Eleanor the Great, recensione dell'esordio alla regia di Scarlett Johansson

Forte di una carriera acclamata come interprete, Scarlett Johansson si mette alla prova nella regia di un lungometraggio con una storia dolceamara con protagonista l'ultranovantenne June Squibb.
Eleanor the Great di Scarlett Johansson - Poster

Con una carriera già lunghissima, iniziata quando era ancora una bambina, e che le ha permesso negli anni di costruirsi una solida fama grazie a un curriculum molto ricco e variegato, Scarlett Johansson ha coronato il suo sogno di debuttare alla regia di un lungometraggio con Eleanor the Great, presentato in anteprima lo scorso maggio al Festival di Cannes e arrivato da noi direttamente sulle piattaforme homevideo.
La protagonista della storia è Eleanor Morgenstein (June Squibb), una donna che dopo la morte del marito ha condiviso per molti anni un appartamento con la sua migliore amica Bessie Stern (Rita Zohar), anche lei vedova. Quando anche Bessie viene a mancare, la novantaquattrenne Eleanor è costretta a tornare dalla Florida a New York, dove vivono sua figlia Lisa (Jessica Hecht) e suo nipote Max (Will Price). Adattarsi al cambiamento non è facile, finché un giorno Eleanor non si ritrova per sbaglio a prendere parte a un incontro di un gruppo di supporto per i sopravvissuti all'Olocausto, ed è allora che si aggrappa ai ricordi di Bessie, polacca sfuggita ai campi di concentramento da giovane, ed è così che Eleanor attira anche l'attenzione di Nina Davis (Erin Kellyman), una giovane studentessa di giornalismo, a sua volta alle prese con un grave e recente lutto familiare. Le due donne si ritrovano così a stringere un legame tanto inatteso quanto sentito, ma quando Nina vuole raccontare pubblicamente la storia di Eleanor, la situazione rischia di complicarsi.

La neoregista Johansson (discendente lei stessa di una famiglia di ebrei polacchi) porta sullo schermo il copione di un'altra esordiente, Tory Kamen, che a sua volta aveva preso ispirazione nella scrittura dalla vita di sua nonna; il risultato è un racconto intergenerazionale sulla forza e l'importanza dei legami affettivi, non solo quelli familiari ma anche d'amicizia. La trama mette in primo piano il tema dell'elaborazione del lutto e del dolore per la perdita delle persone care, e su come chi rimane in vita possa conservarne e tramandarne il ricordo; a questo si somma, allargando il concetto in senso più ampio, una riflessione sulla cosiddetta memoria storica, per cui le perdite personali si inseriscono in una tragedia collettiva che riguarda un popolo intero, in un film che è infatti intriso di riferimenti alla cultura ebraica.
Punto di forza della pellicola è naturalmente la sua interprete principale, una veterana del grande e del piccolo schermo che solo lo scorso anno, con la commedia d'azione Thelma, ha ottenuto il suo primo ruolo da protagonista: la sua Eleanor ci viene presentata da subito come un personaggio pieno di verve, ironia anche sarcastica e vivacità spesso senza troppi peli sulla lingua; a queste caratteristiche però si accompagna anche un lato più malinconico, che fa i conti con l'età che avanza, la solitudine, la nostalgia. Non è sempre facilissimo conciliare questi due aspetti, ad esempio quando la donna ostenta un certo cinismo (che capiamo avere origini di lunga data) nei confronti della figlia, mentre mostra più empatia e tenerezza verso la giovane Nina, o per come diviene sia artefice che vittima dell'inganno orchestrato da lei stessa; la sceneggiatura procede quindi alternando momenti di leggerezza e toni più drammatici, in maniera non perfettamente omogenea e con qualche forzatura, anche se con un esito comunque toccante e sentito.

Dal punto di vista formale il film si presenta visivamente piuttosto sofisticato, con una fotografia della francese Hélène Louvart (che ha preso parte anche a tutti i film della nostra Alice Rohrwacher), e con un accompagnamento musicale molto marcato a firma di Dustin O'Halloran che ne fanno quasi una piccola opera da camera, intima ma energica.
Eleanor the Great è una scelta abbastanza solida per questo debutto della neoregista Johansson, che si colloca nel filone del cinema indipendente d'autore americano, con una vicenda che coniuga la Storia e i legami familiari, tra sorrisi e commozione.