Il fuoco del peccato, recensione del noir di Neil LaBute
In una cittadina costiera del New England, Connor (Ray Nicholson, che sfoggia una somiglianza col celeberrimo papà Jack) è un giovane che conduce una vita molto tranquilla e abitudinaria: nel suo passato c'è un errore di gioventù che sta ancora scontando e che ne ha influenzato le prospettive future, e le cui giornate sono così attualmente scandite dal lavoro come commesso in una libreria e dalle sessioni di corsa nei dintorni della città; è così che un giorno incontra, come una visione che sbuca all'improvviso dall'acqua (come da titolo originale, Out of the blue), fasciata in un costume rosso, una donna di nome Marilyn (Diane Kruger), misteriosa e affascinante. L'attrazione tra i due è immediata e irresistibile, ma c'è un problema: lei è già impegnata in una relazione e inoltre il suo compagno è un uomo violento, dal quale vorrebbe trovare un modo per fuggire. Connor sa che dovrebbe tenersi lontano dai guai ma non può fare a meno di farsi coinvolgere dalla situazione di Marilyn, finendo così per tuffarsi in un piano altamente pericoloso.
Il fuoco del peccato, che arriva da noi in homevideo, è scritto e diretto da Neil LaBute, autore americano celebre anche per il suo lavoro di drammaturgo, dalla filmografia eclettica in cui spiccano in particolar modo alcune acclamate black comedies come Nella società degli uomini (1997), Amici & vicini (1998) e Betty Love (2000); in questo caso il regista e sceneggiatore vuole realizzare esplicitamente un omaggio ai classici film noir degli anni '40 e '50, ma la trama cita anche Il postino suona sempre due volte (1981), interpretato proprio da Jack Nicholson.
Purtroppo, però, il risultato finisce per non essere altro che una pallidissima variazione sul genere, che lascia lo spettatore piuttosto indifferente: la trama risulta infatti una sequenza di luoghi comuni che si snodano pigramente e a cui neanche qualche colpo di scena riesce a dare una scossa, anzi sembra dare quasi l'impressione di sforzarsi troppo per produrre una storia avvincente, ottenendo però l'esito opposto.
Forse uno dei pochi aspetti interessanti del film è l'ambientazione a Newport, in Rhode Island, rinomata località di villeggiatura estiva per cittadini facoltosi, famosa per le sue antiche magioni risalenti all'era coloniale e affollata di barche a vela e club navali; una location che quindi mantiene l'aria di un posto a suo modo senza tempo, accentuando il sapore classico della pellicola, così come altri dettagli volutamente vintage presenti nel film, dai costumi agli interni, con una fotografia che gioca molto sui chiaroscuri, alternando ampi spazi aperti, illuminati dall'azzurro cristallino delle acque del mare, e stanze cupe e dall'atmosfera solenne.
Per il resto, però, la suspense si mantiene sempre piuttosto blanda e di scarso impatto, così come quella che vorrebbe essere una storia di passione torbida e sensuale non convince mai del tutto, personaggi e dialoghi sono tutt'altro che memorabili, dai protagonisti ai ruoli secondari che anzi risultano piatti o proprio stereotipati, come l'agente interpretato da Hank Azaria, qui in ruolo al di sotto del suo potenziale, e quindi anche i momenti che forse vorrebbero generare più pathos risultano invece forzati e quasi al limite del ridicolo involontario.
Il fuoco del peccato quindi è complessivamente un passo falso per l'autore e gli interpreti, con un giallo senza troppe pretese, che conta su atmosfere eleganti e qualche colpo di scena ma non riesce a lasciare il segno.