Estranei, recensione del dramma sentimentale con Andrew Scott e Paul Mescal

Liberamente tratto dall'omonimo romanzo giapponese, Estranei è un toccante dramma sentimentale che si muove tra passato e presente, con interpreti intensi e affiatati.
Estranei con Andrew Scott e Paul Mescal, scena dal trailer del film

Uno dei titoli che in questa stagione cinematografica ha raccolto più consensi dalla critica e dal pubblico, collezionando premi e nomination, è Estranei (All of us strangers), che arriva nelle sale italiane dopo un passaggio sui nostri schermi anche nella sezione Alice nella città della Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre.

Nella Londra contemporanea, Adam (Andrew Scott) è uno sceneggiatore che conduce una vita apparentemente piuttosto solitaria e monotona, alle prese con la stesura di un nuovo progetto; l'unico altro abitante dell'enorme condominio sembra essere un ragazzo di nome Harry (Paul Mescal), che una notte va a bussare alla porta di Adam in cerca di compagnia ma lui, insicuro e a disagio, respinge inizialmente le sue avance. 
Adam, cresciuto senza i suoi genitori fin da quando era poco più di un bambino, continua però in realtà a recarsi nella vecchia casa di famiglia dove intrattiene un dialogo costante sia con sua madre (Claire Foy) che con suo padre (Jamie Bell).

Estranei è scritto e diretto da Andrew Haigh, ispirandosi al romanzo omonimo (1987) dell'autore giapponese Taichi Yamada, ma con alcune modifiche alla trama, a cui il regista e sceneggiatore ha sicuramente dato un'impronta personale inserendovi anche qualche elemento autobiografico, dopo aver già portato tematiche Lgbtqia+ sul grande e piccolo schermo in alcuni dei suoi progetti precedenti, il film Weekend (2011) e le serie Looking e The OA.
Il film dunque non è un horror in senso stretto, ma ha qualcosa della ghost story sui fantasmi che tutti ci portiamo dietro, quelle presenze di cui si avverte il peso dell'assenza, e viceversa, con un tono che si mantiene a metà strada tra il realistico e l'onirico.

Rivedendo i suoi genitori il protagonista ha modo di ripercorrere assieme a loro alcuni dettagli circa la propria vita passata e presente, dalle scoperte alle difficoltà, cercando così di coltivare la capacità di amare ed essere amato, la fiducia in se stesso che dia la voglia e la forza di affrontare il mondo esterno, e dunque aprirsi anche alla possibilità di una relazione sentimentale; se i loro discorsi in più di un caso vertono sul tema dell'orientamento sessuale di Adam, dal bullismo subìto durante l'infanzia da parte dei compagni di scuola a come invece nel presente le cose siano diventate (almeno in parte) più facili, c'è comunque qualcosa di universale nei loro scambi verbali: il concetto di potersi confrontare da adulti, quindi in un modo più paritario e maturo, con i propri genitori, vedendoli così anche da una prospettiva diversa, come esseri umani a loro volta imperfetti e che, anzi, talvolta cercano conferme e rassicurazioni proprio dai loro stessi figli, e poter infine affrontare tutti quei non detti che il più delle volte rimangono sospesi nell'aria.

In questo senso è toccante la performance di Andrew Scott, il quale conferma la sensibilità già dimostrata in alcuni dei suoi ruoli più memorabili, su tutti il prete di Fleabag: qui lo vediamo naturalmente come un uomo adulto che vive nel presente ma allo stesso tempo in compagnia dei suoi genitori esprime anche il suo lato ancora bambino, con tutta la propria vulnerabilità, malinconia, la timidezza un po' impacciata; nella sua vita londinese, poi, c'è la contrapposizione con il personaggio di Paul Mescal (che continua così la sua rapidissima ed efficace ascesa sullo schermo, segnata spesso da drammi sentimentali e familiari come Normal People, Aftersun e Creature di Dio), che si presenta da subito come più disinibito e aperto, incarnando così anche una differenza generazionale: sebbene si intuisca che forse c'è qualcosa di irrisolto nei suoi rapporti con la famiglia d'origine, lui rappresenta comunque qualcuno che ha avuto un approccio meno tormentato alla propria sessualità, che lo stesso Adam commenta con stupore e un pizzico di invidia.

Estranei si muove così fra presente e passato, compreso l'utilizzo della musica (nella colonna sonora troviamo nomi come Frankie Goes to Hollywood, Fine Young Cannibals, Pet Shop Boys, Blur ma anche Patsy Cline) e delle location: da una Londra che vediamo spesso di notte, tra condomini moderni spaziosi ma asettici, luci al neon e LED, che esprime quella sensazione di isolamento, sia interiore che reale e concreta, tipica della metropoli e della società attuale, ai sobborghi immersi nel verde, con una casa (e le riprese sono state effettuate nella vera abitazione d'infanzia del regista) in cui si respira l'atmosfera di un passato che non c'è più, dall'arredamento, all'abbigliamento, alle torte fatte in casa; sono scenari accomunati anche dal motivo ricorrente delle superfici riflettenti, dalle grandi vetrate ai finestrini di un treno, attraverso cui guardare il panorama ma che restituiscono anche l'immagine stessa di chi osserva.

Estranei è così una meditazione sulla ricerca dell'amore, tanto quello di coppia quanto quello puro e incondizionato come chiave per aprirsi a se stessi e agli altri, sul lutto e sui legami che trascendono la vita e la morte, sul potere dell'immaginazione e della memoria e sulla tentazione a rifugiarsi nei ricordi che sia anche una ridefinizione del passato e forse una possibile apertura e speranza verso il futuro; con pochissimi attori in scena, quasi come in una pièce teatrale, è un film potente nella sua essenzialità e nel suo ricorso a sentimenti e sensazioni universalmente comprensibili e condivisibili.