Anemone, la recensione: il ritorno di Daniel Day-Lewis nell'esordio alla regia di suo figlio Ronan

Il grande ritorno sugli schermi di Daniel Day-Lewis avviene con il debutto alla regia di suo figlio Ronan, un dramma familiare dai riferimenti storici e le immagini simboliche interpretato anche da Sean Bean e Samantha Morton.
Anemone di Ronan Day-Lewis, scena da trailer

Ancora prima di conoscerne il risultato finale e l'accoglienza di pubblico e critica, Anemone è stato comunque uno di quei film che hanno fatto parlare di sé fin dalle prime fasi della lavorazione, per poi arrivare in sala quasi con il sapore dell'evento: il film segna infatti il ritorno sulle scene, dopo un esilio volontario, di Daniel Day-Lewis: quello che è comunemente definito uno dei più grandi interpreti viventi, vincitore di 3 premi Oscar, aveva annunciato infatti di voler lasciare la recitazione dopo le riprese del film Il filo nascosto (2017) di Paul Thomas Anderson. Con quella che può essere definita come una toccante intesa familiare, c'è voluto un regista molto speciale per farlo tornare davanti alla cinepresa: si tratta infatti di suo figlio Ronan Day-Lewis, al suo debutto con una sceneggiatura firmata a quattro mani da padre e figlio.

La storia di Anemone inizia quando un uomo di nome Jem (Sean Bean) si mette in viaggio dalla cittadina nel nord dell'Inghilterra in cui vive, per andare alla ricerca del fratello Ray (Daniel Day-Lewis) che da molti anni ha abbandonato la civiltà per andare a stabilirsi in una sperduta capanna in mezzo ai boschi, interrompendo i contatti con il resto del mondo (e chissà se non ci sia un velato paragone con il percorso professionale del suo interprete); Jem però si è recato dal fratello per un motivo preciso, sperando che solo lui possa risolvere una questione che sta tormentando tutta la famiglia: suo figlio Brian (Samuel Bottomley, che alla Festa del Cinema di Roma è stato protagonista anche di California schemin', debutto alla regia di James McAvoy) sta passando un periodo difficile e si è messo nei guai a causa di un episodio di violenza; Nessa (Samantha Morton), la madre del ragazzo, ha scritto una lettera a Ray nella speranza di poter aiutare il figlio facendogli ottenere le risposte che cercano da anni.

Nel descrivere questo esordio possiamo premettere che Ronan Day-Lewis (la cui madre è la sceneggiatrice, regista e scrittrice Rebecca Miller, a sua volta figlia d'arte dato che suo padre era il celebre drammaturgo Arthur Miller) ha una formazione artistica nel campo della pittura, e questo è ben evidente dalla sua opera prima che va guardata, prima ancora di essere ascoltata. Il neoregista sicuramente mostra gusto nella composizione delle inquadrature, valorizzando gli scenari naturali con una grande attenzione a luci e colori, tanto che certe scene sembrano davvero dei quadri all'interno dei quali si muovono i personaggi.
È dunque un film che ai pochi dialoghi alterna lunghi silenzi in cui sono immagini e suoni a parlare, dilatando così i tempi prima delle attese rivelazioni: su tutta la storia aleggia infatti un grande mistero, cioè il vero motivo della fuga di Ray, una circostanza che, viene detto nel film, negli anni ha dato adito a voci e sussurri non confermati, e a cui si collegano quindi anche i rapporti familiari tesi e carichi di non detti, memorie traumatiche, dubbi e rancori.
Quello che è stato da subito individuato come punto debole del film è una sceneggiatura non abbastanza solida né compatta: effettivamente la regia non sembra riuscire sempre a trovare un perfetto equilibrio nei tempi e nel ritmo del racconto, rischiando l'esercizio di stile che indugia su metafore e immagini simboliche, già a partire dal titolo, ma che diventano evidenti e fin troppo preponderanti, quasi mistiche, soprattutto sul finale; si poteva puntare allora a un'opera ancora più ermetica e astratta, più simile a un'esperienza audiovisiva, invece così il pubblico resta comunque incuriosito nell'aspettativa di rivelazioni e risoluzioni che però, quando arrivano, rischiano di risultare un po' sottotono e quindi insoddisfacenti: alcuni elementi di una realtà dura e cruda riportano bruscamente la storia su un piano concreto, che tira in ballo anche un contesto storico e socio-politico, ma le tematiche affrontate appaiono un po' banali perché già viste e sentite; la storia, insomma, ha un'atmosfera solenne ma non così complessa e profonda come forse era nelle intenzioni.
La struttura narrativa di Anemone è quindi piuttosto sfumata e disarticolata, a cui fanno quasi da perno lunghi monologhi affidati a Ray, e in questo il film sembra davvero concepito per dare ampio risalto al carisma di Daniel Day-Lewis; il risultato però è che gli altri personaggi rimangono appena abbozzati a partire da Jem, che in molte scene si limita a fare da spalla al fratello, letteralmente lasciato in secondo piano e messo ai margini anche dalle inquadrature, mentre a Nessa rimane qualche momento incisivo.

Anemone è dunque un esordio ambizioso, che possiede senz'altro un certo fascino visivo e un cast di validi interpreti, ma non è ancora accompagnato da una sceneggiatura altrettanto forte, con qualche carenza e incongruenza di trama, che lo rendono un film a suo modo toccante e sincero ma imperfetto.