Trama
Il calcio anni 90 è il calcio dei campioni che sembrano eroi greci o carismatici personaggi byroniani volti verso il sublime, in soccorso dei più deboli. L'ultimo eroe romantico di quel calcio è il passionale Igor Protti, l'unico che si è laureato 4 volte capo-cannoniere in A (con una squadra retrocessa), B e C, e che è riuscito a farsi amare ovunque ha giocato, da Bari a Roma sponda Lazio, da Messina a Napoli, fino a Livorno, per il quale nel 1999 rinuncia a un ingaggio miliardario e al successo facile.
Il documentario include le interviste a:
• Giorgio Chiellini, ex calciatore serie A
• Eugenio Fascetti, ex allenatore serie A
• Fabio Galante, ex calciatore serie A
• Giuseppe Signori, ex calciatore serie A
• Walter Mazzarri, allenatore serie A
• Cristiano Lucarelli, ex calciatore serie A
• Lamberto Giannini, pedagogo
• Alfonso Cacciapuoti, ultras Bari
• Lenni Bottai, ultras Livorno
• Paolo Silvestri, ex dirigente serie A
• Marisa Riccardi, mamma di Igor Protti
• Liana Protti, sorella di Igor Protti
• Davide Protti, cugino di Igor Protti
• Lazzaro Gaudenzi, ex allenatore
• Luca Salvetti, giornalista
• Bruno Rotelli, ultras Livorno
• Nino Martorana, ultras Messina
• Sandro Tovalieri, ex calciatore di serie A
• Michele Salomone, giornalista
• Antonio Imborgia, procuratore di calciatori
• Enzo Tamborra, giornalista
• Domenico Mei, tifoso Napoli
• Michele Corradi, docente universitario
• Osvaldo Jaconi, ex allenatore serie C
• Patrizia Panico, ex moglie di Igor Protti
• Nicholas Protti, figlio di Igor Protti
• Noemi Protti, figlia di Igor Protti
Info Tecniche
Cast
Altro cast:
Montaggio e Post-Produzione: Ldc Audiovisual Factory.
Post-Produzione Audio: Abi Road Studio.
Fonico di Presa Diretta: Alberto Battocchi.
Aiuto Regia: Luiza Baccelli, Elisa Becchere.
Illustrazioni Titoli: Daniele Caluri.
Produzione: Luca Dal Canto (Produzione), Alberto Battocchi (Produzione).
Articoli
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Il Soggetto del film
C'era una volta il calcio delle "bandiere", dei campioni sporchi di fango, delle figurine scambiate di nascosto sotto il banco, degli stadi pieni ogni domenica, in qualsiasi categoria. Quel calcio che, nelle metropoli e nelle province, faceva sognare i ragazzini di tutta Italia, il calcio con le maglie larghe, a maniche lunghe, con i colori inconfondibili della tua città da portare con orgoglio in giro per il mondo.
È innegabile che quel calcio non esista più, sovrastato dalla spettacolarizzazione televisiva, devastato dalla banalizzazione mediatica, distrutto dall'assenza di miti, di modelli e di veri fuoriclasse dentro e fuori dal campo.
Quel calcio viscerale, umano, mitico e commovente è scomparso negli anni'90, forse morto definitivamente nel primo decennio del nuovo millennio insieme all'avvento degli smartphone, dei social e del finto, facile successo, del tutto, subito e tecnologico.
Nel calcio odierno non ci sono più gli Eroi. L'Eroe, inteso come eroe romantico, da quando il Romanticismo esiste, è colui che ambisce all'infinito, al sublime, che si schiera con i più deboli, che parte dall'emarginazione (sociale, della provincia potremmo dire oggi) e dai suoi pensieri, o meglio princìpi, per agire e raggiungere l'obiettivo. Celeberrimi sono gli eroi romantici della letteratura europea ottocentesca, da Jacopo Ortis a Werther, fino a Frankestein e al topos dell'eroe byroniano, ovvero un personaggio elegante, carismatico, sensibile, forse anche scontroso e irascibile, ma ammirato ovunque da tutti.
Questa tipologia di valoroso personaggio è esistita anche nel calcio, fin dalle sue origini.
Si pensi, tra i tanti, a Mario Magnozzi, Armando Picchi, a Riva, Pelé, Platini, Zico, Beckenbauer, Baresi, Baggio, Scirea, Crujiff, Maradona ma anche ai più recenti Del Piero e Totti.
Nomi indimenticabili, campioni, miti da molti considerati dei semidei, personaggi che con la loro creatività calcistica e i loro comportamenti hanno fatto la storia dello sport mondiale.
Ma ce ne è uno su tutti, non ancora nominato, che riassume perfettamente le caratteristiche dell'Eroe, del prode vincente di quel calcio romantico che non esiste più: il riminese Igor Protti.
Un bomber di provincia, un campione di dedizione e professionalità, l'unico giocatore che è riuscito a vincere quattro volte una classifica capo-cannonieri in tre categorie differenti (in Serie A nel 1995-96, in serie B nel 2002-2003 e in serie C nel 2000-2001 e nel 2001-2002), e che soprattutto ha fatto parlare di sé per la capacità di farsi amare e mai dimenticare in tutte le piazze calcistiche in cui ha giocato, da Bari a Roma sponda Lazio, da Messina a Napoli, fino a Livorno, la sua seconda patria nella quale decise di tornare nel 1999 rinunciando alla serie A, agli ingaggi miliardari e all'apparente successo.
Perché per Igor il successo facile non significa niente. Lui deve lottare, deve aiutare i più deboli, deve diventare tutt'uno con la storia e col tessuto sociale e culturale dei suoi tifosi. E non soltanto di loro.
Igor Protti è infatti ancora oggi amato e ricordato in tutta la penisola per quella sua capacità di incarnare perfettamente il topos dell'eroe romantico di quel calcio anni'90 che ci fa commuovere ogni volta che lo rammentiamo. Eleganza, carisma, intelligenza, sensibilità, capacità di adattamento, volontà di sognare e far sognare migliaia di cuori.
Il Personaggio: Igor Protti
Igor Protti termina la sua carriera il 22 maggio 2005 a Livorno nello stadio intitolato ad Armando Picchi, contro la Juventus campione d'Italia, davanti a oltre 20.000 spettatori. La conclude immerso in un tripudio assordante, osannato, salutato e abbracciato dai 21 giocatori in campo, tra lacrime e gioia. Proprio come gli antichi eroi della storia greca o romana.
Igor è amato da tutti, da sempre, in tutta la penisola; a Livorno, dopo aver riportato la squadra in serie A dopo 55 anni, è ovviamente un mito ma ovunque, da nord a sud, i tifosi, le tv, i giornali rendono merito a un bomber e a un personaggio unico, simbolo di un calcio di provincia che può arrivare in alto, fatto di umanità e di sana passionalità in via d'estinzione.
Quel 22 maggio 2005 si avvia sicuramente la fine del periodo del quale Protti era l'Eroe. L'era del calcio romantico, di quello sport ancora a misura d'uomo che aveva portato il calcio italiano ad essere il più affascinante e il più desiderato al mondo.
Dal frastuono di migliaia di tifosi al silenzio del lungomare di Rimini, in inverno, deserto. La tranquillità ovattata della provincia. Perché tutto è cominciato proprio da qui per Igor Protti, nato il 24 settembre 1967 nella cittadina romagnola da una famiglia umile di lavoratori e pronta sempre ad aiutare i figli nell' inseguire i loro sogni, nel rispetto degli altri e dei princìpi di umanità e lealtà dei quali Igor diventerà il paladino sui campi da calcio.
Il simbolo di quel sogno, per Igor Protti, è un pallone molto particolare.
1978. Il piccolo Igor non ha neanche 11 anni e per la prima volta viene utilizzato e commercializzato un pallone diverso dal classico a spicchi bianco e neri. Si tratta del Tango, firmato Adidas, che fece il suo esordio proprio ai Mondiali in Argentina quell'estate. Protti se ne innamora, lo vuole a tutti i costi, è l'oggetto dei suoi desideri, chiede al padre di comprarglielo fino allo sfinimento. Ma il costo è elevato e allora il genitore gli promette di acquistarlo se lo avesse aiutato nel cantiere edile per almeno 5 giorni, per comprendere il sacrificio e la fatica che ci sono dietro a quella somma di denaro. E così Igor, testardo e sognatore, aiuterà il padre per una settimana muovendo la gru, correggendo i chiodi piegati, sudando e scoprendo la durezza della vita lavorativa. Alla fine di quelle giornate, però, deciderà lui stesso di rinunciare all'acquisto, consapevole della prova che il padre gli aveva fatto superare.
La storia di Protti, quello che diventerà e i successi che otterrà, parte proprio da questo racconto, una storia d'altri tempi, di eroi di provincia destinati a rivoluzionare il mondo. E così è stato.
Da piccolo Protti inizia a giocare in una piccola società riminese con un nome profetico: Gladiatori.
Si allena con assiduità e incredibile tenacia. Supera le critiche di Arrigo Sacchi che confida che non sarebbe mai andato oltre la C e decide di fare allenamenti individuali per migliorare la massa fisica. Dimostra subito in ogni caso un talento innato, che dal piccolo campetto di periferia lo porta ad essere acquistato dal Rimini calcio ed esordire in C1 all'età di 16 anni il 27 maggio 1984.
Due anni dopo avviene la prima svolta che, evidentemente, cambierà la sua vita. Viene acquistato infatti dal Livorno (serie C1) dove viene soprannominato dai tifosi "il bimbo" e rimane per 3 anni, segnando le prime reti e contribuendo alla salvezza degli amaranto. Passa poi un a stagione alla Virescit Bergamo (sempre C1) e infine giunge in serie B nel Messina, alla faccia di Sacchi, in qualità di erede di un altro eroe: Totò Schillaci, che da lì a poco illuminerà d'immenso le notti magiche di Italia '90.
Abituato all'affetto e al calore livornese, Messina diventa il luogo giusto dove crescere e diventare il simbolo di un calcio di provincia passionale e identitario. Igor segna 31 gol in 3 anni e all'indomani della retrocessione in C1 nel 1992 mostra il romantico desiderio di rimanere in Sicilia per continuare a lottare con i giallo-rossi ma la dirigenza lo cede per salvare la società dal fallimento.
Ed è questa un'altra svolta determinante nella carriera del bomber di Rimini. Nel 1992 passa infatti al Bari per 7 miliardi di lire e con la società pugliese nel 1994 raggiunge addirittura la Serie A.
Segna la sua prima doppietta nella massima serie contro il Genoa, ma è nella stagione successiva che scoppia letteralmente la Protti-mania. Igor nel 1996, nell'anno degli Europei in Inghilterra, vince la classifica capo-cannonieri della A segnando 24 reti, la maggior parte delle quali da cineteca, e divide il titolo con Giuseppe Signori. Sono gli anni del Bari di Tovalieri e Kenneth Andersson, e del mitico trenino di Igor Protti. La sua esultanza dopo il goal diventa il tormentone della penisola, partendo dalla provincia del profondo sud e facendo sognare migliaia di tifosi. Purtroppo le sue reti non bastano e il Bari retrocede in B (prima volta che un cannoniere vince con una squadra che retrocede) e tutta la serie A vuole Protti, al quale tuttavia non arriverà mai neanche una telefonata del CT della nazionale, guarda il caso Arrigo Sacchi.
In quell'estate del 1996 Protti è vicinissimo all'Inter come sostituto di Ivan Zamorano ma alla fine la trattativa non va in porto e Igor viene acquistato dalla Lazio, che ha l'obiettivo di vincere lo scudetto con il trio Protti Signori Casiraghi.
La prima volta in una grande città è un'esperienza unica per il nostro eroe che però non riesce ad esplodere nella prima parte del campionato, causa il mancato feeling con l'allenatore, un altro veterano del nostro calcio: Zdenek Zeman. Solo con l'arrivo di Dino Zoff sulla panchina la squadra si risolleva da una posizione rischiosa in classifica e Protti segna 7 goal, tra cui il memorabile pareggio al 92° nel derby contro la Roma. Grazie a questa rete ancora oggi viene ricordato dai tifosi biancocelesti che mai si dimenticheranno la gioia di un pareggio sotto la curva giallo-rossa ad opera di un piccolo grande eroe di provincia, che con la Lazio vincerà anche una supercoppa italiana nel 1998.
Purtroppo la parentesi laziale è breve e sfortunata, così come quella al Napoli dove segnerà solo 4 goal causa infortunio, indossando però la mitica maglia numero 10 di Diego Armando Maradona. Nonostante la stagione disastrosa conclusa con la retrocessione in serie B, Napoli ancora oggi omaggia spesso il piccolo bomber di provincia che anche nella città partenopea si fece notare per professionalità, passione e identità con la città e con i tifosi.
Protti scende quindi in Serie B ceduto in prestito, via Lazio, alla Reggiana dove segna 8 goal in 24 partite.
La terza svolta nella carriera di Igor, ormai 32enne, arriva però nel 1999 e lo farà litigare addirittura con il suo procuratore.
In quell'estate di fine-millennio, quando sulle spiagge italiane risuona 50 Special dei Lunapop, Protti riceve richieste di varie società, anche di serie A. Ma l'eroe romantico sogna testardamente, lotta per i più deboli, per la provincia, a lui non piace certo vincere facile. E qual era sempre stato il sogno di Igor?
Tornare a Livorno - che adesso milita ancora in serie C1 - per aiutare gli amaranto a tornare nelle serie che contano. E così quell'ultima estate del ventesimo secolo rimarrà nella storia del calcio italiano.
Igor Protti rifiuta la A, rifiuta gli ingaggi miliardari e torna nella città labronica accolto da migliaia di tifosi festanti e dalla gioia del presidente Aldo Spinelli che punta già alla massima serie in pochi anni.
I titoli dei giornali si sprecano, l'entusiasmo sale alle stelle; Protti, che in Puglia fu chiamato lo "Zar di Bari", a Livorno diventa addirittura "il capo degli Ultra", che bene identifica il suo attaccamento alla maglia e a quel sogno romantico che abbraccia la causa sociale e sportiva di una città con un'identità forte, originale e forse unica in tutta Italia.
Il primo anno in serie C non è ottimo per Igor. Segna 11 goal ma subisce una maxi-squalifica per un'espulsione rimediata nel derby contro il Pisa che gli fa capire che se vuole essere utile alla causa amaranto deve assolutamente ridurre l'impulsività da tifoso. Nel 2000-2001 sotto la guida di Jaconi, un altro mitico eroe calcistico di provincia, vince la classifica capo-cannonieri segnando 23 meravigliose reti. Il Livorno però perde la finale play-off contro il Como ed è tutto rimandato all'anno successivo.
Igor è ormai l'esempio di un calcio a misura d'uomo. Diviene il simbolo di un Livorno schiacciasassi con uno stadio che segna oltre 15.000 spettatori di media e, finalmente, dopo 30 anni arriva la serie B. Protti segna 27 reti (record per la C) e vince nuovamente la classifica marcatori. Il 28 aprile 2002 il suo goal promozione a Treviso - e soprattutto la sua acrobatica esultanza sulla rete del settore ospiti - diventa memorabile per tutta Livorno e per chi ama il calcio in generale.
Ma non è finita, perché l'anno successivo segna 23 reti e vince la classifica marcatori anche in B, diventando, insieme a Dario Hubner, l'unico calciatore a vincere in tre serie professionistiche differenti.
Protti vuole lasciare, l'eroe pensa di aver ormai raggiunto il suo obiettivo e vuole sparire dalle scene. Ma in realtà non è così, perché, come nel migliore dei romanzi ottocenteschi, la folla lo acclama e una sera dell'estate 2003 5.000 persone in piazza a Livorno lo implorano di rimanere e di portarle finalmente in serie A.
È un calcio di altri tempi. Fatto di lacrime e nottate insonni, di ricordi e di sogni, di identità e di rivalsa. È il calcio dell'eroico Igor Protti che decide di combattere ancora per il suo popolo. Alla guida di Walter Mazzarri e con un compagno come Cristiano Lucarelli, anche lui sceso di categoria per la causa amaranto, si compie un vero e proprio miracolo. Igor segna altre 24 reti, Lucarelli addirittura 29, e il 29 maggio 2004 a Piacenza, davanti a oltre 10.000 livornesi in trasferta, il Livorno torna in A dopo 55 anni.
Gli amaranto e Protti invadono le prime pagine dei giornali nazionali e le televisioni degli italiani, nell'epoca in cui non esistono ancora i social a farla da padroni. Orgoglio di tutte le provinciali, la squadra amaranto torna tra le grandi e sarà destinata anche negli anni successivi a farsi strada nella storia del calcio italiano.
E il nostro eroe? Dopo aver segnato altri 6 goal nella massima serie, a 37 anni decide di uscire dalle scene quel 22 maggio 2005, accompagnato dal frastuono dei 20.000 dello stadio Ardenza, con la memoria alle mille imprese di un bomber di provincia e a quel Tango da cui tutto partì 26 anni prima.
Non c'è più stato un giocatore così. Un campione che ha saputo coniugare il talento, la creatività, e la forza, con la passione, la professionalità, l'intelligenza e l'amore per le città per cui ha giocato. E nel Romanticismo, quello vero, il popolo mai si dimentica del suo eroe. Così è stato per Igor Protti, ancora oggi osannato da migliaia di tifosi nella sua Bari, nella sua Messina, nella sua laziale Roma e nella sua eterna Livorno.
Note di Regia - Luca Dal Canto
Il film nasce dal desiderio di raccontare una figura che appartiene non solo alla storia del calcio italiano, ma alla memoria emotiva di un 'intera generazione che con lui è cresciuta e che, grazie a lui, ha vissuto imprese altrimenti impensabili. Igor Protti diventa il punto di osservazione attraverso cui raccontare un 'epoca – quella degli anni Novanta e dei primi Duemila – in cui il rapporto tra sport, identità e appartenenza era ancora profondamente legato ai territori, alle periferie e alle comunità.
Il racconto non segue il trionfo ma il tempo che viene dopo, quando i cori dello stadio si attenuano e resta il legame tra un uomo e il suo popolo, anzi, i suoi popoli. Il film si apre infatti con il giorno dell 'addio al calcio giocato, il 22 maggio 2005, e da quel momento procede per ritorni e stratificazioni della memoria, mettendo in relazione il presente con le immagini d 'archivio e con i luoghi che hanno segnato la sua vita.
In questo percorso la figura del campione - e dell'eroe - si allontana dalla dimensione celebrativa per assumere quella di un uomo "solo" dentro il proprio tempo, in dialogo continuo con gli spazi che lo hanno formato. Il mare, elemento ricorrente nelle città in cui ha giocato, diventa una linea narrativa e simbolica che accompagna l 'intero film: un orizzonte davanti al quale la carriera sportiva si trasforma in esperienza umana, fatta di attese, ritorni e appartenenze.
Accanto alla dimensione pubblica, il film cerca poi quella privata e quotidiana, costruendo un ritratto in cui il gesto sportivo lascia il posto allo sguardo, alle pause, anche ai silenzi, e alla relazione con chi ha condiviso quel percorso. Le testimonianze di compagni di squadra, allenatori, giornalisti e studiosi si intrecciano con le voci dei tifosi e con i luoghi delle città, trasformando il racconto individuale in una storia collettiva. Nostalgia. Amore. Passione. Emozioni. Sì, sono proprio le emozioni quelle che si cerca di far rivivere attraverso questo documentario. Perché un eroe romantico cos'altro dovrebbe suscitare se non le più belle e tenere suggestioni che l'uomo può provare?
L 'uso del materiale d 'archivio, per il quale si è scelto di mantenere il tipico formato televisivo 4:3 che si fonde nostalgicamente con l'immagine cinematografica del racconto, non ha una funzione illustrativa, ma diventa materia viva che dialoga con il presente, come accade ai ricordi che continuano a esistere nel tempo di chi li ha vissuti.
"Igor. L 'eroe romantico del calcio" è così un film sulla fine di un 'età dello sport e sulla possibilità di un eroismo diverso, legato non alla vittoria ma alla fedeltà, alla fragilità, persino alla rinuncia per scegliere di aiutare caparbiamente i più "deboli", sportivamente parlando; ma anche alla libertà di lottare per un obiettivo e di sognare correndo a perdifiato sotto la curva dopo una rete, alla capacità di restare dentro la propria storia e dentro lo sguardo degli altri.
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