Il male dentro, recensione dell'horror con Kit Harington
È arrivato sui nostri schermi in homevideo il film Il male dentro, thriller-horror di matrice britannica: in una tenuta remota nella campagna inglese dello Yorkshire vive una famiglia che conduce così una vita il più possibile isolata dal resto del mondo; la piccola Willow (Caoilinn Springall, vista in The midnight sky di George Clooney e nella serie Citadel) abita lì assieme al padre Noah (Kit Harington) e alla madre Imogen (Ashleigh Cummings, anche lei da Citadel, oltre a Miss Fisher-Delitti e misteri), e a completare il nucleo familiare troviamo anche il nonno Waylon (James Cosmo, che ritrova così Harington dopo essersi incontrati nella prima stagione del Trono di spade). Willow, che conduce un'esistenza alquanto solitaria, complicata anche da problemi di salute che le causano difficoltà respiratorie, viene costantemente protetta anche da un pericolo che incombe su di lei e sui suoi familiari, che porta i suoi genitori a periodiche spedizioni notturne nel cuore della foresta; spaventata e al tempo stesso affascinata da questi eventi, collegati in particolar modo ad alcuni cambiamenti ricorrenti nei modi e negli atteggiamenti di suo padre Noah, la bambina cercherà di scoprire la verità dietro ai segreti che continuano a perseguitare e opprimere la propria famiglia.
Il male dentro è diretto da Alexander J. Farrell, regista che viene dai corti e dai documentari (come Refugee, sul viaggio verso la Germania di una famiglia di rifugiati siriani) ed è un film dalle premesse intriganti: al primo impatto infatti appare come una nuova variazione sul sottogenere horror che riguarda la licantropia (che ha avuto alcuni esempi illustri nella storia del cinema, ma che da tempo si è ormai un po' appannato) ma in realtà rimanda anche al territorio delle fiabe più dark, a partire proprio dalla scelta di adottare il punto di vista di una bambina, e inoltre vira ben presto verso il thriller psicologico, con abbondanti sottotesti simbolici e metaforici.
La storia delle trasformazioni dolorose e spaventose che riguardano il capofamiglia diventa infatti un'occasione per affrontare il tema, oggi molto attuale, della mascolinità tossica, rappresentata nel film come una maledizione di tipo ancestrale, di cui è difficile liberarsi, anche perché sembra rispondere a logiche tutte sue e che, come viene detto a un certo punto, è destinata a peggiorare; Harington incarna l'ambiguità di un uomo scisso nella sua duplicità.
Dal punto di vista formale, Il male dentro è uno di quegli esempi di come mettere in scena una storia del genere senza grandi mezzi, con un impianto ridotto all'osso, pochi personaggi ed effetti speciali ridotti al minimo; la sceneggiatura infatti punta su un'atmosfera di tesa ambiguità invece che sul terrore puro, con un ritmo non concitato ma che dilata gli eventi in una trama già scarna di suo, minimalista anche nei dialoghi.
L'aspetto potenzialmente più accattivante del film sta nella scelta delle location, l'antica magione diroccata e vagamente gotica, residuo di antichi splendori e ricchezze ma ormai decadente e dall'aria sinistra, e i boschi circostanti, esaltati dalla fotografia che ne esalta il clima cupo e insidioso, quello di una natura in cui gli istinti animali trovano la libertà di sfogare le proprie pulsioni; nella storia tra l'altro mancano veri e propri riferimenti temporali, a sottolinearne l'aspetto senza tempo e quindi potenzialmente universale, ma al tempo stesso astratto.
Il risultato finale è però quello di un film un po' sottotono, ben presto a corto di idee specie nella parte centrale, in cui la noia rischia di prevalere sulla tensione; indeciso tra un racconto più sfumato e interiorizzato o, invece, una storia che abbia il suo climax finale nelle sequenze d'azione, Il male dentro finisce per non centrare pienamente il bersaglio, così come il discorso sul patriarcato viene sviluppato troppo poco; il film rimane così un'opera interessante ma con un'ambiguità fino alla conclusione che non risulta soddisfacente come forse era previsto, e che non riesce a radunare sufficienti elementi degni di nota da rimanere impressi.