Il mio giardino persiano, recensione del malinconico e sentimentale film iraniano
Nella Teheran dei nostri giorni, Mahin (Lily Farhadpour, attrice ma anche scrittrice, giornalista e attivista iraniana) è una vedova settantenne, ex infermiera in pensione, con due figlie ormai grandi che da tempo si sono trasferite all'estero; la sua vita scorre così in maniera piuttosto monotona e solitaria, senza sentirsi mai davvero stimolata a tentare qualcosa di nuovo, vuoi per gli acciacchi dovuti all'età, vuoi per l'assenza di una giusta e assidua compagnia, vuoi per le rigide restrizioni imposte dal regime; un giorno, però, qualcosa scatta nell'animo di Mahin, la quale decide di provare a ritrovare almeno un pizzico di quella felicità che per tanto tempo si è negata: l'incontro casuale con il coetaneo Faramarz (Esmail Mehrabi), ex militare adesso autista di taxi, sembra risvegliare nella donna una nuova curiosità a lungo sopita.
Il mio giardino persiano è un esponente dell'attuale cinematografia iraniana, già da tempo fonte creativa fertile e apprezzata non solo in patria ma anche all'estero; è anche però una di quelle opere il cui valore ha valicato i confini artistici per legarsi inevitabilmente alla realtà, quella in parte raffigurata proprio dal film stesso: è stato presentato alla Berlinale, dove però i registi Maryam Moghadam e Behtash Sanaeeha (coppia anche nella vita) non hanno potuto recarsi perché il contenuto delle loro opere non è piaciuto al regime, che ha vietato loro di lasciare il Paese in attesa di essere sottoposti a processo.
Attraverso la storia di Mahin, il film sembra effettivamente voler rappresentare anche l'attuale situazione iraniana: la protagonista ricorda con nostalgia un passato in cui ci si poteva vestire liberamente e andare ad ascoltare i concerti (nello specifico quelli di Albano e Romina Power) mentre adesso ci sono molte più difficoltà e pericoli, che spingono per esempio a dover rinunciare ai viaggi all'estero, fino a uno dei momenti più rappresentativi dell'intero film, l'incontro con la temuta polizia morale.
Se nel film Le nostre anime di notte (2017) Jane Fonda attraversava la strada per bussare alla porta del vicino di casa Robert Redford e chiedergli di passare la notte insieme ogni tanto, per parlare e trovare conforto alleviando così la reciproca solitudine, Mahin chiede al tassista di portarla a casa: ecco quindi come due persone in età matura, che pensavano ormai di aver rinunciato a una parte di sé e della vita, si possono trovare a condividere anche quei piaceri magari in apparenza piccoli ma preziosi, come un ballo a ritmo di musica, del buon vino, una fetta della propria torta preferita. Per rappresentare dunque anche la condizione più ampia di un Paese nelle sue difficoltà, sofferenze e contraddizioni, il film sceglie una dimensione intima, soffermandosi sui dettagli di cui è fatta la quotidianità delle donne della classe media iraniana, con momenti di ironia e leggerezza, ma anche di dolore, fino a una tenerezza a tratti straziante (come i selfie sfocati che vedremo sul finale).
Cuore del film è naturalmente l'interpretazione di Lily Farhadpour nel ruolo di questa donna profondamente umana con cui è facile empatizzare, nel suo incarnare la malinconia e la solitudine ma anche il suo lato materno, accogliente e capace di grinta, determinazione e sicurezza in se stessa, quando ce n'è bisogno. Se nella prima parte la trama illustra la monotonia un po' vuota delle giornate, e nella seconda metà invece viene mostrata la voglia di assaporare e prolungare ogni momento piacevole, è sul finale che il film, nel dare ampiamente spazio a un evento importante, rischia forse di perdere una certa misura fino a lì stabilita e di forzare la mano con storia e personaggi.
Il mio giardino persiano è quindi uno di quei piccoli film che, nella forza e nella trasparenza della sua semplicità apparente, vuole arrivare al cuore dello spettatore; tracciando il ritratto di individui (e per estensione di una nazione) schiacciati tra nostalgia e rassegnazione, tra limitazioni e voglia di riscatto, lancia un messaggio tra il dolore e l'ottimismo: se si può intravedere una speranza di un futuro migliore per le nuove generazioni, rappresentate da una coppia di giovani che passeggiano mano nella mano, il film lascia anche intendere che però forse per un certo numero di persone la felicità si potrebbe solo intravedere e inseguire, senza mai riuscire ad afferrarla e viverla del tutto.