Bird, recensione del film di Andrea Arnold
Già premiato come Miglior film internazionale nella sezione Alice nella città durante la Festa del Cinema di Roma, arriva adesso nelle nostre sale Bird, nuovo film della regista inglese Andrea Arnold. La storia si svolge in una cittadina costiera nel nord del Kent, e ha per protagonista Bailey (l'esordiente Nykiya Adams), dodicenne che trascorre le sue giornate in quel panorama desolato umanamente e geograficamente, tra fatiscenti casermoni occupati, baby gang di adolescenti che si definiscono vigilanti, e che passa molto tempo in solitudine, lontano dal caos della sua famiglia caotica e decisamente allargata: abita con il giovanissimo e scapestrato padre Bug (Barry Keoghan), che ha appena annunciato di volersi sposare con la sua ultima fiamma, mentre sua madre Peyton (Jasmine Jobson) ha un nuovo compagno violento e inaffidabile; in mezzo, una quantità di altri fratelli e sorelle nati da relazioni presumibilmente più o meno occasionali. Un giorno Bailey si imbatte in Bird (Franz Rogowski), un tipo dall'aria stramba e dall'oscuro passato che dice di essere in cerca della sua famiglia: i due finiranno per stringere un'inaspettata intesa, cercando di aiutarsi a vicenda e finendo forse per trovare il proprio posto nel mondo.
Il film è scritto e diretto da Andrea Arnold (anche vincitrice di un Oscar per il suo cortometraggio Wasp), una filmmaker apprezzata soprattutto per i suoi drammi sociali e familiari, come Red Road oppure Fish Tank (con un allora emergente Michael Fassbender) che ha ritratto più di una volta la realtà dura e cruda delle periferie suburbane e le fasce più emarginate e disagiate. Anche Bird rientra in questo genere, con una storia che coniuga uno stile quasi documentaristico, con uso abbondante della camera a spalla (oltre al cellulare con cui la stessa protagonista filma e documenta in continuazione ciò che vede e chi incontra), a tocchi di realismo magico; così lo squallore si mescola alla poesia che si trova nel quotidiano, a partire dalla presenza ricorrente del mondo animale, che nel film ha un ruolo fondamentale: innanzitutto i nomi di alcuni degli stessi personaggi, (in alcuni casi impressi in modo indelebile sulla pelle con un tatuaggio) da Bug a Bird, e poi le farfalle e gli altri volatili con cui Bailey sembra avere un rapporto speciale, cani e cavalli, fino al rospo dalle presunte proprietà allucinogene con cui qualcuno spera di diventare ricco.
Per certi versi il film descrive situazioni già raffigurate più volte sullo schermo, con uno stile naturalistico, che indugia anche sui silenzi contemplativi dilatando così i tempi per una durata che arriva a sfiorare le due ore; è nella parte finale comunque che la storia entra davvero nel vivo, riannodando i fili narrativi in un modo che unisce la concretezza alla fantasia, l'affetto al dolore, la tristezza alla speranza, il tutto attraversato da un'ironia amara ma pratica, e da cui traspare l'affetto che si finisce per provare per questi personaggi sbandati ma probabilmente più sinceri e autentici di tante persone; questo è anche merito del cast che schiera, oltre alla rivelazione della giovane protagonista, due dei nomi più richiesti e interessanti dell'attuale cinema europeo e non solo: l'irlandese Keoghan, (già candidato all'Oscar per Gli spiriti dell'isola) e il tedesco Rogowski (che ricordiamo anche in produzioni italiane, come Freaks out, Lubo e Disco Boy).
Sulle note di una colonna sonora che, fra Blur, Verve e Coldplay, attinge a piene mani al pop-rock britannico, con un tocco di eurodance, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila (c'è addirittura, in un giochino metacinematografico, un riferimento esplicito al brano Murder on the dancefloor, riportato in auge dal film Saltburn, interpretato proprio da Keoghan), Bird si propone come una storia di formazione dal sapore amaro ma in fondo consolatorio, in fondo senza tempo ma con i volti del cinema di oggi e anche di domani.