Freud - L'ultima analisi, recensione del film con Anthony Hopkins
Agli albori della Seconda guerra mondiale, lo psicanalista Sigmund Freud (Anthony Hopkins) riceve nella sua abitazione londinese la visita dello scrittore e professore universitario Clive Staples "C.S." Lewis (Matthew Goode); il motivo dell'incontro è la curiosità e la volontà di intraprendere un confronto fra le loro posizioni per lo più divergenti, in particolar modo per quel che riguarda l'argomento dell'esistenza di Dio e della fede: Lewis di recente ha respinto il suo ateismo per riavvicinarsi al cristianesimo, una scelta naturalmente contestata da Freud, fermo sostenitore della superiorità della scienza sulla religione.
Alla base del film Freud-L'ultima analisi c'è il libro The Question of God: C.S. Lewis and Sigmund Freud debate God, love, sex, and the meaning of life (2002) del professore di psichiatria Armand Nicholi, che ha ispirato la pièce teatrale Freud's last session (anche titolo originale del film) scritta da Mark St. Germain, che adesso ne ha firmato anche la trasposizione cinematografica insieme al regista Matthew Brown, già autore del biopic su un matematico indiano L'uomo che vide l'infinito (2015), con Dev Patel e Jeremy Irons.
Il film può essere definito come un biopic immaginario, poiché non ci sono prove che un incontro tra i due sia mai effettivamente avvenuto in questo contesto, anche se pare che Freud in quel periodo abbia ricevuto la visita di uno studioso di Oxford, la cui identità però non si conosce ufficialmente.
La figura del padre della psicanalisi aveva già attirato più di una volta l'interesse del grande e del piccolo schermo, ricordiamo Freud-Passioni segrete (1962) con Montgomery Clift, addirittura un incontro con l'investigatore più famoso in Sherlock Holmes-Soluzione settepercento (1976), e più di recente A dangerous method (2011) di David Cronenberg, in cui il protagonista aveva il volto di Viggo Mortensen, e la miniserie Freud (2020).
Questa "ultima analisi" mette in tavola una quantità di temi, naturalmente religione e ateismo, ma anche malattia e morte, sessualità e omosessualità, il rapporto con la figura paterna e materna, la guerra e i suoi traumi; argomenti così densi e complessi che è naturalmente impossibile sviscerarli tutti in maniera veramente approfondita in poco tempo, e quindi alcuni spunti rimangono inevitabilmente un po' incompiuti e poco sfruttati.
Il film mantiene di base l'impianto da pièce teatrale, ma l'azione esce ben più di una volta dai confini del salotto di Freud: seguiamo alcuni spostamenti dei due uomini, ma anche una serie di vicissitudini di Anna Freud (Liv Lisa Fries, Babylon Berlin), figlia dello psicanalista, oltre ad assistere a diversi flashbacks; sono scelte che servono ad aggiungere dinamismo e in alcuni casi anche tensione alla trama, oltre a definire meglio contesto e caratteri ma, specialmente nel caso di alcuni flashbacks, finiscono per essere vagamente ridondanti e dispersivi, spostando l'attenzione e sommando ulteriori sottotrame che non hanno modo di essere sviluppate pienamente.
In generale il film appare percorso da una sensazione di inevitabilità e di presagio luttuoso, con le notizie di guerra che giungono dalla radio e la minaccia dei raid aerei da un lato, e con il dolore fisico della malattia che sta consumando Freud dall'altro: uno scenario che porta così a contemplare la propria fine, sia a un livello personale che globale, spingendo solitamente le persone a fare bilanci della propria esistenza, e forse a rivedere anche alcune delle proprie convinzioni, tra ricordi, rimorsi e rimpianti.
Nonostante la trama prenda spunto dall'incontro tra i due uomini, di fatto il protagonista di Freud-L'ultima analisi, come già d'altronde esplicitato dal titolo, rimane lo psicanalista, e la scena è dominata da un Anthony Hopkins che può dar libero sfogo a tutto il suo istrionismo: il suo Sigmund sfoggia arguzia, cinismo, sarcasmo, con punte di malizia e provocazione, animato da una verve che a momenti trova un brusco freno nel dolore fisico e in un velo di malinconia nel pensare al passato e, forse, al futuro; C.S. Lewis, nel film, non è ancora lo scrittore che entrerà nella storia mondiale della letteratura grazie alla sua serie di romanzi fantasy Le cronache di Narnia (che anzi gli saranno ispirati proprio dall'ospitalità data ai bambini sfollati durante la guerra), e se in alcuni momenti lo scontro verbale tra i due uomini appare meno "incendiario" di quanto ci si potesse aspettare, è forse a causa di un Matthew Goode vagamente trattenuto, nell'ammirazione mista a soggezione del suo personaggio nei confronti di Freud.
Alla fin fine, ciò che forse suscita ancora più curiosità è il rapporto in parte irrisolto tra Freud e la figlia (Anna Freud diventerà lei stessa a sua volta un nome molto affermato nel campo della psicanalisi infantile, anche in coppia con la collega americana Dorothy Burlingham, il cui amore "proibito" è qui uno dei temi del film).
Freud-L'ultima analisi è un film elegante e ben realizzato anche dal punto di vista estetico, con un buon lavoro su spazi e scenografie accompagnato da un'appropriata fotografia dai toni freddi; è una storia che vorrebbe coinvolgere lo spettatore sia sul piano intellettuale e cerebrale che su quello emotivo, e forse non riesce pienamente nel suo scopo, ma rimane sicuramente interessante per i fan di Hopkins e per gli amanti del cinema fatto di dialoghi più che di effetti speciali.