Borgo, recensione del dramma francese ispirato a una storia vera

Hafsia Herzi è la protagonista di un dramma carcerario sulle scelte di una donna in conflitto con il suo rigore etico, alle prese con decisioni difficili e pericolose.
Borgo di Stéphane Demoustier, scena da trailer

Arriva solamente adesso nelle nostre sale un film che in Francia, dove è uscito un paio d'anni fa, ha già raccolto consensi e premi, fra cui un César (l'equivalente dell'Oscar francese) alla Migliore attrice: si tratta di Borgo, scritto e diretto da Stéphane Demoustier, del quale quest'anno abbiamo visto in sala anche Lo sconosciuto del Grande Arco, in realtà girato successivamente a questo film.

Anche Borgo prende spunto da una vicenda reale (un crimine legato alla criminalità organizzata avvenuto in un aeroporto corso nel 2017) e ha per protagonista Mélissa Dahleb (Hafsia Herzi), una guardia carceraria trasferitasi da poco in Corsica insieme al marito e ai due figli, per lavorare nel penitenziario di Borgo; mentre lei e la sua famiglia hanno qualche difficoltà nell'adattarsi alla nuova vita tra gli abitanti dell'isola, la giovane donna impara ben presto le dinamiche di potere, protezione, alleanze e gerarchie che si snodano tanto dentro quanto fuori dal carcere, due mondi che si sorvegliano e influenzano a vicenda. Mentre familiarizza con alcuni detenuti, tra cui Saveriu Pietri (Louis Memmi), un giovane che aveva già conosciuto durante il suo precedente impiego, Mélissa si ritroverà sempre più coinvolta in una rete di richieste e compromessi che ne metteranno alla prova etica e princìpi morali.

Borgo quindi non è soltanto un dramma carcerario, ma anche un crime noir dalla forte componente psicologica, che parte da una vera storia di cronaca nera per costruire un affresco socio-culturale di un mondo regolato dalle proprie leggi non scritte, e soprattutto si concentra sulla figura chiave della sua protagonista: quello di Mélissa è un personaggio carico di contraddizioni e ambiguità, una figura che dunque resta sempre in parte enigmatica; la vediamo nella sua quotidianità di moglie e madre alle prese con un momento non facile per la sua famiglia (la difficoltà di suo marito a trovare lavoro genera frustrazione nella vita coniugale, che si somma al clima di diffidenza e razzismo con cui sono accolti dai nuovi vicini), e le sue scelte si inseriscono certamente anche nella volontà di proteggere i suoi bambini da eventuali situazioni pericolose; anche sul lavoro si distingue per empatia e premura, nel sensibilizzare e voler aiutare i detenuti, qualità che saranno spinte all'estremo, anche in direzioni divergenti, al momento di prendere alcune decisioni fondamentali. La sceneggiatura infatti evidenzia anche la contrapposizione tra le vite vissute in apparente libertà, nel rispetto della legge, ma comunque gravate da difficoltà, preoccupazioni e limitazioni, e quelle di chi, sebbene la reclusione, sia però in grado di esercitare un potere e incutere timore, e allo stesso tempo come diversi sistemi societari abbiano ciascuno le sue regole e le sue gerarchie a cui attenersi; in questo senso è centrale la performance di Hafsia Herzi (attrice lanciata dal film Cous Cous di Kechiche, ma di recente diventata lei stessa regista e sceneggiatrice di successo con La più piccola) che deve esprimere calore e dubbio, fermezza e sofferenza, lasciano sempre velate di opacità le reali sensazioni che animano il suo personaggio.

Se forse non convince del tutto la scelta di una struttura che alterna flashback e flashforward, con le scene delle indagini da parte della polizia che si vanno a intrecciare alla vicenda sul finale, e che rischia di creare confusione, per il resto la regia, nonostante qualche digressione e schematismo, è efficace nel raffigurare un contesto poco noto ai più, intrigante seppure spaventoso, anche se non si addentra a fondo nella storia della mafia còrsa; senza dubbio è interessante anche l'insolita prospettiva derivante dall'avere una figura femminile come ruolo centrale, in un genere che si potrebbe considerare solitamente più di stampo maschile.

Borgo è dunque un film che parte da un avvenimento reale per raccontare una storia dolorosa ma avvincente che sta tra film di genere e cinema d'autore, che può far riflettere senza offrire risposte facili o definitive.