Christy, recensione del biopic con Sydney Sweeney
Tra i biopic dedicati a sportivi e atleti professionisti, quelli ambientati nel mondo della boxe si sono spesso prestati a storie di caduta e rinascita particolarmente sentite e potenti, divenendo anche parabole di trionfi e sconfitte in cui successi e fallimenti sul ring sono strettamente intrecciati a conflitti familiari, tensioni sociali ed economiche, scontri culturali; uno degli esempi più recenti è Christy, sui nostri schermi in VoD, basato sulla vera storia dell'ex campionessa di pugilato Christy Salters Martin.
La storia inizia sul finire degli anni '80 in West Virginia, dove Christy (Sydney Sweeney) gioca in una squadra di basket finché non partecipa quasi per caso a una competizione di pugilato femminile, vincendola; un coach locale ne nota il talento acerbo ma promettente e le consiglia di proseguire su questa strada; Christy, che ha rapporti tesi con i suoi familiari per via della sua relazione con una ragazza, accetta così di lasciare la sua cittadina per trasferirsi in Florida con il suo allenatore James Martin (Ben Foster) che si mostra desideroso di controllarne la vita oltre che la carriera, e la convince a sposarsi con lui. Mentre la carriera di Christy decolla, il matrimonio con James si rivela sempre più soffocante e abusivo, contrassegnato dalla gelosia e dai modi prevaricatori di lui, costringendola a lottare non più solamente sul ring ma anche e soprattutto in casa.
Il film è diretto dall'australiano David Michôd, specializzato in storie cupe e drammatiche, spaziando dal crime al western distopico al bellico, che anche qui porta sullo schermo una vicenda cruda e dolorosa, tra il biopic sportivo e il dramma familiare; la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista insieme alla sua collaboratrice abituale Mirrah Foulkes, mostra infatti il contrasto tra personaggio pubblico e vita privata della protagonista: Christy contribuisce a far puntare i riflettori sulla boxe femminile anche grazie ad alcune scelte d'immagine (l'abbigliamento rosa pastello) diventando ad esempio la prima pugile donna a finire sulla copertina di Sports Illustrated, dunque in apparenza portatrice di un messaggio di forza e potenza al femminile, cui si accompagna un atteggiamento a volte spavaldo e strafottente; nella realtà invece si ritrova succube, quasi prigioniera del marito, senza sicurezza né indipendenza economica, e non potendo neanche contare sul sostegno della famiglia d'origine: uno degli aspetti più crudelmente dolorosi del film è proprio il rapporto della protagonista con sua madre Joyce (Merritt Wever), la quale dietro voce flautata e modi apparentemente dolci rivela freddezza, egoismo e una spaventosa mancanza di empatia, in quello che diventa così un ritratto di un ambiente dominato da una cultura tossica, bigotta e maschilista.
Un rischio corso dalla trama, specialmente nella parte centrale, è quello di nascondere o comunque lasciar passare in secondo piano i veri pensieri e sentimenti della protagonista, che vediamo seguire il flusso degli eventi ma le cui motivazioni e sensazioni non appaiono sempre chiare; l'aspetto pionieristico della sua carriera viene un po' smorzato, e le scene di lotta sul ring sono presenti ma meno d'impatto che in altri film del genere, mentre la storia acquista più forza quando rappresenta la dura realtà di una relazione abusiva e diventa quasi un thriller domestico, specialmente nelle svolte drammatiche dell'ultima parte (di cui non sveliamo troppo per chi non fosse a conoscenza degli eventi).
Nei panni della protagonista troviamo la Sweeney, una delle emergenti più richieste (e controverse) del momento, nonché ovviamente nota anche come sex symbol, che qui ha accettato di stravolgere la sua immagine con una trasformazione fisica notevole, con una poderosa muscolatura e una chioma bruna dalle acconciature improbabili; la sua sarebbe dovuta essere una di quelle performance che definiscono una carriera e che si fanno largo nella stagione dei premi, ma i risultati sono stati deludenti da quel punto di vista e nonostante il suo impegno ha pagato forse il fatto di non offrire un personaggio completamente sfaccettato; al suo fianco troviamo un irriconoscibile Foster, efficacemente inquietante e odiosamente ripugnante, e citiamo anche la vera bodybuilder Katy O' Brian (che ricordiamo in Love lies bleeding con Kristen Stewart), nel ruolo della pugile rivale (e non solo) Lisa Holewyne.
Christy è un film che può contare sul fascino della storia vera riuscendo a discostarsi dal classico biopic sportivo, raccontando una parabola umana e professionale dolorosa ma anche toccante.