Il risveglio di Boiúna - Immagine Ufficiale

Il risveglio di Boiúna

Beware Boiúna
Film | 2026 | Stati Uniti e Canada | 90 minuti
Il risveglio di Boiúna - Poster

In breve: Un survival horror ambientato nel cuore della foresta amazzonica, dove un gruppo di medici diventa preda di una gigantesca e letale creatura ispirata al folklore sudamericano.

Il risveglio di Boiúna (titolo originale: Beware Boiúna )  è un progetto cinematografico proveniente da Stati Uniti e Canada relativo all'anno 2026 incentrato sul genere thriller, horror, azione.  La durata complessiva è di 90 minuti. La pellicola vede la direzione di Mike P. Nelson, sulla base di uno script sviluppato da Alan B. McElroy, Tony Giglio. La squadra degli interpreti include Kiana Madeira, Jessica Rothe, Logan Marshall-Green, Will Close, Jackson Brews, Juan Pablo Shuk.  Guardando ai canali di rilascio scelti per l'Italia, si rileva l'uscita nelle sale cinematografiche da . 

in uscita al Cinema

Trama

Un gruppo di giovani medici impegnato a portare assistenza sanitaria nei villaggi più remoti dell'Amazzonia è costretto a fuggire nella giungla dopo un violento scontro con alcuni uomini coinvolti nella costruzione di una strada. Ma nelle profondità della foresta li attende una minaccia ancora più terrificante: Boiúna, un gigantesco serpente leggendario che sembra essere molto più di una semplice creatura del folklore. Braccati in un ambiente estremo e implacabile, i protagonisti dovranno lottare per sopravvivere contro un predatore che domina la giungla da milioni di anni.

Informazioni Tecniche

  • Titolo italiano: Il risveglio di Boiúna
  • Titolo originale: Beware Boiúna
  • Durata: 90 minuti
  • Formato audio/video: Colore
  • Genere: Thriller, Horror, Azione
  • Lingua: inglese
  • Anno: 2026
  • Nazione: Stati Uniti, Canada
  • Uscite in Italia: Giovedì 26 Novembre 2026 (Cinema)
  • Prima Uscita al Cinema in Italia:
  • Distribuzione: Vertice 360 (Italia)

Cast Tecnico e Artistico

Per realizzare Il risveglio di Boiúna diretto da Mike P. Nelson, dietro la macchina da presa si segnala il lavoro di Alan B. McElroy, Tony Giglio alla sceneggiatura, Nick Junkersfeld alla fotografia, Tom Elkins alla direzione del montaggio, Angélica Perea alla scenografia, con le musiche di Stephen Lukach.

Interpreti e Ruoli

Produzione



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Il risveglio di Boiúna | Trailer

Note di Produzione

La genesi del film

Se si decide di intraprendere l'ambiziosa impresa di realizzare una grande avventura spettacolare incentrata su un gigantesco serpente mitologico nel cuore della foresta pluviale sudamericana, è difficile immaginare un produttore più adatto di Jeremy Bolt a guidare il progetto. In oltre trent'anni di carriera ha condotto il pubblico attraverso territori infestati dagli zombie, cacce ai mostri, corse mortali e terre perdute: non è facile trovare un produttore cinematografico più profondamente legato al brivido e al piacere del cinema di genere di questo sessantenne britannico. Il risveglio di Boiúna, del resto, è un progetto nato proprio da una sua idea. 
«Tutto è cominciato quando, intorno al 2017, lessi un articolo sui resti di un gigantesco serpente ritrovati in una miniera in Colombia», ricorda Bolt, che all'epoca si trovava in Sudafrica per le riprese di un film, un Paese che, come osserva scherzando, «è pieno di serpenti». E prosegue: «Pensai che sarebbe stato fantastico realizzare in Colombia una vera avventura incentrata su un serpente gigante. È cominciato tutto così». 
Bolt coinvolse quindi Robert Kulzer, suo collaboratore di lunga data e responsabile della sede di Los Angeles della potente casa di produzione tedesca Constantin Film. Insieme avevano lavorato, tra gli altri, al franchise miliardario Resident Evil, oltre che a I Tre Moschettieri, Monster Hunter e, più recentemente, In The Lost Lands. Kulzer rimase affascinato dalla prospettiva di realizzare un film su un gigantesco serpente e pensò immediatamente a chi avrebbe potuto essere il regista perfetto per il progetto. 
«Avevo realizzato Wrong Turn con Robert Kulzer ed era stata un'esperienza davvero positiva», racconta il regista Mike P. Nelson. Fu proprio nel periodo dell'uscita di quel film che Kulzer gli parlò del progetto sul serpente gigante che stava sviluppando insieme a Jeremy Bolt. «A dire il vero, un film su un serpente gigante non era esattamente quello che avevo in mente di fare. Ma Robert e Jeremy mi chiesero: "Se dovessi farne uno, come lo faresti?"». Nelson accettò così di incontrarli per discuterne e approfondire il concept. 
Nelson arrivò all'incontro con le proprie idee su come avrebbe dovuto essere un film del genere. «Ricordo di aver presentato loro una lista di tutto ciò che mi sarebbe piaciuto vedere in un film su un serpente gigante, dalla caratterizzazione dei personaggi all'idea di mettere in scena un gruppo di persone per le quali fai il tifo, pur sapendo che non tutte ce la faranno. Avevo le idee molto chiare anche su come mostrare il serpente e su come sfruttare l'ambiente circostante per nascondere la creatura e renderla davvero terrificante. La domanda non era: "Come facciamo un film su un serpente gigante?", ma piuttosto: "Come raccontiamo una grande storia nella quale c'è anche un serpente gigante?"». La conversazione si rivelò molto stimolante e Nelson iniziò quindi a lavorare con lo sceneggiatore Alan B. McElroy per mettere su carta le proprie idee. 
«Sapevo che sarebbe stata una sfida. Volevo che il film avesse un forte senso di realismo e che la vicenda fosse inserita nel contesto dell'attualità», spiega il regista. Nelson voleva infatti ambientare la storia in uno scenario già attraversato da fortissime tensioni. 
L'Amazzonia, con il problema dell'estrazione illegale dell'oro, non rappresentava soltanto lo sfondo perfetto, ma diventava a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film. «Più approfondivo le mie ricerche, più mi rendevo conto di quanto fosse importante raccontare questa storia. Quando i nostri protagonisti arrivano in quell'ambiente, ci sono già tensioni, c'è già un conflitto in corso. La posta in gioco è alta». 
Nelson e i suoi collaboratori arrivarono così a definire la storia di Il risveglio di Boiúna. Il film segue un gruppo di medici impegnati a portare assistenza sanitaria nei villaggi più difficili da raggiungere lungo il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti. Mike P. Nelson racconta: «Mentre stanno prestando assistenza medica in un villaggio isolato, i medici entrano in conflitto con un gruppo di uomini impegnati nei sopralluoghi per la costruzione di una strada. Lo scontro culmina in un drammatico episodio di legittima difesa, nel quale uno degli uomini perde la vita. Non essendoci forze dell'ordine nelle vicinanze e non sapendo fino a che punto gli altri siano disposti a spingersi, i medici sono costretti a fuggire nelle profondità della giungla. Ma, a differenza degli abitanti dei villaggi, che accettano la loro presenza, c'è una creatura che non è affatto disposta a farlo». 
Il regista aveva fin dall'inizio una visione molto precisa dell'aspetto e dell'atmosfera che voleva dare al film. «Volevo adottare uno stile istintivo e immediato, quasi documentaristico. Stavamo girando in un ambiente davvero estremo e volevo che questo emergesse dalle immagini. Si percepisce l'effetto dell'ambiente su ciascuno dei personaggi. Per quanto fosse meraviglioso, non era certo sempre confortevole». 
L'obiettivo era ambientare la storia in un mondo realistico e contemporaneo, introducendo al suo interno una creatura simile a quelle che effettivamente popolavano la Terra 40 o 50 milioni di anni fa e che, in quella parte del pianeta, si trovavano al vertice della catena alimentare. «La domanda era: "E se qualcosa del genere esistesse ancora?"», spiega Nelson. «E se dietro la leggenda del Boiúna ci fosse un fondo di verità? A quel punto puoi raccontare una storia umana e realistica, nella quale i nostri personaggi si trovano faccia a faccia con questo gigantesco guardiano della giungla. E diventa molto chiaro che non tutti loro hanno il diritto di trovarsi lì…». 
La giungla è un ambiente duro ed estremo, capace di individuare ogni punto debole e sfruttarlo. «Nella giungla devi mantenere sempre la massima lucidità e affidarti completamente al tuo istinto: devi essere concentrato al cento per cento sulla sopravvivenza», afferma il produttore Jeremy Bolt. 
Il regista Nelson aggiunge: «La giungla è stata straordinaria proprio per la sua durezza, ma anche per la sua bellezza. Non c'è niente di paragonabile all'esperienza di trovarsi su una barca lungo il Rio delle Amazzoni, immersi nella giungla, a girare un film. È stata un'esperienza incredibile. È un luogo meraviglioso, ma può essere anche molto pericoloso e merita rispetto. Credo che ciò che abbiamo vissuto laggiù sia riuscito a trasferirsi direttamente nel film che abbiamo realizzato». 

Il Cast

La produzione ha affrontato un lungo e accurato processo di casting. Jeremy Bolt aveva già lavorato con Kiana Madeira in Perfect Addiction, film realizzato l'anno precedente insieme al collega produttore Robert Kulzer. Il regista Mike P. Nelson e lo stesso Bolt, invece, erano estimatori di Logan Marshall-Green fin dai tempi di Upgrade e Prometheus. «In film di questo tipo Brennan sarebbe normalmente il cattivo, ma in realtà non lo è davvero: è semplicemente un uomo con alcuni problemi che finiscono per manifestarsi nel peggiore dei modi», spiega Bolt. «E Jessica Rothe è straordinaria in Auguri per la tua Morte: una giovane attrice di grande talento, capace anche in questo caso di rendere il personaggio autentico e vicino al pubblico». 
Nelson conosceva Kiana Madeira grazie alla trilogia di Fear Street, che aveva particolarmente apprezzato. «Robert e Jeremy erano entusiasti all'idea che potesse entrare a far parte del cast», racconta Mike P. Nelson. «È stata fantastica. Amo gli attori che fanno domande intelligenti, che hanno un proprio punto di vista e che dimostrano di voler collaborare davvero. Kiana ha stabilito immediatamente un legame con Lena e ne ha compreso profondamente il conflitto interiore. Le ha dato intensità e grinta, ma anche una grande vulnerabilità. Lena è un personaggio che ha ancora molto da imparare e Kiana è riuscita a creare una forte empatia nei suoi confronti». Lo stesso è accaduto con Madeira, Jessica Rothe e Logan Marshall-Green. «Si sono immersi completamente in ciò che era scritto sulla pagina, apportando idee e contributi capaci di far evolvere la storia. Sono stati proprio loro a rendere i personaggi ancora più complessi, vivi e presenti di quanto non fossero già sulla carta». 
«È una giovane donna cresciuta nella giungla, che però a un certo punto ha deciso di andarsene», spiega il regista parlando di Lena, il personaggio interpretato da Madeira. «Il motivo per cui torna è riportare a casa suo fratello, che invece nutre un amore e un legame profondissimi con la giungla. Quella è casa sua, quella è la sua gente. Lena prova esattamente l'opposto: si sente fuori posto, sente di non appartenere a quel mondo. Sa bene che cosa si nasconde nella giungla… non soltanto creature letali difficili persino da immaginare, ma anche esseri umani che distruggono quella terra e arrivano a uccidere per denaro e ricchezza. La sua famiglia ne è stata vittima quando sono arrivati i minatori. Lena non vuole più avere niente a che fare con quel mondo. Ma nel corso di questo viaggio si rende conto di avere con quel luogo un legame molto più profondo di quanto avesse mai immaginato». 
«Amo questo film perché rende estremamente sottile il confine tra chi è il predatore e chi la preda, chi l'eroe e chi il villain», afferma Kiana Madeira. «La sceneggiatura mi ha conquistata fin dall'inizio perché è riuscita a sorprendermi in tantissimi modi. Quando ho cominciato a leggerla pensavo di trovarmi davanti a un certo tipo di storia, ma poi sono arrivati così tanti colpi di scena e svolte imprevedibili che mi sono ritrovata trascinata in un viaggio completamente diverso. Amo proprio questa sua capacità di sorprendere. E mi sono innamorata di Lena: della sua resilienza, della sua passione, della sua determinazione e della profonda attenzione che riserva alle persone che fanno parte della sua vita». 
L'attrice prosegue: «Per poterla interpretare ho lavorato sull'accento per due mesi prima dell'inizio delle riprese. Lena ha un background molto particolare: è colombiana e brasiliana, quindi quando parla spagnolo il suo accento presenta anche sfumature del portoghese brasiliano. Ho dovuto inoltre imparare lo spagnolo, perché nel film avevo parecchie battute in questa lingua. Per me è stata un'esperienza completamente nuova, entusiasmante e anche un ottimo modo per cominciare a entrare nel personaggio molto tempo prima dell'inizio effettivo della produzione». 
Sul versante opposto troviamo Brennan, interpretato da Logan Marshall-Green, un personaggio profondamente tormentato dalla tragica morte della figlia a causa di un tumore. Durante il viaggio è accompagnato dal fratello Sean, che ha avuto problemi con droghe e alcol. «Brennan si ritrova a prendersi cura del fratello, ma porta anche con sé il rimorso per la figlia, perché sente di non esserle stato abbastanza vicino», spiega Bolt. «È stato un padre assente e negligente, quindi la giungla rappresenta per lui un'opportunità per espiare il proprio senso di colpa e cercare di rimediare ad alcuni degli errori commessi. Ed è proprio quello che tenta di fare». 
«Lavorare con Logan è stato molto divertente», racconta Nelson. «È un attore estremamente fisico e vuole sempre buttarsi completamente nell'azione. Voleva eseguire personalmente gli stunt ogni volta che fosse possibile. Per lui era fondamentale comprendere e riuscire a trasmettere anche gli aspetti di Brennan che non mostriamo direttamente: il suo passato e tutto ciò che ha vissuto prima degli eventi del film. Voleva assicurarsi che tutto questo emergesse comunque. Le sue espressioni e reazioni sono fenomenali e credo che sullo schermo si veda un personaggio che, superficialmente, può sembrare un antagonista, ma dentro di sé è attraversato da emozioni molto più complesse: c'è tanta tristezza, tanto rimorso. È molto più di un semplice cattivo. L'evoluzione del personaggio è stata davvero stimolante per entrambi». 
«È stato un personaggio molto interessante da interpretare: da un lato è l'antagonista, dall'altro il protagonista», afferma Logan Marshall-Green. «Arriva nella giungla con una certa inconsapevolezza, ed è proprio da questa inconsapevolezza che prende vita il film. Ho visto nella sceneggiatura l'opportunità, almeno attraverso il mio personaggio, di mostrare le conseguenze che derivano dal mancato rispetto della natura. Credo che ci sia un grande rispetto per la cultura nella quale il nostro regista, Mike P. Nelson, ha voluto immergere questi stranieri. Tutto sembrava così autentico da farmi venire voglia di saperne di più. La sceneggiatura riesce inoltre a trovare un ottimo equilibrio tra i personaggi, perché una volta che la storia prende il via non si ferma più. Procede a tutta velocità e non resta che tenersi forte». 
Jessica Rothe, conosciuta soprattutto come protagonista dei due film Happy Death Day diretti da Christopher Landon, interpreta Alli, un'ambiziosa studentessa di medicina determinata a dare il proprio contributo alla salvaguardia della foresta amazzonica. È un'attivista per il clima, molto intelligente, ma porta con sé anche alcune insicurezze. «Suo padre era un medico di grande successo», racconta Jeremy Bolt. «Lei ha scelto di seguirne le orme, ma cerca di costruirsi una strada tutta sua e di uscire dalla sua ombra. Probabilmente è anche uno dei motivi per cui si trova in Amazzonia: vuole dimostrare alla propria famiglia ciò di cui è capace». Il produttore la descrive come un personaggio forte e, allo stesso tempo, molto umano e vicino al pubblico. 
«Alli è una studentessa di medicina incredibilmente appassionata, entusiasta e generosa», racconta Jessica Rothe descrivendo il proprio personaggio. «Ha deciso di recarsi nella giungla amazzonica in Colombia per partecipare a una missione di Medici Senza Frontiere. Quando la vediamo per la prima volta, è protagonista di una bellissima inquadratura ideata dal nostro regista Mike P. Nelson: è a bordo di una barca e inizialmente sembra sentirsi un po' fuori posto, ma non appena esce all'aperto sul suo volto compare un grande sorriso e trasmette immediatamente una sensazione di naturalezza e serenità che rivela il suo spirito avventuroso. Si sente davvero a casa in quel luogo, anche se si potrebbe pensare il contrario». 
Rothe ha apprezzato particolarmente il mondo creato dai filmmaker, nel quale non è facile tracciare una netta distinzione tra buoni e cattivi. «La storia è estremamente tridimensionale e sfaccettata, e questo ha reso il mondo del film incredibilmente stimolante e divertente da esplorare», spiega l'attrice, raccontando poi cosa l'abbia convinta ad accettare il progetto. «Innanzitutto c'era il regista Mike P. Nelson, di cui adoro il lavoro fatto in Wrong Turn. È un narratore visivo straordinario. Quando poi l'ho incontrato, ho scoperto anche una delle persone più sinceramente gentili ed entusiaste che mi sia capitato di conoscere da molto tempo. Era evidente quanto tenesse a questo universo e a questo personaggio. E naturalmente non vedevo l'ora di recitare accanto a Kiana e Logan». 
«Jess è la persona più dolce del mondo», afferma Mike P. Nelson. «È arrivata nel progetto con lo stesso atteggiamento di Kiana e Logan: voleva davvero capire Alli fino in fondo. Fin dal momento in cui la incontriamo, veniamo immediatamente attratti da lei. È la nostra protagonista, è lei a condurci attraverso questo viaggio». Come per Logan, anche per Rothe era fondamentale comprendere il passato del proprio personaggio e i conflitti con cui si trova a fare i conti. «Non è semplicemente una giovane donna che passa il tempo a scappare per salvarsi la vita. Ha degli obiettivi, delle cose che vuole realizzare. Si trova in un luogo nel quale le è stato ripetuto più volte che non dovrebbe essere, ma non permette che questo la fermi. Vuole aiutare. Vuole fare del bene». 
Alli affronta un interessante percorso di trasformazione, strettamente legato anche al suo modo di guardare il mondo. «In un personaggio come Alli ci sono speranza, umanità, attenzione e amore: tutte cose con cui Lena, invece, ha qualche difficoltà», spiega Nelson. «Lena si è indurita ed è diventata piuttosto disillusa. Alli porta con sé quel calore e quella capacità di prendersi cura degli altri che Lena comincia a capire di aver bisogno per sopravvivere alla situazione in cui si trovano. Ma anche Alli impara molto da Lena. Lena è una combattente: affronta le difficoltà senza arrendersi e Alli capisce che, se vuole uscirne viva, deve trovare dentro di sé la stessa forza. Lena sente di non appartenere a quel mondo, mentre Alli desidera farne parte. Sono due donne che entrano in sintonia e imparano l'una dall'altra, sviluppando nel corso del film un'amicizia che considero davvero speciale». 
E poi c'è Callum. «Callum rappresenta in parte l'elemento comico del film», spiega Jeremy Bolt, «ed è interpretato da un giovane e bravissimo attore inglese, Will Close. Si trova in Amazzonia per ottenere dei crediti per il suo corso di laurea. In realtà non vorrebbe essere lì, ma sa che partecipare a una missione di Medici Senza Frontiere è un'esperienza importante, anziché starsene a Londra, New York o Los Angeles. Ha una cotta per Lena, la meccanica della barca interpretata da Kiana Madeira, ma il suo sentimento non è ricambiato e non si può fare a meno di provare tenerezza per lui». 
Anche Lena vive un profondo conflitto interiore e non sa realmente quale sia il luogo a cui appartiene. «È originaria dell'Amazzonia, ma allo stesso tempo appartiene anche alla grande città», spiega Bolt. «È alla ricerca di una causa in cui credere, di un luogo da chiamare casa e, soprattutto, di suo fratello George, un attivista per il clima che vediamo all'inizio del film mentre attacca un sito illegale di estrazione dell'oro». 
A completare il cast corale ci sono Raul, il capitano della barca ed ex membro della Marina colombiana, un personaggio ricco di sfumature, amante del buon cibo e della birra e dotato di uno spiccato senso dell'umorismo; e Miguel, interpretato da Jean Pablo Shuk, un uomo colto e saggio, con una profonda conoscenza delle malattie della giungla e un autentico amore per la natura. «È lui a capire che nelle loro vicinanze si aggira un serpente gigantesco, quando si imbatte in un caimano che è stato inghiottito e poi rigurgitato, ricoperto da un muco viscoso che può provenire soltanto da un serpente di dimensioni enormi», spiega il produttore. 
«Per noi era molto importante coinvolgere attori colombiani», prosegue Bolt. Per questo Jaime Newball è stato scelto per il ruolo di Raul e Jean Pablo Shuk per quello di Miguel. «Quando realizzo un film in un Paese nuovo come la Colombia, cerco di coinvolgere il maggior numero possibile di professionisti e attori locali. Se devo girare in un determinato luogo, voglio sfruttare pienamente l'opportunità di essere lì: non avrebbe senso portare con me tutta la troupe e tutti gli attori. In un certo senso cerco anche di restituire qualcosa al territorio, lavorando con quanto più talento locale possibile. In questo modo, quando tornerò in quel Paese, avrò trovato una buona troupe che, auspicabilmente, avrà fatto tesoro dell'esperienza precedente, contribuendo così alla crescita della comunità cinematografica locale». 
Bolt considera questo approccio una componente fondamentale del proprio lavoro di produttore. «Ho scoperto talenti straordinari in Paesi come Colombia, Sudafrica, Slovacchia e Polonia, professionisti che non hanno assolutamente nulla da invidiare ai loro colleghi americani o britannici».

Le riprese

«Girare nella giungla non è stato affatto semplice», spiega il produttore. «Il caldo era estenuante, il sudore incessante, ma allo stesso tempo è stata un'esperienza entusiasmante. L'ho preferita di gran lunga alle riprese su un comodo set in studio a Toronto o a Londra. Ogni giorno era una nuova avventura, e fare cinema deve essere un'avventura. È davvero una delle attività più straordinarie che esistano. Per esperienza, però, ho notato che quando ci sono delle difficoltà le persone tendono a essere più concentrate. Se tutto è troppo comodo, non sempre riesci a tirar fuori il meglio da loro». 
Girando direttamente nella giungla, il regista Mike P. Nelson voleva che i suoi personaggi apparissero sporchi, sudati, segnati dall'ambiente; non voleva che nulla risultasse troppo pulito o artificiale. «Una delle cose a cui tenevo di più era che tutti sembrassero sudati. Unti. Era così che apparivo io ogni giorno, ed era così che appariva ogni giorno la nostra troupe». Le magliette erano completamente impregnate di sudore, con aloni sul petto, sulla schiena e sotto le ascelle. «Non volevo che sembrasse che stessimo riservando agli attori il classico trattamento da star del cinema. Se dovevamo stare lì, allora dovevamo avere tutti un aspetto terribile insieme. Nessuno si è opposto. Gli attori erano perfettamente disposti a lasciare emergere il loro aspetto naturale, e questo è stato fantastico perché ha contribuito enormemente all'autenticità del film. Man mano che la storia procede, il racconto diventa sempre più una drammatica lotta per la sopravvivenza: i personaggi sono fradici, ricoperti di sangue e fango. Non è certo piacevole. Sei esausto, stanco, perché stai lavorando in un ambiente del genere. E tutto questo emerge nelle interpretazioni». 
La sfida più grande, naturalmente, è stata il serpente. «Dovevamo assicurarci che fosse perfettamente integrato nell'ambiente e risultasse credibile», spiega Bolt. «È un rettile lungo circa 30 metri e con un diametro di oltre un metro. In sostanza, una gigantesca anaconda. Per il design abbiamo preso come riferimento l'anaconda verde, che può raggiungere circa nove metri di lunghezza: il nostro serpente è quindi, sostanzialmente, un'anaconda lunga trenta metri». La produzione ha collaborato con Folks, società colombiana specializzata in effetti visivi con sede a Bogotá, lavorando a stretto contatto con i suoi designer. «Non credo che al cinema sia mai stato realizzato un serpente davvero convincente. Quindi quella era la nostra principale missione: creare il miglior serpente digitale mai visto. E lo abbiamo fatto insieme a una società colombiana. A volte, lavorando in Gran Bretagna, negli Stati Uniti o in Canada, dove si gira moltissimo, non sempre le troupe riescono a mettere in campo lo stesso livello di passione». 
Il progetto, in origine, nasceva da un'idea chiamata Titanoboa, il nome scientifico del gigantesco serpente preistorico realmente esistito. «Gli scienziati hanno ritrovato in una miniera colombiana una vertebra appartenuta a un enorme serpente di circa 900 chili chiamato Titanoboa. Questo ha reso ancora più speciale il fatto di poter girare Boiúna proprio in Colombia», racconta il regista Mike P. Nelson. Alcuni dei serpenti più grandi esistenti oggi sulla Terra hanno vertebre delle dimensioni di una pallina da golf. Quella ritrovata della Titanoboa era invece grande più o meno quanto una palla da softball, quindi gli scienziati capirono immediatamente di trovarsi davanti a qualcosa di gigantesco. «Ho avuto la possibilità di parlare con uno degli scienziati che aveva scoperto questo serpente. Mi ha spiegato qualcosa in più sulla creatura, su come poteva comportarsi, sopravvivere, dove poteva vivere e in che modo si muoveva. Naturalmente ci siamo concessi anche una certa libertà artistica, ma è stato affascinante conoscere meglio l'animale reale sul quale abbiamo basato il nostro serpente». 
Uno dei principali motivi per cui Bolt voleva girare in Colombia era proprio il fatto che lì fossero stati ritrovati i fossili del serpente. «Volevo girare il film in una vera giungla. Non volevo farlo in studio con fondali artificiali. Non volevo andare nella Repubblica Dominicana, dove vanno tutti. Volevo andare nel luogo autentico. E quel luogo doveva essere l'Amazzonia, doveva essere Leticia, una città nel punto in cui si incontrano Perù, Brasile e Colombia: un luogo maestoso. Sono davvero orgoglioso del fatto che abbiamo realizzato un film su questa incredibile creatura proprio nella terra in cui un tempo viveva, riuscendo però al tempo stesso a mostrarla all'interno del mondo contemporaneo. È un risultato notevole». 
Il serpente viene introdotto fin dalle prime fasi del film con il nome di Boiúna, termine tradizionalmente associato in Sud America alla figura di un gigantesco serpente mitologico. Questa particolare creatura appartiene al folklore della regione. Circa 60 milioni di anni fa un animale simile rappresentava il predatore dominante di quella zona, caratterizzata allora da un clima paludoso e molto caldo. La specie si estinse in seguito ai mutamenti climatici. «Oggi, con nuovi cambiamenti del clima, perché non immaginare che possa tornare per difendere la foresta pluviale dai cercatori d'oro illegali e dalla deforestazione?», osserva Jeremy Bolt. «Abbiamo quindi sviluppato un metodo preciso per realizzare il serpente. Tutto parte dalla sequenza prevista dalla sceneggiatura. Gli effetti speciali creano poi dei movimenti all'interno della giungla che simulano il passaggio del serpente, facendo muovere concretamente foglie e alberi. Utilizzano anche un grosso tubo attraverso il quale viene soffiata aria e che viene trascinato per riprodurre il modo in cui il serpente interagirebbe con la vegetazione. Tutti questi riferimenti vengono poi raccolti e forniti agli artisti digitali, che li utilizzano nei computer per progettare la creatura». 
Ogni sequenza con il serpente è stata preceduta da una previsualizzazione realizzata da Mike P. Nelson insieme alla società di effetti visivi. Queste previsualizzazioni, a loro volta basate sugli storyboard del regista, sono diventate il punto di partenza delle varie scene. C'è quindi una componente realizzata direttamente durante le riprese attraverso effetti pratici, soprattutto per simulare l'interazione del serpente con l'ambiente. «Credo che a tutti sia capitato di vedere effetti visivi che sembravano un po' finti», osserva Bolt. «Spesso accade perché l'elemento digitale sembra scollegato dallo sfondo. Noi abbiamo lavorato moltissimo per dare l'impressione che questa creatura digitale fosse davvero lì, mentre si muoveva tra alberi, rami e vegetazione». 
Allo stesso tempo, durante la fase di realizzazione degli effetti visivi, i filmmaker hanno voluto assicurarsi che la creatura mantenesse una base realistica e fosse coerente con ciò che si conosce grazie ai fossili. Si sono chiesti anche come avrebbe potuto evolversi se fosse sopravvissuta fino a oggi, passando da caratteristiche più vicine a quelle di un boa a tratti più simili a un'anaconda, dal momento che queste ultime sono tra i serpenti più grandi esistenti. Mike P. Nelson racconta: «Abbiamo creato una nostra creatura, una sorta di fusione tra un pitone e un serpente dalle caratteristiche dell'anaconda. Ci siamo chiesti se avrebbe potuto evolversi fino ad assumere un aspetto simile. È stato davvero stimolante. Ci siamo domandati spesso che cosa avrebbe fatto qualsiasi altro film con un serpente gigante. E poi abbiamo cercato di fare esattamente il contrario». 
Di solito, infatti, un film del genere tende a mostrare continuamente la creatura. Nelson spiega: «Per noi la sfida era capire cosa mostrare e cosa invece tenere nascosto. Che sensazione deve trasmettere quando appare sullo schermo? Come possiamo lasciarlo nell'ombra e dare comunque l'impressione che ci stia osservando? Come possiamo usare l'acqua per nasconderlo? E l'oscurità? La creatura è così grande e la giungla a tratti così fitta che potrebbe davvero essere impossibile scorgerla. È stato divertentissimo esplorare tutte queste possibilità. Nick Seal e il suo gruppo di artisti sono straordinari. Volevamo lavorare sulla sottrazione. Negli effetti visivi è un approccio che non viene utilizzato abbastanza. Abbiamo fatto un passo indietro e cercato di capire come renderla una creatura terrificante, capace di sembrare realmente presente all'interno dell'inquadratura. È stata una sfida, ma alla fine molto gratificante. Quello che abbiamo ottenuto sullo schermo è incredibile. Non avevo mai visto niente del genere prima. Ne sono molto orgoglioso». 
Prima di questo film Nelson non aveva mai diretto un progetto così fortemente basato sugli effetti visivi. «Avevo già utilizzato VFX nei miei film, ma mai per una creatura interamente realizzata con effetti visivi. Era qualcosa che mi portava un po' fuori dalla mia zona di comfort. Quello che invece conoscevo perfettamente era la sensazione che volevo trasmettere. Utilizzare effetti pratici nell'ambiente, stunt e un modo di riprendere molto immediato, quasi come se la macchina da presa catturasse gli eventi sul momento, ha contribuito a dare davvero l'impressione che il serpente fosse lì. Il team degli effetti visivi di Bogotá era totalmente disponibile a sperimentare. Avevano compreso perfettamente la visione del film. E ci siamo divertiti moltissimo». 
«Tornerei in Colombia senza pensarci due volte», prosegue il regista. «Mi piacerebbe esplorarla ancora di più e sicuramente tornerei a Leticia. Le persone sono incredibilmente accoglienti e gentili. Gli attori locali sono stati straordinari: ci hanno accolti a braccia aperte e si sono divertiti a raccontarci e insegnarci molte cose sulla loro terra. Si percepiva chiaramente il loro orgoglio. Erano anche molto incuriositi dal nostro modo di lavorare, perché non sono molti i film che vengono girati in quella zona. Per noi, che arrivavamo da fuori, è stata un'esperienza capace di aprirci gli occhi; ma lo è stata anche per loro, che hanno potuto vedere da vicino come viene realizzato un film. Erano incredibilmente spontanei. Non avevo mai lavorato prima con persone così straordinarie». 
La scenografa Angélica Perea è stata una scelta quasi naturale per Il risveglio di Boiúna, considerando i suoi precedenti lavori. Aveva infatti lavorato a Embrace Of The Serpent, Birds Of Passage e alla miniserie Green Frontier, opere caratterizzate da un impatto visivo molto forte che avevano mostrato a Nelson come fosse possibile girare in quella parte del mondo conferendole un'identità cinematografica precisa. Il regista sapeva che per Il risveglio di Boiúna avrebbe avuto bisogno, tra le altre cose, di un campo di disboscamento. «Dovevamo trovare il villaggio di Rio Lejos e farlo sembrare davvero un luogo remoto, lontano da tutto», spiega. «Angélica era già stata in alcune di queste zone e aveva condotto moltissime ricerche. Insieme ai suoi designer ha costruito modelli 3D delle location, come gli accampamenti dei cercatori d'oro. Sia lei sia io avevamo visto servizi giornalistici e un documentario intitolato River Of Gold. È da lì che abbiamo tratto ispirazione, da tutti questi luoghi reali. Angélica ha raccolto immagini e riferimenti e ha costruito ambienti che sembravano esistere da anni. Volevamo che tutto trasmettesse chiaramente la sensazione di essere vissuto. È stata una partner creativa fondamentale durante l'intero processo». 
Ma il più importante interlocutore creativo di Nelson è il direttore della fotografia Nick Junkersfeld, al suo fianco praticamente dall'inizio della carriera, fin dai primi cortometraggi. «A volte sembra davvero che io e Nick siamo inseparabili: è il mio complice», racconta il regista. «Io arrivo con una visione e lui riesce sempre a valorizzarla e realizzarla nel modo più bello possibile. È una di quelle persone con cui o finisci le frasi dell'altro oppure sembra esistere una sorta di telepatia. Abbiamo sviluppato un linguaggio comune, e questo mi dà la sicurezza di sapere che riusciremo a realizzare anche le scene più difficili». 
E prosegue: «Ogni progetto che abbiamo affrontato insieme è stato una corsa contro il tempo. La maggior parte dei film che abbiamo girato insieme ha avuto riprese davvero impegnative. Wrong Turn era ambientato nei boschi, in ambienti sporchi, nelle grotte: ancora una volta luoghi difficili da raggiungere, pieni di fango e sudore. In V/H/S/85 eravamo su una barca in mezzo a un lago, con effetti pratici di sangue e cariche esplosive. Qui invece dovevamo capire come girare con l'attrezzatura a disposizione — e a volte anche senza quella che avremmo voluto — combinando stunt ed effetti visivi nel cuore di una giungla fittissima o in mezzo al Rio delle Amazzoni. Nick è bravissimo in questo. Sappiamo come portare a casa il risultato e farlo apparire spettacolare». 
Junkersfeld spiega: «Il pubblico può aspettarsi una notevole profondità dei personaggi all'interno del cast corale, che restituisce in maniera molto concreta ciò che sta realmente accadendo in quella parte del mondo. Allo stesso tempo, il film aggiunge una componente fantastica più marcata attraverso la presenza di questo enorme animale che si nasconde nell'ombra. Per il genere a cui appartiene, è un film sorprendentemente profondo ed emotivo. C'è un vero dramma umano. Affronta anche alcuni dei conflitti sociali e ambientali esistenti in quella regione e porta l'attenzione su realtà che io stesso, prima di partecipare al progetto, conoscevo pochissimo. In sostanza, ti immerge nel mondo in cui viviamo, ti porta un po' più in profondità di quanto avresti forse immaginato e ti spinge ad aprire la mente a ciò che potrebbe nascondersi nel cuore della giungla amazzonica». 
In conclusione, Mike P. Nelson afferma: «Il pubblico deve aspettarsi di essere trascinato in un viaggio. Prima di tutto ci sono personaggi dei quali vi innamorerete. E soffrirete quando li perderemo, perché non tutti riusciranno a uscirne vivi. Abbiamo realizzato un film spaventoso, intenso, capace di generare una tensione costante, che all'inizio quasi abbassa le difese dello spettatore e poi finisce per afferrarlo alla gola e trascinarlo attraverso fango, rocce e sangue. E speriamo che finisca per farvi a pezzi quando vi troverete faccia a faccia con il nostro serpente, la madre delle acque… Boiúna».

Il regista prosegue: «Mi sono ispirato a film come Sorcerer e Alien, oltre che al miglior Werner Herzog, con opere come Aguirre, Wrath Of God e Fitzcarraldo: film nei quali ci si ritrova immersi in ambienti estremi e spietati. Una delle cose che continuavamo a ricordarci era questa: alla giungla non importa nulla di te. Era una sorta di principio guida. Ricordo che ne parlavo con Jeremy o con Nick e, alla fine, tornavamo sempre lì».


dal pressbook del film

Eventi

  • Film di apertura al Fantastic Film Fest 2026. 
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