Blur: To the end, recensione del documentario sulla reunion della band inglese
"Sembra che siamo arrivati alla fine" cantavano i Blur in To the end, uno dei brani del loro album Parklife (1994), di cui nel 2024 si sono celebrati i trent'anni dall'uscita; nello stesso anno è stato presentato il documentario Blur: To the end, al cinema in Italia dal 24 al 26 febbraio 2025: il film ripercorre la reunion della band all'inizio del 2023, che ha visto i componenti radunarsi per registrare il loro primo disco di inediti in otto anni (The Ballad of Darren, arrivato al numero uno delle classifiche britanniche) ed esibirsi nuovamente insieme in una serie di live, culminati in due concerti sold out allo stadio di Wembley.
I membri della band hanno attraversato, lo ricordano loro stessi nel film, diversi alti e bassi sia a livello professionale che personale, con lunghi intervalli di silenzio tanto musicale quanto nei rapporti tra di loro. Così, Blur: To the end ha inizio quando tutti e quattro, vale a dire il cantante e frontman Damon Albarn, il chitarrista Graham Coxon, il bassista Alex James e il batterista Dave Rowntree, si ritrovano in un casale di campagna tra boschi, ruscelli e galline (loro che trovarono il loro primo numero uno in classifica con il brano Country House, nel 1995) per la realizzazione dell'album, concepito da Albarn durante il tour con i suoi Gorillaz nel 2022; i quattro Blur come appaiono nel film contemplano il proprio percorso artistico di ieri e di oggi, animati dal consueto entusiasmo nei confronti della musica ma anche da una sorta di disincantata cautela, consapevoli che esuberanza e smanie giovanili prima o poi lasciano il passo a una visione più lucida e pacata; si mostrano senza filtri anche appesantiti, mentre si tuffano un po' goffamente nel gelido mare inglese, o doloranti e claudicanti per qualche infortunio sportivo, scherzando così sugli inevitabili acciacchi dell'età.
Il film, diretto da Toby L. (già al lavoro su documentari e video musicali per nomi come Liam Gallagher, Florence and the Machine, Rihanna e Bastille) è sostanzialmente un dietro le quinte della reunion, che mi muove nel presente con uno sguardo al passato: ci sono parecchie immagini d'archivio, ma non si ripercorre in modo didascalico, didattico e cronologico la carriera dei Blur, dagli inizi di fine anni '80 all'apice del successo che ne fece uno dei gruppi più rappresentativi (insieme ai rivali storici Oasis) dell'epoca d'oro del Britpop; è una cronaca che racchiude un viaggio, musicale quanto umano, che va dagli anni scolastici degli amici d'infanzia Damon e Graham, fino al ritrovato spirito di gruppo di una band che ancora oggi, come viene brevemente mostrato attraverso qualche commento dei fan, raduna attorno a sé un pubblico anagraficamente eterogeneo.
Senza entrare più di tanto nel merito della composizione dei brani, nelle scelte sia liriche che musicali, il film si concentra soprattutto sulla ricerca e la conferma della propria identità sia di uomini che di musicisti, in evoluzione parallelamente al passare degli anni, combinata alla necessità di restare coerenti con se stessi: una personalità artistica che è quella impressa in tanti testi e video, un personaggio pubblico con un ego che è sia individuale che di gruppo, con le difficoltà intrinseche nel portare avanti una relazione (umana e artistica) dalla durata pluridecennale, e che richiede impegno come tutti i rapporti.
Una volta iniziata poi la routine di viaggi, soundcheck e concerti, arriva la riflessione vagamente amara su come la vita in tour possa rappresentare un rischioso canto delle sirene per i musicisti, fatta di grandi eccessi (si fa menzione dei problemi di dipendenza dei componenti) che possono compromettere tanto gli equilibri lavorativi quanto quelli familiari.
Forse i fan avrebbero gradito ascoltare più musica, tra successi vecchi e nuovi, ma Blur: To the end è uno sguardo intimo e dai toni non eccessivamente elogiativi o celebratori, il cui messaggio conclusivo è che siamo arrivati alla fine, ma non finisce qui.