Here, recensione del film di Robert Zemeckis con Tom Hanks e Robin Wright
I fan nostalgici di Forrest Gump si sono esaltati alla notizia che il regista Robert Zemeckis si sarebbe riunito alle star di quel film, Tom Hanks e Robin Wright, ancora una volta su sceneggiatura firmata insieme a Eric Roth, per il suo nuovo lavoro, dal titolo Here.
Fin dal titolo si può avere un assaggio della scommessa e dell'intento del cineasta: per tutta (o quasi) la durata della pellicola assisteremo infatti a ciò che succede nella stessa stanza, della stessa casa, inquadrata sempre dalla stessa angolazione, con una cinepresa che non si sposta mai.
Non è un caso, infatti, che il film sia ispirato all'omonima graphic novel (2014) di Richard McGuire, a sua volta sviluppata da una breve striscia a fumetti pubblicata a fine anni '80, perché l'effetto è proprio quello di replicare sullo schermo il linguaggio visivo di un romanzo a fumetti, come una serie di vignette all'interno delle quali, ogni tanto, si aprono anche altri riquadri.
Dopo un montaggio che riassume velocemente l'evoluzione del nostro pianeta, davanti ai nostri occhi vediamo succedersi dunque dinosauri, esplosioni, glaciazioni e così via, fino ad arrivare, durante i primi anni del '900, alla costruzione dell'abitazione, che a breve un'agente immobiliare inizierà a mostrare ai potenziali acquirenti. È proprio nel soggiorno di questa casa che si svolgerà il resto del film: seguiamo infatti le vicende delle famiglie che, nel corso dei decenni successivi, si trovano ad abitarvi, e di cui ci vengono mostrati frammenti di vita non in ordine cronologico, con una continua alternanza fra le diverse epoche, con la casa che di volta in volta rappresenta per qualcuno un porto sicuro, per qualcun altro invece una gabbia, a volte custode di ricordi e a volte espressione della personalità di chi la abita.
L'attenzione della sceneggiatura si concentra comunque ben presto in particolar modo sulla famiglia Young: Al (Paul Bettany) e sua moglie Rose (Kelly Reilly) e più avanti il loro primogenito Richard (Tom Hanks) e colei che diventerà sua moglie, Margaret (Robin Wright).
Zemeckis ha spesso intrecciato nei suoi film (oltre al suddetto Forrest Gump, pensiamo anche a Il curioso caso di Benjamin Button) il racconto della Storia americana alle tante piccole, grandi storie individuali della gente comune, mostrando quei passaggi della vita spesso universali, immutati dal tempo ed eternamente comprensibili tra gioie e dolori, come matrimoni, separazioni, nascite, lutti, malattie; in parte è quello che succede anche in questo film, in cui assistiamo agli eventi che avvengono in salotto, epicentro della casa e luogo quindi deputato per eccellenza a raduni familiari, celebrazioni e festività, in cui sentiamo raccontare anche ciò che è avviene "fuori campo". In sottofondo abbiamo segni del passaggio del tempo, dalle canzoni trasmesse alla radio fino alle trasmissioni tv, oltre a cenni al contesto socio-culturale di ogni epoca, come gli strascichi lasciati dalla guerra, gli effetti della crisi economica, compreso lo stesso settore del mercato immobiliare, le grandi epidemie che vanno dall'influenza spagnola fino agli albori del Covid, a volte nell'esaltazione e nel compimento del proverbiale sogno americano, a volte al contrario nel suo incrinarsi e vacillare.
Il regista inoltre è notoriamente uno dei più interessati e attivi nell'utilizzo delle nuove tecnologie, degli effetti speciali e della computer grafica, campo in cui è stato spesso un pioniere e un innovatore: in questo caso, oltre alle scelte stilistiche nel mettere in scena la storia, fa ricorso anche al de-aging, il ringiovanimento digitale degli attori (che abbiamo visto utilizzare ad esempio, negli anni scorsi, anche da Martin Scorsese per The Irishman) e che permette così di vedere Hanks e Wright in versione diciottenni, una tecnica che, sebbene in continua evoluzione per migliorarsi, produce un effetto che rimane comunque un po' straniante per lo spettatore.
Se è dunque la famiglia Young ad avere un ruolo preponderante nella narrazione, questo lascia inevitabilmente più in secondo piano altri personaggi, che invece sarebbe stato interessante conoscere meglio: la coppia più divertente è senza dubbio quella composta da un inventore e sua moglie, durante la cui permanenza il salotto diventa un rifugio bohémien di creatività e passione, mentre la famiglia afroamericana introduce anche temi importanti come il discorso sulle tensioni razziali, ma rimane un aspetto marginale. A intervallare le storie principali c'è anche un arco narrativo che riporta ai tempi dei nativi americani, e brevi segmenti che citano Benjamin e William Franklin, ma queste finiscono per essere le parti più deboli e dispersive del film, mentre il tutto è accompagnato e sottolineato da una colonna sonora molto presente di Alan Silvestri, altro collaboratore storico di Zemeckis.
Here è quindi un film che lascia comunque ammirati per la scommessa audace della sua ideazione e rappresentazione; alcune delle situazioni presentate dalla trama riescono a modo loro a incuriosire e a rimanere impresse, mentre in altri momenti prevale il rischio di lasciarsi sopraffare dall'esercizio di stile, che dà l'impressione di assistere a una serie di diorami in movimento, colorati e dettagliati ma non molto espressivi.