The Mastermind

The Mastermind
The Mastermind di Kelly Reichardt - Poster
Film | 2025 | Stati Uniti | 110 minuti
Sceneggiatura: Kelly Reichardt
Uscito al cinema
The Mastermind

★ voto medio: 6 /10
(1 voto)
gradimento del pubblico: 60%

Trama

In una tranquilla periferia del Massachusetts intorno al 1970, J.B. Mooney, padre di famiglia disoccupato e ladro d'arte dilettante, decide di intraprendere la sua prima rapina. Dopo aver studiato il museo e reclutato i complici, ha un piano infallibile. O almeno così crede. 

Info Tecniche

Titolo italiano: The Mastermind
Titolo originale: The Mastermind
Uscite in Italia: 30 Ottobre 2025 al Cinema
Uscita al Cinema in Italia:
Distribuzione: MUBI
Date uscita internazionali: Venerdì 17 Ottobre 2025 - Stati Uniti
Durata: 110 minuti
Formato: Colore
Genere: Crimine
Lingua: inglese
Nazione: Stati Uniti

Cast

Sceneggiatura: Kelly Reichardt
Montaggio: Kelly Reichardt
Musiche: Rob Mazurek
Scenografia: Anthony Gasparro

Cast e Ruoli:
Josh O'Connor partecipa alla première di 'Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery' di Netflix, il 17 novembre 2025 a Los Angeles, California J.O.
Josh O'Connor

James Blaine Mooney
A.H.
Alana Haim

Terri Mooney
J.T.
Jasper Thompson

Tommy Mooney
B.C.
Bill Camp

Bill Mooney
H.D.
Hope Davis

Sarah Mooney
E.G.
Eli Gelb

Guy Hickey
C.D.
Cole Doman

Larry Duffy
C.L.
Carrie Lazar

Ms. Pitman
J.A.
Javion Allen

Ronnie Gibson
D.G.G.
Deb G. Girdler

Sostenitore Del Museo
R.H.
Richard Hagerman

Detetive Long
M.M.
Matthew Maher

Jerry l'autista
M.R.
Marc Ross

Mr. Ross
R.D.
Rick Dutrow

Teppista
C.H.
Clark Harris

Autista autobus
K.M.W.
Kevin Michael Walsh

Vicino di Cleveland
M.S.
Mauricio Soliz

Chef di Linea
A.P.
Ashlyn Porter

Bigliettaia
C.P.
Caleb Phillips

Ragazzo con Portafoglio

Altro cast:
Suono: Rob Mazurek, Daniel Timmons.

Produzione: Neil Kopp (Produzione), Vincent Savino (Produzione), Anish Savjani (Produzione).

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Curiosità

La Storia

Racconto di arte e crimine ambientato in un quartiere residenziale del Massachusetts nel 1970, The Mastermind, ultimo film di Kelly Reichardt, trasforma il classico caper movie in una pacata analisi delle decisioni di un uomo e delle loro conseguenze inaspettate. Josh O'Connor interpreta James Blaine Mooney, falegname disoccupato che non ha ancora soddisfatto le aspettative della sua comoda vita borghese e si dedica segretamente a furtarelli d'arte. Per fare soldi facili, Mooney pianifica il suo primo grande colpo con una banda di malviventi e organizza un'audace incursione in pieno giorno in un piccolo museo d'arte di provincia per rubare una serie di dipinti astratti dell'artista americano Arthur Dove. Quando la situazione precipita, il mondo di Mooney inizia a crollare. 
Come tanti dei protagonisti dei film di Reichardt - gli amici di mezz'età di Old Joy (2006), i personaggi alla deriva di Wendy and Lucy (2008), i coloni in difficoltà di First Cow (2020) – Mooney non sa cosa fare della sua vita e fatica a trovare una direzione. Immerso nella sonnacchiosa atmosfera dei quartieri residenziali del New England, The Mastermind rappresenta un'analisi introspettiva di Mooney e delle persone che lo circondano: suo padre, un rispettato giudice della zona (Bill Camp); sua madre, una donna fin troppo generosa (Hope Davis); sua moglie Terri (Alana Haim) e i loro figli Tommy (Jasper Thompson) e Carl (Sterling Thompson); e la scalcagnata banda di teppistelli di J.B. (Eli Gelb, Cole Doman e Javion Allen). The Mastermind offre tensioni rallentate al ritmo della quotidianità tramite una delicata modulazione del tempo che la regista aveva già esplorato nella sua avventura eco-terrorista Night Moves (2013). 
Analogamente, per certi versi, al rimaneggiamento del genere western messo in atto in Meek's Cutoff (2011), The Mastermind si appropria delle convenzioni del classico film sul colpo grosso ("I miei preferiti sono quelli di Melville", ha dichiarato la regista, citando i tardi neo-noir del regista francese, come I senza nome [1970] e Notte sulla città [1972], "e i 'romanzi duri' di Georges Simenon, in cui i personaggi sono irrimediabilmente spacciati"). Sovvertendo la struttura temporale tipica di questo genere, la storia di Reichardt fa avvenire il colpo nel primo quarto del film e utilizza il resto del tempo per raccontarne le conseguenze. "È un film sul dopo, un film su come tutto va a rotoli", racconta. Questo tipo di struttura si ripresenta, in alcune scene, persino a livello di sequenze e riprese, che magari cominciano giusto qualche secondo dopo che si è verificata un'azione decisiva, con la telecamera che sceglie di indugiare sulle reazioni e sul processo mentale dei personaggi. Proseguendo un fil rouge che unisce tutta la carriera della regista, The Mastermind esamina quello che succede a una persona, e a chi la circonda, quando le conseguenze delle sue azioni si fanno chiare.

Origini e Ispirazioni

"Negli anni '90 avevo pensato di girare un film su un furto d'arte in Super 8", racconta Reichardt, "quindi è da un po' che quest'idea mi frulla in testa. Qualche anno fa, lessi un articolo sul cinquantesimo anniversario di un furto d'arte avvenuto al Worcester Art Museum in Massachusetts, a cui avevano partecipato alcune adolescenti. Era un'immagine divertente, e fu quella a dare il via a tutto". L'evento, ormai divenuto leggenda nella zona, si verificò il pomeriggio del 17 maggio 1972, quando alcuni uomini armati trafugarono due Gauguin, un Rembrandt e un Picasso. In un'epoca in cui la sorveglianza elettronica di massa non esisteva ancora, i furti di famose opere d'arte erano molto più comuni di oggi. Alcuni dei più famosi di quegli anni furono quello di un Caravaggio da una cappella palermitana nel 1969, l'enorme bottino di 18 dipinti e 39 gioielli del Montreal Museum of Fine Arts del 1972 e la sottrazione, per mano dell'IRA, di quadri di Rubens, Goya, Vermeer e Gainsborough, per un valore complessivo di 20 milioni di dollari, dalla tenuta di un politico britannico nel 1974. 
"Prima del Gardner Museum, cose di questo tipo erano molto più frequenti", dice Reichardt riferendosi al famigerato colpo del 1990 presso l'istituto bostoniano, che rimane il furto d'arte più famigerato della storia. La trama di The Mastermind è un mix ("una macedonia", come lo definisce lei) di tanti fatti di cronaca di quegli anni. "C'è ancora gente che ruba opere d'arte così. Proprio mentre stavamo girando, in Ohio un ragazzo ha rotto una finestra e si è introdotto nel campus del Bard College [dove Reichardt insegna dal 2006] per rubare due dipinti e poi sparire nel bosco. È stato individuato grazie a un drone con termocamera".
Il furto di The Mastermind si svolge a Framingham, Massachusetts, un comune solitamente tranquillo a metà strada tra Worcester e Boston. Nella storia di Reichardt, J.B. Mooney e i suoi complici rubano una serie di dipinti dal finto museo della città (nel 1970, la vera Framingham vantava sia un'università che una prigione femminile, ma nessun museo). La cineasta ha deciso di evitare i grandi capolavori che i veri criminali dell'epoca sembravano preferire. "J.B. non è così ambizioso. Sceglie dipinti che conosce e con cui sente di avere un legame", spiega. 
L'obiettivo sono invece le opere di Arthur Dove, uno degli artisti preferiti di Reichardt. 
Modernista influente ma poco conosciuto, spesso citato come il primo pittore astrattista degli Stati Uniti, Dove fu attivo nella prima metà del XX secolo fino alla sua morte, avvenuta nel 1946. "Poteva essere qualcuno come Milton Avery", dichiara Reichardt, "ma ho scelto Dove già nella prima bozza della sceneggiatura, perché nonostante avessi pensato ad altri nomi continuavo a tornare a lui. Intanto perché ha un nome che si inserisce perfettamente nel contesto del film, e poi perché l'amico di un amico, Alec MacKaye, lavora alla Phillips Collection, dove sono esposti dei dipinti di Dove. Pensai che Alec ci poteva essere utile mentre cercavamo di capire dove cercare delle riproduzioni per il nostro museo" (la Phillips Collection di Washington ospita la più grande collezione di dipinti di Dove del mondo). Pur passando davanti a opere più famose di altri artisti, la gang di Mooney ruba quattro dipinti di Dove: Willow Tree (1937), Yellow Blue Green Brown (1941), Tree Forms (1932) e Tanks & Snowbanks (1938). Tra le opere esposte si intravede anche Red Sun (1932), uno dei quadri più famosi del pittore. 
"Tony Gasparro e il suo team hanno ricreato un museo intero in un vecchio magazzino", dichiara Reichardt. "È stato esaltante vedere il nostro progetto prendere vita: abbiamo eretto pareti, dipinto le tavole, creato una struttura, gli artisti hanno riprodotto le opere di Dove e i falegnami locali hanno lavorato indefessamente. Un membro del team, Jeff Crowe, ha realizzato delle miniature delle teche di vetro da costruire. Allo stesso tempo, Christopher Blauvelt e i suoi collaboratori hanno progettato le luci. Era bellissimo, dopo un giorno passato a cercare location, arrivare al magazzino e vedere i progressi fatti in qualche ora. Una volta costruito il museo, asciugata la pittura e appesi i quadri, il reparto artistico ha organizzato un'inaugurazione per tutti i carpentieri. I tirocinanti giravano con cracker e pezzi di formaggio sui vassoi, una cosa carinissima. Poi, dopo aver girato per un paio di giorni, abbiamo smontato tutto e donato i materiali a un sacco di posti diversi, come se non fosse mai successo niente". 
Per gli esterni del museo, il team di Reichardt ha girato presso la Cleo Rogers Memorial Library di Columbus, Indiana. Ultimato nel 1969, l'edificio fu progettato dall'architetto I. M. Pei con l'intenzione di riqualificare il centro città. La biblioteca è un umile edificio di mattoni modernista che si affaccia su una piazza circolare al centro della quale sorge una monumentale statua di bronzo di Henry Moore (Large Arch, 1971). Questo piacevole e accogliente spazio pubblico rappresenta un elegante promemoria degli ambiziosi e ottimistici progetti civici intrapresi mezzo secolo fa, a cui la splendida fotografia di Christopher Blauvelt ridona il lustro di un tempo.

J.B. Mooney e la sua cerchia

"Il film ha tanti toni diversi", afferma Reichardt. La difficoltà principale nella scelta degli attori è stata proprio "cercare di ottenere questi toni diversi, questi diversi stili di recitazione, da mescolare e far interagire tra loro. La direttrice del casting, Gayle Keller, ci ha aiutati a trovarli molto prima di iniziare le riprese". 
Reichardt ha affidato il ruolo del protagonista J.B. Mooney all'attore inglese emergente Josh O'Connor, fresco fresco della sua prima produzione statunitense, Challengers di Luca Guadagnino (2024). "Challengers me lo sono perso, ma avevo visto in La terra di Dio (2017) quando era uscito e poi in The Crown, dove utilizzava una voce e una postura completamente diverse. Ci ha presentati il mio amico Karim Aïnouz, quando ormai Josh aveva recitato anche nel bellissimo La Chimera (2023) di Alice Rohrwacher". O'Connor è rimasto entusiasta della sceneggiatura di The Mastermind e del personaggio di J.B., un uomo abbastanza intelligente da mettersi nei guai, ma non abbastanza da uscirne. "Josh aveva un motto che ripeteva prima di ogni scena", racconta Reichardt. "Lo diceva a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo: 'Questa è un'idea geniale', riferito al furto dei quadri. Magari un macchinista stava staccando il sedile posteriore di un'auto e Josh gli diceva: 'Sai, Bruce, questa è proprio un'idea geniale', oppure Chris Carroll, l'assistente alla regia, stava mettendo in fila le comparse e Josh gli diceva: 'Chris, penso che questa sia proprio un'idea geniale". 
Il mondo di The Mastermind comprende tre generazioni del clan Mooney. La prima metà del film esplora con attenzione il rapporto di J.B. con i genitori, la moglie e i due figli. "È un caper movie, ma in un certo senso il tema principale sono le dinamiche familiari e amicali. Mooney sta per far esplodere il suo mondo e per farlo, consciamente o inconsciamente, ha scelto di rubare i quadri". 
Per aiutare il cast a immergersi nella mentalità della fine degli anni '60 e inizio '70, la regista chiese anche ai membri della famiglia di guardare e studiare il documentario The Plaint of Steve Kreines as Recorded by His Younger Brother Jeff (1974), uno dei primi film di Jeff Kreines. Reichardt dice: "Era un bel modo per dare agli attori, che non si erano mai visti prima, qualcosa di cui parlare, dato che l'avevano guardato tutti". Pioniere del cinema indipendente, Kreines è meglio conosciuto per due lungometraggi girati con il compagno Joel DeMott, Demon Lover Diary (1980) e Seventeen (1983), di cui Reichardt è una grande ammiratrice. Come indica il titolo, Plaint, girato in stile cinéma-vérité, è un ritratto proprio della famiglia regista che racconta il momento in cui il 22enne Steve va via di casa. L'opera di Kreines ha colpito in particolar modo Hope Davis, che interpreta la madre di J.B. "È rimasta assolutamente affascinata dal film. Per quanto io l'avessi visto un sacco di volte e pensassi di conoscerlo a memoria, c'erano dei dettagli a cui non avevo mai fatto caso che mi ha fatto notare Hope. Gli attori si ritrovavano su Zoom per esercitarsi con l'accento di Framingham (Bill Camp è della zona di Worcester) e alla fine tornavano sempre a parlare del film di Kreines". 
La costumista Amy Roth e la sua squadra "hanno fatto in modo che tutti si sentissero comodi e a proprio agio nei vestiti", racconta Reichardt. "Abbiamo modellato il look di Mooney su Jasper Johns da giovane. Bill l'abbiamo vestito come il padre di Plaint, con i pantaloncini corti a vita alta. Il giorno in cui abbiamo girato con Bill in salotto, ho visto che Amy piangeva e quando le ho chiesto come mai, ha risposto che i pantaloncini di Bill non erano abbastanza alti in vita".

I figli di Mooney sono interpretati da due gemelli eterozigoti, Jasper e Sterling Thompson. "Sono gemelli, ma sono molto diversi e hanno ciascuno la sua personalità", afferma la regista. "All'inizio, durante le audizioni dei bambini, Lynn Meyers e Becca Schall, le responsabili del casting in Ohio, facevano leggere delle battute ai candidati, ma hanno ben presto deciso di accantonare quell'approccio. Hanno invece cominciato a parlare con i bambini, a chiedere loro della scuola e dei loro amici. Jasper e Sterling si sono presentati separatamente. Li ho visti in gruppi diversi, ma facevano entrambi morire dal ridere. Non avevo idea che fossero imparentati. Pensavo che fosse straordinario, aver trovato questi due bambini simpaticissimi. I fratelli vivono a Louisville, Kentucky, e alla fine ci siamo incontrati da Graeter's Ice Cream, a Cincinnati, insieme alla loro mamma. Erano molto più alti di quanto avevo immaginato e facevano quella cosa tipica dei gemelli, che finiscono uno le frasi dell'altro. Erano fantastici, e anche la loro mamma. Una mattina, Josh e Alana hanno portato i ragazzi a fare colazione e quando sono tornati avevano già creato un loro mondo di battute e indovinelli, che probabilmente continuano a ripetersi via e-mail". 
Come i sette lungometraggi precedenti della regista, anche questo è prodotto da Neil Kopp, Anish Savjani e Vincent Savino. "Nessuno ha mai visto Vincent fisicamente, ma contiamo tutti su di lui. Neil e Anish sono state le prime persone a cui ho inviato la sceneggiatura. La leggono sempre prima che sia anche solo lontanamente pronta, in modo da cominciare a riflettere su come poterla realizzare. Dopodiché, assistono a ogni possibile fase del film, dall'inizio alla fine".

Suoni e colori del 1970

Per perfezionare l'aspetto che volevano conferire a The Mastermind, Reichardt e Blauvelt hanno riguardato i film degli anni '70 del direttore della fotografia olandese Robby Müller, in particolare le smorzate combinazioni cromatiche nei toni del marrone de L'amico americano (1977). "Anni fa, io e Christopher abbiamo avuto la possibilità di vedere Città amara (1972) di John Huston sul grande schermo. Penso che quel film faccia parte del nostro DNA condiviso. Come tante persone della mia età, non posso sfuggire all'influenza di grandi nomi della fotografia, tra cui Stephen Shore e William Eggleston". 
Più il film avanza, più le ambientazioni, in gran parte esterne, lasciano spazio a sfumature via via più scure. Reichardt si è fatta attrarre sempre di più dalle tonalità fosche delle scene notturne, che consentono di realizzare movimenti delicati e catturare piccoli dettagli su uno schermo buio. Il risultato è un effetto visivo d'impatto esplorato ampiamente con Blauvelt in una precedente collaborazione, First Cow, la cui storia si svolge per lo più di notte. In questa pellicola, l'oscurità incombente delle immagini riflette il crescente isolamento del protagonista. "Di solito, i direttori della fotografia vogliono un sacco di luce e il regista deve combattere per girare scene buie", osserva Reichardt. "O almeno così mi sembra. Ma sia io che Christopher adoriamo le scene notturne. È complicato, bisogna stare attenti a non farsi prendere la mano. A volte non ci tratteniamo, quindi giriamo delle scene praticamente nere. Josh continuava a dire che poteva anche recitare male, perché tanto non lo avrebbe visto nessuno". 
Le musiche del film sono state affidate a Rob Mazurek, membro della band jazz Chicago Underground Trio, che ha collaborato con Chad Taylor e una serie di bassisti e percussionisti. Mazurek e Taylor hanno entrambi composto degli assoli, rispettivamente alla tromba e alla batteria, e i brani sono stati registrati in due studi, uno a Philadelphia e l'altro a Marfa, Texas. Avere una colonna sonora completamente jazz è una novità per Reichardt, che nei suoi titoli precedenti ha utilizzato questo genere solo in poche occasioni. Ma mentre scriveva la sceneggiatura di The Mastermind, ricorda, ascoltava dischi di Sun Ra, Pharaoh Sanders, John Coltrane e Bill Evans, che hanno finito per plasmare l'atmosfera del film. 
Nessun film ambientato negli anni '70 che si rispetti può rinunciare alle massicce automobili statunitense di allora, elementi chiave dell'immaginario cinematografico dell'epoca. The Mastermind non fa eccezione: il guru delle auto Tim Wells ha radunato una grande varietà di macchine vintage, dalla Chevy Nova dorata del '64 di Mooney al maggiolone Volkswagen verde di Terri, ma anche Ford, Dodge, Oldsmobile e Buick. "Le auto venivano da tutto il Paese, e almeno una l'abbiamo trovata in una discarica", riferisce Reichardt. "Quando si vede Terri uscire in retromarcia dal garage, la vernice sul maggiolone è ancora fresca". 
Alcune delle scene più decisive e memorabili del film si svolgono proprio in queste auto. "È stato un sogno poter finalmente girare in queste macchine così spaziose, con finestrini grandi, sedili bassi, un sacco di spazio per piazzare le telecamere nel posto giusto, per non parlare dei colori e dei modelli", dice la regista. "Era bellissimo vedere tutte quelle auto insieme. La prima cosa che sapevo di volere nel film era un museo con una rotonda che permettesse loro di arrivare proprio davanti all'ingresso. Non era facile, perché immagino che i musei avessero capito che le rotonde permettevano ai ladri di scappare più velocemente con la refurtiva. Un sacco di musei avevano delle rotonde del genere, ma sono gradualmente scomparse. Abbiamo avuto fortuna  a trovare la biblioteca in Indiana, che aveva una rotonda con al centro una scultura gigante di Henry Moore". Jane Streeter e il suo team hanno trovato tutte le altre location nella zona di Cincinnati e nei dintorni. 
Per tutto il film, radio e televisioni danno notizie della guerra del Vietnam, ma sempre in sottofondo, in modo obliquo. "All'epoca, una delle tre emittenti principali mandava filmati della guerra e dei soldati avanzavano nella giungla", racconta Reichardt, "lunghissime scene drammatiche girate in 16 mm". Secondo la cineasta, questo riflette il clima politico attuale, in cui i media continuano a inframezzare la vita quotidiana con scene di violenza provenienti da lontano. "Ovviamente c'è molto più controllo sui media, non c'è più lo stesso tipo di accesso, ma ieri, ad esempio, ascoltavo un podcast in cui alcuni medici riferivano il numero di bambini di Gaza che hanno ricevuto ferite d'arma da fuoco alla testa", continua. "Una cosa atroce. E un minuto dopo, stavo andando in una galleria nel sud di Manhattan ed ero seduta in una sala piena di quadri in cui c'erano dei miei amici che suonavano, altre persone accoccolate per terra e sui divani ad ascoltare questa bella musica, bambini che correvano, cani che entravano e uscivano. E mi fa effetto, pensare che queste due realtà coesistano. Questi orrori fanno irruzione nel tuo mondo, ma poi continui a vivere la tua vita. Eppure sono come una spada di Damocle appesa su tutte le nostre teste, come un dolore condiviso". The Mastermind esplora questa idea attraverso Mooney, che si aggrappa "alla possibilità di separare la propria identità da quello che succede al di fuori. A me sembra che tutti siano molto più connessi di così".


dal pressbook del film

Eventi

• Presentato in Concorso al 78. Festival di Cannes.

The Mastermind di Kelly Reichardt - Poster