Aragoste a Manhattan, la recensione: una tragicommedia corale nella cucina di un ristorante
Nel cuore di New York si erge The Grill, il ristorante dentro cui è quasi interamente ambientato il film Aragoste a Manhattan; è lì che una mattina approda Estela (Anna Diaz), giovane immigrata messicana che non parla inglese ma spera di farsi assumere, anche con un piccolo inganno, sapendo di trovarvi un vecchio amico di famiglia, il cuoco Pedro (Raùl Briones): quest'ultimo è innamorato della cameriera Julia (Rooney Mara) e i due devono prendere una decisione molto importante riguardo al loro futuro; nel frattempo Luis (Eduardo Olmos), il manager del ristorante, sta indagando sulla sparizione di una grossa somma di denaro da una delle casse. Nel corso di una folle, caotica giornata di lavoro vedremo dipanarsi una serie di storie che si intrecciano, dai sogni agli amori alle tensioni che montano fino a straripare (letteralmente).
Il film è scritto e diretto dal messicano Alonso Ruizpalacios, (regista anche di Museo-Folle rapina a Città del Messico, con Gael Garcìa Bernal), ispirandosi alla pièce teatrale The Kitchen (il titolo originale del film è proprio La Cocina), scritta nel 1957 dal drammaturgo inglese Arnold Wesker, e già portata sul grande schermo in un film del 1961, ma il regista va anche a prendere spunto da Cafè Paraiso, cortometraggio da lui stesso diretto nel 2008. Nel trasporre la storia dal Regno Unito a New York, in questa versione quindi i personaggi non sono più europei, ma per lo più latinoamericani, o immigrati di seconda generazione, oltre a qualche arabo. La cucina di The Grill è dunque una babele linguistica e culturale che riunisce in sé il melting pot tipicamente statunitense, e questo microcosmo offre una visione amara del proverbiale sogno americano: all'apparenza c'è un clima di colorita goliardia, in cui ci si scambia insulti e appellativi vari (a volte più affettuosamente, altre meno) e nelle pause si confidano sogni e speranze, ma c'è anche una certa diffidenza o quantomeno sfiducia su come la loro sia una realtà fatta di rapporti effimeri, tra aspirazioni irrealistiche, amori impossibili, aspettative su documenti e permessi regolari che invece sono destinati a rimanere un miraggio, e quindi come una vera e propria coesione sia una prospettiva poco realistica. Ne sono un esempio proprio Pedro e Julia: lui sospettato di volere una gringa solo per poter ottenere un visto, lei per cui lo spagnolo continua a essere una lingua misteriosa ed esotica, e che si rivela poco incline a condividere parti molto importanti del suo passato (e presente).
Soprattutto negli ultimi tempi cucine e chef sono diventati una presenza fondamentale sui nostri schermi, pensiamo naturalmente agli innumerevoli talent, reality e cooking show, ma anche in ambito di fiction i ristoranti sono scenari in cui si sviluppano i generi più disparati, dalla commedia al dramma, dal thriller all'horror, e in cui spesso si dipanano le angosce esistenziali dei protagonisti: pensiamo a una serie tv come l'acclamatissima The Bear, mentre al cinema possiamo citare, per fare un esempio recente, Boiling Point-Il disastro è servito (2021), tra l'altro girato virtuosisticamente tutto in un unico pianosequenza.
Nel caso di Aragoste a Manhattan il titolo scelto dalla distribuzione italiana (nel film si fa riferimento a quello che un tempo era un pesce "povero" e adesso viene considerato una prelibatezza da ricchi) potrebbe risultare un pizzico fuorviante lasciando immaginare un film più "culinario", in cui si esaltino la preparazione e il consumo del cibo con toni evocativi da gourmet: in realtà di questa cucina vediamo principalmente il caos, il frastuono, i macchinari che diventano oggetti ostili, mentre la sala e i commensali rimangono per lo più fuori campo.
È un film in cui sicuramente l'aspetto stilistico ha una certa importanza: dall'affascinante bianco e nero, che in un certo senso serve anche a collocare la storia in una dimensione sospesa, atemporale, ai virtuosismi registici che si traducono in movimenti di macchina, sfruttando al massimo gli spazi ristretti, con il ritmo a volte frenetico e nervoso, a volte improvvisamente statico e quieto; il tutto accompagnato da una colonna sonora eclettica e imponente.
La pellicola mantiene il suo impianto teatrale, anche nella coralità, con un cast eterogeneo in cui l'unica star a livello internazionale è Rooney Mara, e dove i personaggi non sono necessariamente gradevoli, anzi con molte ombre, talvolta arroganti o individualisti, spesso inaffidabili e inclini a scatti d'ira.
Con i suoi 140 minuti di durata il film si prende il suo tempo per immergerci nella storia, che oscilla tra le minuzie di una realtà spesso duramente concreta e, all'opposto, un'atmosfera più astratta, quasi onirica in certi momenti. Può esserci il rischio di un compiaciuto esercizio di stile, ma nel complesso Aragoste a Manhattan è un film con un suo fascino e una sua originalità, una tragicommedia che riesce a restituire uno sguardo parzialmente inedito sulle cucine di un ristorante.