La cronologia dell'acqua, recensione dell'esordio alla regia di Kristen Stewart

L'attrice si cimenta come regista in un film (in cui non compare come interprete), tratto dall'omonima autobiografia che racconta una storia cruda di abusi, violenze, traumi, perdite e rinascita anche grazie alla scrittura.
La cronologia dell'acqua di Kristen Stewart, scena da trailer

Kristen Stewart è una di quelle persone che hanno letteralmente respirato lo showbusiness fin dalla nascita: figlia di un manager e produttore televisivo e di una sceneggiatrice e regista, ha cominciato a recitare da bambina, per approdare giovanissima alla fama globale, costruendosi poco alla volta una carriera ricca e variegata, fatta anche di scelte coraggiose e non scontate. Era forse inevitabile quindi che si cimentasse prima o poi con il passaggio dietro la macchina da presa, e infatti ha debuttato come regista di un lungometraggio con La cronologia dell'acqua: il film è la trasposizione dell'omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, scrittrice e insegnante americana (adattato per il grande schermo dalla stessa Stewart nelle vesti anche di sceneggiatrice) in cui l'autrice ripercorre la sua vita caotica e tormentata, segnata da dolori, traumi, eccessi, cadute e rinascite. 

La protagonista (interpretata nel film da Imogen Poots) cresce fin da piccola in un ambiente tossico, vittima insieme a sua sorella di abusi e violenze da parte di un padre autoritario (Michael Epp), sotto lo sguardo inerme di una madre alcolista (Susannah Flood). Lidia è una giovane promessa del nuoto in cui vede anche la possibilità, tramite una borsa di studio, di allontanarsi dalla sua famiglia e riscattarsi; ad attenderla c'è però anche un vortice di eventi, da relazioni sbagliate al lutto straziante, dalle dipendenze all'autodistruzione, dalle sperimentazioni con la bisessualità e i rapporti violenti, prima di trovare una via di sfogo e di rinascita nella scrittura, con cui rielaborare il suo dolore e trovare la propria voce.

L'elemento dell'acqua in primo piano già dal titolo è un chiaro riferimento non solo ai trascorsi da nuotatrice della protagonista, ma anche alla sua potente associazione, da sempre, a un aspetto di rinascita: l'acqua come liquido amniotico, che offre culla e protezione, e poi che attutisce immagini e suoni, che sommerge e che tiene a galla, un moto ciclico come in una piscina e che rappresenta anche l'essere fluido del racconto stesso; la narrazione infatti non segue l'ordine cronologico ma è frammentata, procede come un flusso di coscienza tra passato e presente, un magma da cui i ricordi riemergono e si accavallano, magari solo come un lampo, un'immagine, un brandello di dialogo, che vanno a comporre un collage più che vere e proprie scene con un inizio e una fine.

Era lecito aspettarsi dalla Stewart una scelta audace e vagamente sperimentale per il suo esordio dato che, messa da parte la fama immensa e travolgente ottenuta con la saga di Twilight, lei poi non ha mai fatto mistero di preferire scelte meno sicure o commerciali, privilegiando anche il cinema d'autore più indie.
Girando su pellicola 16mm che restituisce immagini granulose, imperfette, accentuate da giochi di lenti, luci e ombre, la neoregista vuole rappresentare sullo schermo una sensazione di caos interiore ed esteriore, utilizzando la voce narrante e molti primi o primissimi piani che vanno a concentrarsi su singoli dettagli; nella storia si mescolano così tematiche crude, disturbanti e respingenti a una qualità quasi onirica, quasi una dissociazione da sé, anche se nei momenti più scabrosi il film preferisce suggerire che mostrare esplicitamente.
Questo modo di raccontare può risultare ripetitivo dopo un po', e forse troppo incline al virtuosismo a discapito dell'approfondimento di alcuni personaggi e situazioni: alcuni tocchi sono efficaci nel rendere un'idea e un'emozione, anche con l'aiuto di scenografie e costumi, alcune figure restano invece più sacrificate dalla trama, in un film che vede nei ruoli secondari anche Thora Birch (che ricordiamo da American Beauty), ma anche Tom Sturridge, la frontwoman dei Sonic Youth Kim Gordon, e anche Jim Belushi nei panni di Ken Kesey, lo scrittore esponente della controcultura statunitense (autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo) che si rivelerà fondamentale per la carriera di Lidia.
Anche il percorso della protagonista dunque ci viene raccontato in modo più viscerale, intuitivo ed ellittico che non didascalico e lineare; un'attrice come la britannica Poots (di cui abbiamo visto la versatilità in tanti ruoli e generi, dal dramma alla commedia all'horror) che ha il suo punto di forza anche nei suoi grandi occhi espressivi, riesce a incarnare bene il dolore, la confusione, la sensibilità del suo personaggio, ma il suo potenziale si rivela al massimo soprattutto nelle scene, in particolare verso il finale, più strutturate e dialogate, che riflettono sul rapporto fra genitori e figli e che nel complesso portano il film verso una chiusa più convenzionalmente speranzosa.

La cronologia dell'acqua è dunque il film con cui Kristen Stewart fa il suo ingresso nelle fila di registe pronte a raccontare senza filtri il mondo delle donne, in questo esordio con ambizioni alte e un potenziale che potrà essere affinato nel tempo.