Festa del Cinema di Roma, la recensione di Glenrothan, il debutto alla regia di Brian Cox

Glenrothan di Brian Cox è, per impianto scenico, un film estremamente classico, costruito su una trama alquanto prevedibile e che pure riesce a fare breccia nel cuore dello spettatore grazie ai due personaggi protagonisti.
Glenrothan - Brothers together again, first time in 35 years
[credit: Graeme Hunter PIctures; Copyright Brodie Productions]

Alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma è stato presentato il lungometraggio Glenrothan, che segna il debutto dietro la macchina da presa di Brian Cox, attore che recentemente si è fatto (ri)scoprire dal grande pubblico grazie alla sua interpretazione nella serie tv di grande impatto Succession, dove interpretava il leader di una grande famiglia nonché magnate della stampa statunitense. Atmosfere decisamente lontane da quelle presentate in Glenrothan, un delicato e delizioso film incentrato su un rapporto fraterno complicato e ambientato nelle highland scozzesi, dove l'occhio può spaziare per migliaia di metri tra laghi e montagne, con colline sferzate dal vento e baciate dall'erba verde. Protagonista è Sandy (lo stesso Brian Cox), uomo in là con l'età a capo delle distillerie di whisky di famiglia, che non rappresenta solo un'azienda fiorente, ma anche il cuore della comunità. A causa delle sue condizioni di salute non rosee, Sandy decide di richiamare a casa il fratello Donal (Alan Cumming), andato via di casa trentacinque anni prima e trasferitosi a Chicago. Sandy e Donal non si parlano da anni e nel loro passato c'è una ferita che appare insanabile, soprattutto per Donal, convinto di aver avuto un'infanzia e una giovinezza dolorosi, sotto il giogo di un padre-padrone che non sapeva vedere il suo valore. Diventato un ballerino e un musicista, Alan è riuscito a rifarsi una vita negli Stati Uniti, ma quando un incendio distrugge le sue speranze e quelle della sua famiglia, per l'uomo non c'è altra possibilità che tornare a Glenrothan, in quel villaggio che da ragazzo amava tanto e in cui aveva lasciato anche l'amata Jess (Shirley Henderson).

Glenrothan è, per impianto scenico, un film estremamente classico, costruito su una trama alquanto prevedibile e che pure riesce a fare breccia nel cuore dello spettatore grazie ai due personaggi protagonisti. Se, da una parte, si capisce senza sforzo il dilemma di Donal, che torna in un luogo amato ma dal quale è stato cacciato, dall'altra il suo ricorso all'inganno e alla fuga fanno sì che ad emergere sia Sandy, un uomo classico anch'egli, che ha accettato il suo destino e lo ha trasformato nella sua vita. Diversi per indole e vecchie ambizioni, Sandy e Donal rappresentano quasi i due poli di due mondi diversi, di due modi opposti di percepire la vita e queste loro differenze li portano a scontrarsi in più di un'occasione, sebbene ogni scontro sia accompagnato da un senso di nostalgia. In effetti, il sentimento che prevale in questo film è quello dell'anemoia, quella malinconia quasi dolorosa per qualcosa che non si è vissuto, per un tempo di cui non si è fatta esperienza. Sandy e Donal vivono su quel confine: perché il tempo lo hanno vissuto e hanno lasciato che si depositasse sulle loro spalle ormai stanche, ma il loro cuore è spezzato soprattutto all'idea di quello che poteva essere e non è stato, quello che sarebbe dovuto essere e che invece è stato spazzato via da paure, rancori e rabbie esplose all'improvviso. Una trama, questa, che ben si sposa anche con l'ambientazione scelta, vestita di una colonna sonora che riesce a rimandare, ancora una volta, il sentimento della nostalgia e dei "bei vecchi tempi". Non si tratta di certo di un film memorabile, di uno di quelli destinati a cambiare la storia del cinema. Ma nel suo piccolo, Glenrothan è un film che fa il suo lavoro e lo fa in modo egregio, con un'eleganza sotterranea che riesce a insinuarsi nel quadro.