Boris Becker, la storia dell'ex tennista tedesco su Sky Sport-Inside
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Boris Becker guarda la copertina italiana della sua prima autobiografia e cammina tra i corridoi di Sky. In lontananza lo segue Lilian, la donna che a settembre dello scorso anno è diventata sua moglie e che a dicembre lo renderà padre del loro primo figlio, colei che lo ha scelto nel momento più difficile della sua vita, non quando sollevava trofei o era l'idolo di tutti. Da martedì 30 settembre 2025 disponibile in Italia Inside. Vincere, perdere, ricominciare, il libro dove il più giovane campione di Wimbledon racconta i suoi 231 giorni in carcere a Londra. Una storia che l'ex tennista tedesco rivive in una intervista esclusiva a Sky Sport, in onda martedì 30 settembre 2025 alle 16 su Sky Sport Uno e NOW; alle 16.30 su Sky Sport Legend e NOW; alle 19, alle 21.30 e a mezzanotte su Sky Sport Tennis e NOW; alle 22.30 su Sky Sport 24. Mercoledì 1° ottobre alle 16.30 e alle 22 su Sky Sport Tennis e NOW. Disponibile anche che su Sky Sport Insider e on demand.
Boris Becker - Inside. Vincere, perdere, ricominciare
Martedì 30 settembre 2025
Alle 16 su Sky Sport Uno e NOW
Alle 19, alle 21.30 e a mezzanotte su Sky Sport Tennis e NOW
Disponibile su Sky Sport Insider e on demand
Di seguito l'intervista integrale curata da Eleonora Cottarelli, per gentile concessione di Sky:
Cominciamo da due giorni: 17 luglio 1985, il giorno in cui hai vinto il tuo primo Wimbledon, e 29 aprile 2022, il giorno della sentenza che ti ha portato in prigione. Come si sovrappongono queste due date?
Quando ho vinto Wimbledon è stato incredibile. Vittoria più bella della mia vita. Ma non avevo idea delle conseguenze. La ragione è che si trattava di un record: non è comune vincere quel torneo a 17 anni. Ero diventato lo sportivo più famoso del mondo ed ero praticamente un bambino. Mi hanno dato come soprannome "Wunderkid", il "Bambino prodigio". I bambini prodigio di solito non durano a lungo, e infatti quello che è successo è stato tutto frenetico: ho perso la mia privacy, ho cominciato questa sorta di corsa verso l'incontro successivo, la partnership successiva, conoscere questa o quest'altra persona. È stata una corsa fino alla fine della mia carriera, che è stata piuttosto buona. Ho avuto una crisi a 25 anni, quando mi sono stufato di questa sorta di gara contro il tempo. Sono andato in burnout, volevo prendere una pausa, ma non potevo: avevo sponsor da trattenere, tornei da giocare… E quindi ho deciso di continuare perché pensavo che fosse l'unico modo per tornare in pieno possesso della mia vita. Ed è andata così fino al 1999, quando avevo poco più di 31 anni. Ho preso una pausa, di due anni, per capire il mio secondo percorso, la mia seconda parte della carriera. Ma torniamo a quella connessione tra Wimbledon e la sentenza: penso che, se non fossi stato un "Wunderkind", non sarei andato in prigione, perché avrei preso un'altra strada.
Quando pensi a te stesso in prigione, dici: "Non sono più Boris Becker, ma solo un numero". Puoi dirci quale era il tuo numero, cosa significa per te e cosa significava per gli altri?
A2923EV. Questo era il mio numero. Non ti chiamano più per nome, ma con questo numero che ti identifica. Comincia da quando ti aprono la porta: hai un cartellino. Ovviamente nel tempo con i compagni di cella ci si chiama per nome, ma all'inizio no, solo il numero. Significa che perdi tutti i tuoi diritti. Perdi la tua vita. Non puoi scegliere più nulla: né quando ti svegli, né quando mangi, né cosa fai durante la giornata. È difficile da accettare, ma non hai scelta. Molti prigionieri si ribellano di questo e lo combattono, perché perdi i tuoi diritti di essere umano.
La cella, la prigione, le grida. Le prime righe del tuo libro hanno un grandissimo impatto. Parliamo della prima notte in prigione: come ti senti a ripensare a quei momenti?
Io penso alla mancanza di aiuto e al rumore. Ti mettono in un buco: la cella è un buco: 2 per 3 metri, non ci sono specchi, perché sono pericolosi, c'è un water senza la tavoletta, è tutto sporco. La prima notte era un venerdì: vuol dire che il giorno dopo è il weekend e i prigionieri non lavorano, stanno ancora di più nelle loro celle. Sono rimasto in cella per 22 ore. Mi hanno fatto uscire per le 11.30-12.15 per pranzo, poi di nuovo rinchiuso. Sono uscito per cena dalle 16.30 alle 17.15. Stop. Avevo molta paura, ero tra criminali molto pericolosi: c'erano assassini, stupratori, pedofili, le persone peggiori del mondo. Non sapevi con chi parlavi. La cosa peggiore era quando cominciava la notte, perché alcuni prigionieri odiavano stare in spazi così stretti: gridavano anche per farsi picchiare, non riuscivano a sostenere la solitudine e quindi avevano bisogno di gridare. Ma la prima notte queste cose non le sai, e pensi che stiano provando a suicidarsi. C'è un piccolo bottone che puoi premere e ti risponde un gruppo selezionato di prigionieri chiamati "The listeners", cioè "quelli che ascoltano". Sono persone che hanno contatto con le guardie, sono rispettati, vivono lì da tempo: le guardie si fidano e possono venire quindi a parlarti e a spiegarti cosa succede. Premo il bottone, loro arrivano e dico: "C'è qualcuno che mi vuole uccidere" e loro: "Rilassati Boris, ti abituerai". Ti abituerai a queste urla, passeranno parecchie notti, ma alla fine ti abituerai perché ad un certo punto sarai troppo stanco e ti addormenterai.
Ma queste urla di notte sono semplicemente spaventose.
Ci sono delle notti in cui le senti ancora, quelle urla?
Io ho la pelle dura. So affrontare le difficoltà, si vedeva anche nel tennis: ero bravo nei tie-break, ero bravo quando andavo sotto. Questa mentalità è stata fondamentale per sopravvivere anche in prigione, mi ha aiutato. Non mi spavento facilmente. Certo, avevo paura, ma cercavo la strada per affrontarla. Respiravo lentamente per contrastare l'ansia o la claustrofobia. Ma come uomo (o come giocatore di tennis) sono sempre riuscito a risolvere velocemente queste difficoltà.
Hai mai pensato di non riuscire a sopravvivere in prigione?
No, non mi è mai passato per la testa. Ho una famiglia, dei bambini, una moglie, una madre e una sorella: non potevo accettare questa idea. È difficile, sei frustrato, ci sono notti in cui piangi: è chiaro. Ma quando mi svegliavo, mi sciacquavo la faccia e dicevo: devo sopravvivere, non so come ma ce la farò. Attitudine stoica: non posso controllare quello che mi sta intorno, ma la mia testa sì e sono abbastanza bravo in questo.
Le tue relazioni in prigione: hai parlato degli amici e delle persone che hanno partecipato a questo momento. Come puoi descrivere queste relazioni?
Ho realizzato subito che senza i "Listeners" difficilmente si sopravvive in prigione. I prigionieri possono uccidere altri prigionieri. Vi do un numero: nel carcere in cui ero io c'erano duemila prigionieri e settanta guardie. Chi controlla i prigionieri? Di certo non i guardiani. Devi capire subito chi sono le persone forti e devi fare in modo che abbiano bisogno di te. Ho trovato subito una sorta di linguaggio, un motivo per cui avessero bisogno di stare con me. È una delle tante regole del carcere. Con alcuni di loro sono anche diventato un amico, ci sentiamo ancora: vuoi condividere con queste persone il tuo tempo, diventi quasi un corpo unico. Io sono bravo a giocare a scacchi: ho trovato un gruppo che ci giocava tutto il giorno nei weekend. Ogni partita portava via almeno 2 ore di tempo e quindi ho trovato il modo di giocare con loro. Ti rendi conto che tutti sono uguali: nessuno è meglio o peggio.
E sei diventato anche un insegnante
Ho avuto la fortuna di aver conosciuto il poliziotto che teneva sotto controllo la palestra: teneva anche dei corsi di filosofia stoica. Lo stoicismo non è una religione, ma una filosofia appunto: ti spiega come controllarti, come imparare dai tuoi errori. Era uno dei pochi che sapeva chi fossi e mi aveva chiesto di aiutarlo con la palestra, perché probabilmente sapevo meglio cosa fare e mi ha detto che avrei dovuto però seguire le sue lezioni di stoicismo. Perché mi sarebbero servite e avrei potuto anche spiegarle ad altri. È stato molto utile per calmare l'aggressività, la rabbia, l'ansia. Ti fa vedere una piccola luce alla fine del tunnel.
Eri arrabbiato con qualcuno?
Con il mondo, come prima cosa. Pensi che non sia colpa tua, ma di tutti gli altri. Almeno per le prime due settimane. Ma poi capisci che devi prenderti la responsabilità dei tuoi errori, che non puoi cambiare il tuo passato: certamente ho avuto dei cattivi consiglieri, persone che non mi volevano bene, ma è stata una mia scelta farli entrare nella mia vita. Durante la mia carriera da giocatore di tennis, avevo una vita agiata: avevo soldi, già dei figli, ero forte. Ero entrato in una comfort zone e a causa di questo ho commesso degli errori. Una volta che ho capito questo, ho fatto pace con me stesso.
Le relazioni fuori dalla prigione: Djokovic, per esempio. Quanto ha significato per te sapere che parlasse di te, parlasse con la tua famiglia, ti facesse capire che fosse con te in questo momento così difficile?
Non potrò mai ringraziarlo abbastanza. Quello che ha fatto per me è stato un gesto di enorme rispetto per la nostra l'amicizia. A luglio del 2022 lui si presentava a Wimbledon da campione in carica e durante la sua conferenza stampa di inizio torneo ha mandato un messaggio in cui diceva che mi voleva bene, che sperava che sarei riuscito a superare quel momento così complicato e che ci sarebbe stato sempre per me. Il suo manager all'epoca era Edoardo Artaldi. Ha chiamato mia moglie dicendole: "Novak vuole che tu venga a Wimbledon e puoi portare anche un ospite, quindi uno tra i miei ragazzi (i miei figli, Noah ed Elias)". Lilian ha accettato l'invito per assistere al suo primo turno, ringraziandolo per il gesto molto carino. Loro sono andati in tribuna ed Edoardo le ha detto: "Sai come funziona nel tennis: se Novak vince, devi venire ogni volta". Noi tennisti siamo così… siamo superstiziosi! Novak ha vinto al primo turno e poi al secondo, al terzo… fino alla finale, con Lilian, Noah o Elias presenti per ogni partita. Mi sono emozionato molto. Prima di tutto per il bellissimo gesto di Novak nel volere lì la mia famiglia. E poi perché io sono stato parte di Wimbledon per 35 anni: come tennista, come allenatore, come commentatore, come membro del club. E ora mia moglie era lì. Con i miei figli, a guardare il mio giocatore preferito. E io ho pensato "C***o!". Mi ha colpito vedere quelle immagini dalla prigione. Mi sono detto: "Voglio tornare lì, perché io appartengo a quel mondo. Mi manca. È lì che voglio tornare". Ho tifato per Novak: lui ha giocato una finale complicata con Kyrgios ed è in quel momento che i miei compagni di prigione hanno iniziato a capire quanto Novak fosse importante per me. Durante la finale, quella domenica, non potevamo parlare da una cella all'altra ma ad ogni set vinto si sentiva il rumore sulle sbarre. Quando Novak ha vinto, c'è stato il boato più forte che io abbia mai sentito in prigione.
Nel tuo libro hai parlato anche di tua moglie Lilian, dicendo che ha salvato la tua vita. Ora è qui, non è sola, puoi ringraziarla anche qui, davanti a noi? È particolare riuscire a portare avanti una relazione che cresce in un momento così complicato.
Con Lilian ci siamo incontrati per la prima volta nel 2018. Per i primi mesi ci siamo visti sempre con altre persone, ma mai da soli. Un giorno, una decina di mesi dopo il nostro primo incontro, mentre eravamo in un ristorante, lei ha attirato la mia attenzione perché mi ha detto di guardarla dritto negli occhi e mi ha chiesto: "Come stai?" e io: "Me lo stai chiedendo veramente?" e lei: "Sì. Sei sempre circondato da moltissime persone, sei un uomo di successo, ma tu come stai davvero? Come stai come persona?". Nessuno mi aveva mai chiesto questo. E così le ho risposto: "Non sono mai stato peggio in vita mia. Sono insolvente. Mia moglie mi ha lasciato per un altro. Sono perseguito a livello giudiziario e sono a pezzi" Lei poteva alzarsi e scappare, dirmi che era una situazione troppo complicata da gestire, o poteva rimanere. Lilian è rimasta. Abbiamo iniziato la nostra relazione e poi, nel 2020, mi è arrivata una notifica dal tribunale sull'indagine penale nei miei confronti e questo mi ha colto completamente di sorpresa. Due anni dopo sono stato dichiarato colpevole di quattro capi d'accusa su 24 ai sensi della legge sull'insolvenza. Ci sono volute 3 settimane per arrivare alla sentenza: dall'8 al 29 aprile 2022. Parlavo con i miei avvocati e chiedevo: quanto è grave la situazione? Rischio la prigione? E loro mi dicevano che il mio caso era molto particolare: "Hai il 50% di possibilità di finire in prigione. Non abbiamo precedenti di un caso come il tuo, preparati a passare del tempo dietro le sbarre". Dovevo parlare subito con Lilian. L'ho presa da parte e le ho detto: "Sei una donna giovane, intelligente, bella e indipendente. Non devi aspettarmi. Possono darmi 2 anni o 5 o 10". Lei mi ha guardato e mi ha risposto: "Vuoi forse mancarmi di rispetto? Siamo una squadra, ce la faremo insieme". Ho trascorso 231 giorni in prigione a Londra e poi siamo tornati in Germania. Andando avanti velocemente e arrivando a oggi, ci siamo sposati a Portofino a settembre di un anno fa e aspettiamo il nostro primo figlio per dicembre. La nostra storia potrebbe essere un film di Hollywood. Ci siamo incontrati nel momento peggiore della mia vita e ogni anno le nostre vite migliorano. Di solito ci si incontra quando si è al meglio e poi tutto diventa più complicato. Per noi è stato tutto il contrario.
Quanto ti senti diverso rispetto alla persona finita in carcere?
Ci sono state delle ragioni che mi hanno portato a fare degli errori. Come giocatore di tennis ero eccellente: sono diventato il numero 1, perché ero forte, mentalmente predisposto. Ho perso alcune cose dopo la mia carriera di tennis, sono entrato troppo nella mia comfort zone: bevevo troppo, per esempio. La prigione mi ha permesso di togliermi via quella brutta pelle di dosso, mi ha reso più forte, perché sono sopravvissuto.
Sembra quasi che tu dica di aver avuto bisogno della prigione per diventare la persona che sei ora.
Forse. Forse ha fatto scattare qualcosa in me che avevo perso. Mi ha dato abbastanza tempo per pensare in cosa stessi sbagliando e chi fossi davvero io. Ero il Boris che c'era stato dai 17 ai 30 anni? O quello dai 30 fino ai 50? Ho scelto di essere il Boris che giocava a tennis: ho capito che è stato un passo importantissimo per me.
Se la tua vita fosse una partita di tennis, a che set sarebbe ora?
Credo al quarto. Non al quinto. Mi piace pensare che sono 2-1 per me. Mi piace pensare che, se anche stessi perdendo, se fossi sotto due set a 1, avrei comunque fatto il break nel quarto.
Ora pensi di essere la miglior versione di te stesso?
Ci sto provando. Come uomini facciamo errori, abbiamo bei momenti. Sono contento che a 57 ho ancora la possibilità di realizzare qualcosa. Ci sono persone che, anche se non sono in prigione, hanno già mollato, che non pensano di essere speciali. Tutti lo siamo: bisogna trovare la ragione per svegliarsi la mattina. Sto per avere un altro bambino, voglio essere la migliore versione di me stesso per il resto della mia vita.
Come puoi essere così forte mentre parli di quel periodo della tua vita?
È parte di me! Se fossi stato troppo emotivo, non avrei mai vinto Wimbledon. Quando sono lucido, sono nel pieno controllo delle mie emozioni, sono in equilibrio. Ho incontrato re, regine, assassini, stupratori: qualsiasi tipo di persona. Non sono stato nervoso in nessun caso. Sono stato in grado di reggere sempre. Qualche volta le emozioni ti portano a fare decisioni sbagliate. E io non voglio più commetterne.
Dietro le quinte, intanto, Lilian piange. Si commuove. Boris sorride:
"È difficile parlare di questo, lo so. Ma non ho scelta. Non posso dire che non sia successo: la vita è stata molto difficile, ora è bella". E va bene così.