Drive-Away Dolls, recensione del film di Ethan Coen
Drive-Away Dolls è il primo film da solista di Ethan Coen, che per la prima volta decide di realizzare un'opera di finzione (aveva già realizzato il documentario Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind) senza suo fratello Joel. I due non realizzano un film insieme dal 2018 con La ballata di Buster Scruggs, dopo aver creato insieme dei capolavori che hanno fatto la storia della settima arte, come Fargo, Il grande Lebowski e Non è un paese per vecchi. In questa occasione Ethan collabora con sua moglie Tricia Cooke sia alla sceneggiatura che al montaggio e alla produzione. Oltre alle due giovani e brave protagoniste Margaret Qualley e Geraldine Viswanathan , troviamo nel ricco cast della pellicola anche i piccoli camei di Pedro Pascal, Matt Damon e Miley Cyrus.
Siamo nel 1999 e due giovani ragazze ed amiche, Jamie (Margaret Qualley) e Marian (Geraldine Viswanathan), si ritrovano ad intraprendere un viaggio on the road una con l'intento di raggiungere la zia in Florida, l'altra con lo scopo di portare l'amica in un giro di locali lesbo famosi nel tragitto verso la destinazione finale per farla sciogliere, invitandola a godersi la vita un po' di più, aprendosi al divertimento e al sesso senza pensieri. Una fortuita coincidenza le porterà però ad entrare in possesso, inizialmente inconsapevolmente, di una valigetta dal contenuto top secret, che dei malviventi stanno cercando. Così quello che doveva essere un viaggio on the road tra amiche si trasformerà in un qualcosa di più pericoloso ma forse anche più avventuroso.
Ethan Coen, anche senza suo fratello, realizza un'opera che ha molto della cinematografia coeniana, sia a livello di scrittura che a livello visivo. Sono tanti i momenti della pellicola che ricordano il loro cinema e, senza ombra di dubbio, sono i momenti meglio riusciti e più efficaci. C'è molta ironia nella storia, quell'ironia un po' sopra le righe che tante volte abbiamo trovato nei loro lavori, ma che in questo caso prende piede ed è onnipresente all'interno della pellicola, forse anche eccessivamente. L'ironia è alla base anche per quanto riguarda il tono beffardo con cui Ethan cerca di prendere in giro quell'America conservatrice e patriarcale dei poteri alti. Perché senza ombra di dubbio la sceneggiatura, o almeno buona parte di essa, è la cosa più riuscita del film, come poi spesso accade nel cinema dei Coen.
L'iconografia del loro cinema è onnipresente nella pellicola, dalla presenza della coppia di malviventi un po' stupidi, all'aspetto pulp e violento, fino alla parte gangster/crime che gioca sempre sul filo del grottesco. Forse però questa volta, non sappiamo se per la mancanza di Joel, manca quel lato un po' nostalgico e più riflessivo, ma vira tutto troppo sul derisorio e sul divertimento. Certo è evidente che Ethan sa fare il suo lavoro con la macchina da presa e in tante piccole scelte di inquadratura, di ripresa e di luci, in tanti aspetti visivi c'è quel cinema che tanto abbiamo amato e che continueremo ad amare. È un cinema libero, Ethan non ha paura di mostrare e raccontare ciò che vuole, senza paura o filtri e noi apprezziamo questa libertà e questo coraggio.