In viaggio con mio figlio, recensione del film familiare sul tema dell'autismo

Bobby Cannavale, Robert De Niro e Rose Byrne sono fra i protagonisti di questo road movie che ruota attorno alla famiglia di un bambino affetto da autismo, in una storia agrodolce dagli echi autobiografici.
In viaggio con mio figlio, scena da trailer

In viaggio con mio figlio è una storia che ruota attorno alla famiglia di Ezra (William Fitzgerald), un undicenne affetto da autismo, condizione che comporta una serie di piccole e grandi sfide quotidiane nell'adattarsi e nel relazionarsi con il resto del mondo; i suoi genitori sono separati ma cercano di gestire insieme le esigenze del figlio, anche se a volte con opinioni ed esiti opposti: suo padre Max (Bobby Cannavale), autore comico e cabarettista la cui carriera non è andata come sperava, che dopo la separazione è tornato a vivere con suo padre Stan (Robert De Niro), tenta di assecondare le inclinazioni del figlio, mentre la sua ex moglie Jenna (Rose Byrne, nella realtà compagna di vita di Cannavale), è più incline a seguire i consigli degli specialisti riguardo a medicinali e scuole speciali. Così, quando Max viene scelto come ospite del famosissimo talk show di Jimmy Kimmel (che infatti fa un cameo sui titoli di coda) decide, nonostante un esplicito divieto, di portare con sé Ezra, e parte insieme al figlio per un viaggio in macchina dal New Jersey fino a Los Angeles: il tragitto diventerà così un'occasione, per padre e figlio ma non solo, di rafforzare e ridefinire i legami familiari, facendo anche i conti con il passato e preparandosi ad affrontare il futuro.

Il film è diretto da Tony Goldwyn, regista ma soprattutto attore con molti film anche importanti in curriculum, da Ghost (era lui il cattivo Carl) a Nixon, dalla saga di Divergent al più recente Oppenheimer, e che qui interpreta anche il ruolo di Bruce, nuovo compagno di Jenna.
Data la scelta e l'approccio alla tematica, è facile intuire che si tratti di una storia molto personale e parzialmente autobiografica; lo sceneggiatore Tony Spiridakis infatti è realmente papà di un ragazzo autistico e ha scritto il film ispirandosi al loro rapporto, ma non solo: anche Robert De Niro è stato attratto dal copione avendo lui stesso un figlio autistico, e anche tra i membri della troupe c'erano persone che rientravano nello spettro autistico o a loro imparentate, compreso lo stesso giovane protagonista.

Ecco quindi che il film vuole trattare con rispetto e sensibilità un soggetto con cui tante famiglie si trovano quotidianamente a confrontarsi, mettendone in luce le difficoltà ma anche le soddisfazioni e mostrandone sia gli aspetti più intimamente legati al nucleo familiare, sia quelli che riguardano i rapporti con gli altri: "La parola autismo viene dal greco: nel proprio mondo; io non voglio Ezra nel proprio mondo, lo voglio in questo mondo", sta forse in questa frase pronunciata da Max la chiave del film.
Il cast è sicuramente uno dei punti di forza del film, a partire da Cannavale che coglie in maniera espressiva e toccante tutte le sfumature del suo personaggio, dai toni più scanzonati a quelli malinconici, e che interagisce bene con il giovane protagonista debuttante; anche la presenza di De Niro è un valore aggiunto, che mettendo da parte le commedie anche decisamente demenziali a cui ha preso parte in anni recenti è più funzionale in ruoli come questo, dove può mantenere un equilibrio tra il lato più leggero e ironico e un filo di saggezza riflessiva e nostalgica.
Una volta iniziato il viaggio padre-figlio, il film assume anche le caratteristiche del road movie, fatto di incontri sparsi lungo la strada, imprevisti più o meno gravi, inattesi sprazzi di gioia e così via; alcune parentesi sono più riuscite di altre, come la sosta a casa dell'amico Rainn Wilson, altri forse sono più sacrificati, come la partecipazione di Vera Farmiga.

La trama evidenzia anche un altro aspetto importante legato al tema dell'autismo e più in generale delle neurodivergenze, vale a dire il modo in cui questa materia viene trattata da un punto di vista non solo psicologico e culturale, ma anche a livello burocratico, sanitario e scolastico, con un filo di denuncia forse anche polemica ad esempio circa l'utilizzo di certe medicine, e sulle difficoltà onerose (anche in senso economico) per le famiglie, che forse necessiterebbero di una più adeguata rete di supporto su più fronti.
La sceneggiatura cerca di evitare toni eccessivamente retorici e per lo più ci riesce, anche se con qualche momento di prevedibilità specie nell'ultima parte, ad esempio con l'inevitabile e tardivo confronto tra Max e Stan, e alcune risoluzioni che tendono ad accontentare un canone più tipicamente hollywoodiano.

In viaggio con mio figlio è quindi un film che si affida non solo all'emotività ma anche a una solida scrittura e a un buon lavoro di interpreti, cercando di portare uno sguardo personale e partecipe sui suoi temi; il suo messaggio finale è l'esaltazione di una famiglia che non sia necessariamente quella tradizionale, ma un ambiente che inviti ad accogliere, tollerare e anche valorizzare le reciproche differenze esaltando la propria unicità, con tutto il bagaglio che ciascuno si porta dietro.