Trama
1964. Eugenio Monti, campione di bob, ha 36 anni, ha vinto quasi tutto, ma gli manca l'oro olimpico ed è deciso a conquistarlo ai Giochi Olimpici invernali di Innsbruck. Monti realizza un tempo eccezionale, ma durante la gara si accorge che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza pensarci un attimo, gli dà il suo. Un gesto di grande lealtà sportiva che permette agli inglesi di vincere l'oro, mentre l'Italia deve accontentarsi del bronzo. Per il suo eccezionale esempio di fair play, il Comitato Olimpico Internazionale premia Monti con il trofeo Pierre De Coubertin, considerato la più alta onorificenza per un atleta. L'episodio del bullone è il punto di partenza di un racconto che ripercorre i quattro anni che portano Eugenio Monti ("Rosso Volante", come lo soprannominerà il giornalista Gianni Brera per la sua audacia e il colore dei suoi capelli) a vincere l'agognata medaglia d'oro alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968. Quattro anni di tenacia, cadute e speranze di un campione di grande talento che ha sempre sfidato la vita. Una storia di sport, amore, amicizia, coraggio.
Info Tecniche
Cast
Cast e Ruoli:
Eugenio Monti
Gianni Brera
Linda Lee
Podar
Sergio Siorpaes
Adele (madre di Eugenio Monti)
Ugo (padre di Eugenio Monti)
Luciano De Paolis
Leonida
Altro cast:
Edizioni Musicali Raicom.
Supervisione post-produzione: Monica Verzolini.
Aiuto regia: Leonardo Santini.
Casting: Vincenzo Rosa, Centro Mira Topcieva.
Organizzatore Generale: Luca Improta.
Produzione: Gianluca Cannizzo (Produzione per Wonder Film S.R.L.), Giusi Buondonno (Produzione per Rai), Carla Di Tommaso (Produzione per Rai), Federica Rossi (Produzione per Rai), Giuseppe Del Bianco (Produzione esecutiva per Wonder Project), Cristiano Di Meo (Produzione esecutiva per Wonder Film).
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Note di Regia - Alessandro Angelini
Avendo a che fare con una storia vera, e quindi con dei personaggi realmente esistiti - alcuni dei quali, peraltro, ancora viventi - ho cercato di approcciare al film usando estrema delicatezza e assoluto rispetto verso chi quella storia l'ha vissuta in prima persona.
Evitando accuratamente di creare forzature o storture, ho "modellato" la sceneggiatura sulle figure degli interpreti proprio per realizzare un equilibrio quanto più profondo tra la pagina scritta e la verità della messa in scena.
Sono convinto che il set debba integrare e superare la pagina scritta. Di quest'ultima, deve certamente mantenerne le intenzioni ma non limitarsi a questo, quanto scendere ancora più in profondità. Il passaggio dal foglio alle azioni e ai movimenti degli attori deve essere curato in tutte le sue sfaccettature. È fondamentale. A volte, un dialogo funziona perfettamente nella fase della lettura ma quando lo si va a mettere in scena può risultare poco efficace.
In effetti, una battuta, per quanto ben scritta, può essere restituita con forza e precisione da uno sguardo, da un gesto, da un silenzio che riesce a condensarla rendendo la scena più autentica. Si tratta di una fase affascinante del lavoro di regia che mi fa pensare ad una partitura musicale: ci sono note di durata diversa e ci sono le pause. Si deve suonare ogni nota col giusto tempo ma si deve anche saper dare respiro alla melodia!
Per raccontare le due edizioni olimpiche (Innsbruck '64 e Grenoble '68) abbiamo studiato i filmati dell'epoca e ricostruito fedelmente lo spazio della pista e quello adibito alla stampa. Nonostante ciò, avevamo la sensazione che ci mancasse qualcosa. E alla fine, per integrare e dare maggiore credibilità alla messa in scena, abbiamo deciso di inserire nel film alcune immagini di repertorio. Una scelta azzardata? Non lo sappiamo. Di certo, una decisione coraggiosa con dentro una buona componente di ambizione e follia. Ma se il nostro intento era quello di raccontare le gesta di Eugenio Monti…, forse ci si doveva adeguare.
Ma questo implicava che tutto dovesse essere affrontato con estrema professionalità e allora, di concerto con il reparto fotografia, ci siamo messi a studiare le tecniche usate per riprendere i vecchi cinegiornali, quali fossero le ottiche utilizzate, la filosofia delle inquadrature, ecc. per poi riproporre un impianto simile che raccontasse gli eventi agonistici creati sul set senza creare strappi tra il presente e il passato.
Ritengo che il modo di riprendere dei cineoperatori ben si sposi con lo stile che volevo dare al film: vigoroso e quasi documentaristico nelle gare (per dare modo al pubblico di sentirsi in pista con Monti) e più statico e contemplativo (come le vette delle Dolomiti che fanno da cornice alla nostra storia) nei momenti in cui si racconta la vita privata di Monti. In questo secondo caso, la sua insofferenza, i suoi tormenti non sono dati dai movimenti della macchina da presa bensì dalla loro stessa tensione emotiva; durante queste scene, il mondo attorno a Eugenio è fermo, ben ancorato, quasi statico mentre è la sua sofferenza a muoversi e a muovere l'aria. In qualche modo, è come se le emozioni quali il travaglio interiore, il tormento, l'angoscia potessero essere comunicate dal loro essere in movimento al cospetto di un mondo esterno completamente fermo; come se l'inquadratura non fosse sufficiente a contenerle, in un'asfissiante ricerca di uno spazio vitale più ampio di quello concesso dalla macchina da presa.
Per quello che mi riguarda, questa scelta di riprendere con la macchina fissa le situazioni raccontate, da una parte esalta la bellezza dei paesaggi, la loro imperturbabilità, mentre dall'altra aumenta l'isolamento e la sofferenza del protagonista.
dal pressbook del film