi di amici e conoscenti".

«C'è stato di tutto e di più. Tutta quella repressione ha segnato la mia generazione. Noi non possiamo né dimenticare, né far finta che non ci abbia condizionato in modi diversi». 
[Julio Velasco]

Nel 1978, nel pieno del regime autoritario, si svolgono i Mondiali di calcio argentini, vinti in casa dalla Selección e passati alla storia come i Mondiali della vergogna. Dice Velasco:

"Tutto il Mondiale '78 mi ha lasciato molti insegnamenti. Io l'ho vissuto da tifoso e da allora dico: non confondiamo i governi con i popoli, perché quel Mondiale è stato dato all'Argentina e i militari se ne sono appropriati come si sono appropriati di tutto. Ma io che ero un tifoso, era il sogno di una vita avere un Mondiale in Argentina, di tutti quelli che amavamo il calcio. Perché non dovevamo averlo, poiché avevamo avuto un colpo di stato?". 

Nelle parole di Velasco non c'è mai solo sport, ma sempre qualcosa di più profondo, come un invito a guardare oltre, a comprendere cosa significa crescere e affrontare nuove sfide.

E dopo aver ripercorso le sue origini, nei due episodi a lui dedicati (Episodio 1 dal 31 gennaio e Episodio 2 dal 7 febbraio), è il suo metodo a parlare: una scuola di pensiero per il volley, ma anche una lezione universale, per lo sport e per la vita.

Per Federico Buffa, la peculiarità della cosiddetta scuola Velasco è evidente fin dal momento in cui varca la soglia di uno spogliatoio:

 "Ha un modo di entrare che credo abbia determinate caratteristiche. Quando è entrato nello spogliatoio dell'Italia, l'ultima, la Nazionale femminile, secondo me è Phil Jackson che entra nello spogliatoio dei Lakers dopo aver vinto sei titoli con i Chicago Bulls e i Lakers, e né Shaq né Kobe hanno mai vinto".

"Ma esiste un metodo Velasco?" chiede Federico Ferri, direttore di Sky Sport. Per l'allenatore argentino non si tratta di una vera scuola, ma più che altro di un percorso in continuo mutamento, un modo di agire che deriva da un bagaglio di conoscenze in continua evoluzione: 

"Imparo continuamente. Studio, leggo molto le interviste e i libri di altri allenatori, cerco di capire come funziona il cervello umano, come apprende, perché è da lì che nascono nuove metodologie per rendere ancora più efficace l'allenamento".
"Una grande squadra sa come mettere in luce un grande campione. Per quello non mi piace molto l'idea di squadra come orchestra sinfonica, perché nell'orchestra sinfonica quello che suona è il direttore d'orchestra, seppur attraverso i musicisti. Per me l'allenatore è piuttosto il leader di un gruppo jazz, dove l'individuo si fa anche notare, c'è l'improvvisazione e la gente applaude più uno che l'altro".

Guardando alla carriera di Velasco e ai successi raggiunti con squadre maschili e femminili, la conversazione si sofferma poi sull'analisi dell'esistenza di un differente approccio nell'allenare maschi e femmine.

Le parole di Velasco offrono sempre spunti di riflessione e sono fonte ispirazione per generazioni di sportivi e allenatori. La risposta non è scontata, come spiega l'allenatore: 

"Le donne sono diverse. Non cercano di dimostrare tutte le volte che sono meglio di un'altra, la prima cosa che sta loro a cuore è stare bene con sé stesse, a noi maschi non basta, dobbiamo sempre dimostrare, fare la gran giocata. Le donne sono straordinariamente disciplinate, precise, ordinate, lavoratrici, è facile allenarle da questo punto di vista, però hanno un brutto rapporto con l'errore, cosa che deriva da una cultura secolare. Se sbagliano si puniscono troppo e tendono a non rischiare, pur di non sbagliare di nuovo. Con loro bisogna paradossalmente incentivare l'errore, cosa che con i maschi non farei mai. Non ho mai detto ai maschi "sbagliate, non fa niente" perché sarebbe un disastro, ma con le donne bisogna dire "provate, non importa se sbagliate, non è possibile imparare senza sbagliare, se vogliamo essere creativi dobbiamo passare per l'errore". 

Al centro del secondo episodio di Federico Buffa Talks – Velasco, il racconto dell'epoca d'oro del volley azzurro maschile degli anni '90. In quegli anni, la squadra chiamata "Generazione di fenomeni", con Velasco in panchina, dominava la scena del volley mondiale, vincendo tra il 1989 e il 1996 tre Europei, due Mondiali e cinque World League. Da qui riparte il ricordo della carriera di uno degli allenatori più vincenti della storia dello sport azzurro, da quel decennio di incredibili successi, mai raggiunti prima dal movimento azzurro della pallavolo, per i quali la Nazionale di quegli anni, composta tra gli altri da Andrea Zorzi, Luca Cantagalli, Andrea Lucchetta, Paolo Tofoli, Lorenzo Bernardi, Andrea Gardini, Pasquale Gravina, Andrea Giani, Samuele Papi e Ferdinando De Giorgi, è stata premiata dalla FIVB come Squadra del secolo. Velasco ricorda così l'alchimia che legava i giocatori di quella squadra:

"I talenti o i fenomeni per me sono quei giocatori che hanno una facilità per fare le cose, ma che si allenano come quelli che non hanno quella facilità. E quel gruppo era così, un gruppo di ragazzi talentuosi, forti, che si sono allenati per molto tempo come se fossero quasi scarsi e hanno continuato ad allenarsi e a imparare cose nuove dopo aver vinto".

A quella Nazionale manca solo l'oro olimpico. Ai Giochi di Atlanta del 1996, gli azzurri, considerati da tutti i super favoriti per il gradino più alto del podio, perdono invece in finale contro i Paesi Bassi, una sconfitta che ancora oggi viene considerata una delle più grandi delusioni della storia della pallavolo italiana. Dice Federico Buffa:

"Io mi ricordoche Velasco disse: è l'unico argento che qui non si festeggia, l'argento del 1996 è stato trattato come una sconfitta storica".

Continua il CT azzurro: "Io credo che in Italia convenga perdere fino alla manifestazione più importante, perché se tu vinci prima, hai l'obbligo di continuare a vincere. È difficile vincere, è difficilissimo vincere molto, è impossibile vincere sempre. L'obbligo di vincere è un macigno terribile" sentenzia Velasco, che all'attuale CT della nazionale azzurra di volley maschile, Fefè De Giorgi, uno della Generazione di fenomeni, consiglia una singolare strategia per i prossimi Giochi di Los Angeles: "Perdi tutte le partite tranne la qualificazione per l'Olimpiade, così nessuno ti chiede niente".

Oltre a ricordare il suo percorso da allenatore in Italia, dall'arrivo a Jesi all'esperienza a Modena, fino alla panchina azzurra, in questo episodio Julio Velasco parla a lungo anche del suo impegno per sensibilizzare il mondo dello sport, e non solo, contro il razzismo.  Dice Federico Ferri:

"Circa un anno fa su questa poltrona era seduta Paola Egonu. Come hai risolto il suo problema con la Nazionale, ammesso che ce ne fosse uno?".

Spiega Velasco:

"Se c'erano dei problemi è lei che li ha risolti. Nessun giocatore è uguale a un altro, per le cose che ha vissuto, molte delle quali non sappiamo nemmeno. Spesso le reazioni non sono quelle che ci aspettiamo per questo motivo. Ai miei collaboratori ho detto: ci siamo posti il problema di che cosa vuol dire per una ragazza come Egonu, Sylla, Bonifacio, che sono figlie di immigrati africani in Italia? Pensiamo che sia uguale per Antropova? Anche lei è figlia di immigrati, però è bionda. Oppure a me, che vengo dall'Argentina. È diverso. Ricordo sempre una cosa: quando andavo a Modena a prendere il permesso di soggiorno, avevo 33 anni, a me davano del lei mentre a un signore accanto a me, di colore, che avrà avuto 60 anni, davano del tu. Già lì è diverso. Già lì non si sentono rispettati, non c'è bisogno di una cosa eclatante. Io a Paola ho detto: in tutto ciò che è razzismo, esplicito o implicito, io ti difenderò fino alla morte, per il resto sei come le altre".

I discorsi di Velasco sono sempre carichi di profondità e di passione, sia che parli di sport, di tecniche di allenamento o del sogno di una ragazza italiana, figlia di immigrati, che sogna la Nazionale. Non ci sono mai segnali di stanchezza nelle sue parole. Infatti, l'idea di smettere non lo sfiora nemmeno. Conferma Velasco:

"Io non voglio andare in pensione mi piace tanto questo lavoro, intanto è un privilegio straordinario lavorare con i giovani, e poi adesso lavorare con le donne, volevo allenarle perché è una cosa diversa, nuova. Come ha detto Clint Eastwood, 'non voglio lasciar entrare il vecchio', teniamolo fuori il più possibile".