Good Luck, Have Fun, Don't Die, recensione della commedia apocalittica con Sam Rockwell

Una commedia folle e fantascientifica capitanata da Sam Rockwell affiancato da un cast corale che affronta paure e rischi del nostro futuro, a cominciare dall'AI.
Good Luck, Have Fun, Don't Die, scena da trailer

Qualche mese dopo la sua uscita nelle sale americane, con risultati non proprio esaltanti, arriva nelle nostre sale la commedia apocalittica Good luck, have fun, don't die: la storia inizia una sera, quando un uomo di cui non conosciamo il nome (Sam Rockwell) fa irruzione in una tavola calda di Los Angeles, con un aspetto bizzarro e scapigliato che fa pensare ad un folle, ancor di più quando afferma di provenire dal futuro; l'uomo però, che dichiara di avere addosso un congegno esplosivo, sostiene che il futuro dell'intera umanità sia a rischio, e che lui ha già fatto centinaia di viaggi indietro nel tempo per tentare di evitare la catastrofe, ma finora senza riuscire: ecco perché questa sera, per l'ennesima volta, è alla ricerca di una squadra di persone che si uniscano a lui nell'impresa. Dopo essersi scontrato con l'incredulità e la diffidenza iniziali degli avventori del locale, l'uomo raduna un gruppo improbabile e variamente assortito di personaggi che insieme a lui si imbarcherà in un'avventura decisamente folle e complicata.

Il film segna il ritorno di Gore Verbinski, regista dalla carriera davvero eclettica e altalenante, dall'esordio sorprendente con Un topolino sotto sfratto, ai successi colossali come The Ring e la saga di Pirati dei Caraibi, all'Oscar vinto per il film d'animazione Rango, per poi arenarsi con flop come The Lone Ranger e La cura dal benessere; qui il regista firma un film che racchiude un po' in sé tutti i generi da lui finora affrontati, dalla black comedy al fantasy d'azione, dalla fantascienza all'horror: Good luck, have fun, don't die, a partire già da questo titolo che incuriosisce e intriga, è quindi un progetto originale nella sua ricchezza di stili e ambizioso, forse anche troppo nei suoi eccessi.
La trama frulla infatti un concentrato di tematiche attuali e discusse riguardanti il presente e, in prospettiva, anche il futuro, a partire dallo strapotere dell'intelligenza artificiale, e poi anche realtà virtuale, algoritmi, la dipendenza da internet e smartphone che comincia a un'età sempre più bassa, videogiochi e clonazione, passando per temi drammatici, come la violenza nelle scuole, a quelli più leggeri, arrivando perfino ai noti video dei gattini.

Tutto questo viene raccontato in un film di due ore abbondanti, durata decisamente anomala e anche sproporzionata per una commedia, assumendo quindi toni e ambizioni epici che forse faticano a restare entro i confini di una pellicola cinematografica: in certi punti si può immaginare che la sceneggiatura avrebbe funzionato meglio come una miniserie, specialmente quando assistiamo ai flashback/digressioni (che sembrano quasi piccoli episodi di Black Mirror) che ci spiegano cosa sia accaduto nelle vite di alcuni dei personaggi principali e dunque cosa li abbia portati fin lì, come nel caso della mamma in crisi Susan (Juno Temple) o dell'animatrice di feste per bambini Ingrid (Haley Lu Richardson), in un cast corale che comprende anche Michael Peña e Zazie Beetz nel ruolo di due insegnanti.

Se l'interesse dello spettatore è catturato da questo intreccio di storie e dalla curiosità di vedere in che modo queste si collegheranno e risolveranno nel corso del film, a volte il rischio è di rimanerne sopraffatti, con la trama che rischia l'accumulo, tra omaggi e citazioni (per esempio a Matrix), e alcune sequenze eccessivamente dilatate; questo vale anche per il finale, dove il tentativo di chiudere il cerchio si traduce in conclusioni che lasciano vagamente perplessi su quale sia il messaggio definitivo da trasmettere allo spettatore, e se di fondo il film voglia essere preso sul serio come avvertimento critico, o se punti di più all'intrattenimento leggero e satirico.
Il film si mostra senza dubbio congeniale a Rockwell, un attore che ha spesso basato la propria carriera su ruoli eccentrici, eccessivi o sopra le righe, e che qui è affiancato da un cast interessante e variegato che, in conclusione, rendono Good luck, have fun, don't die un film strabordante e sfilacciato, interessante e imperfetto.