Kokuho-Il Maestro di Kabuki ha inizio nei primi anni '60, quando Kikuo (Sōya Kurokawa) è il giovane figlio di un boss della yakuza che si esibisce in una performance di teatro kabuki, tra i cui spettatori si trova anche un rinomato attore di quest'arte teatrale, Hanjiro Hanai II (Ken Watanabe), che ne nota talento e potenziale; poco dopo, il padre di Kikuo viene ucciso in un attentato da parte di un clan di yakuza rivale e così Hanjiro decide di accogliere il ragazzo sotto la sua ala per formarlo come interprete professionista di kabuki. Per Kikuo inizia così un duro e faticoso periodo di studio e addestramento, insieme a Shunsuke (Keitatsu Koshiyama), figlio di Hanjiro e quindi destinato a esserne l'erede naturale; i due ragazzi crescono insieme (nella versione adulta sono interpretati da Ryo Yoshizawa e Ryusei Yokohama) sviluppando un legame fraterno ma anche uno spirito competitivo, tra la complicità che li porterà a esibirsi insieme come duo di onnagata (interpreti maschili che eseguono ruoli femminili) ma anche la rivalità nell'aspirazione a raggiungere il rango di kokuho (letteralmente "tesoro nazionale vivente", titolo conferito per meriti in campo artistico), mentre ne seguiamo alti e bassi sia lavorativi che personali nell'arco di qualche decennio.
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Il trailer italiano di 'Kokuho - Il maestro di kabuki', il lungometraggio di Lee Sang-il (Hula Girls) candidato agli Oscar 2026 per il miglior trucco.
Il film è diretto da Sang-il Lee, tratto da un omonimo romanzo dello scrittore di successo Shūichi Yoshida (dalle sue opere sono già stati tratti numerosi adattamenti cinematografici e televisivi in patria), ed è diventato (forse un po' a sorpresa per una pellicola che sfiora le tre ore di durata, e di fatto è incentrata su un'arte pluricentenaria) il maggior successo di sempre al box-office giapponese per un film in live action.
Kokuho è dunque un grande melodramma epico, visivamente e stilisticamente, che si sviluppa nell'arco di mezzo secolo (dal 1964 fino a un epilogo ambientato nel 2014) e che racchiude una vicenda in cui si intrecciano famiglia, amicizia, amore, arte e successo, rivalità e solidarietà, malattia e morte, vendetta e riscatto. La storia è anche un omaggio all'arte del kabuki: forma di teatro antichissima e fortemente rappresentativa dell'arte popolare giapponese (ma forse finora non semplicissima da rendere in modo efficace anche sul grande schermo), che riunisce in sé recitazione, danza e musica, dai codici scenici rigorosi ed estremamente formali, caratterizzata da aspetti come il pesante trucco utilizzato sugli attori (pensiamo al volto che appare come una maschera bianca su cui spiccano lineamenti colorati molto marcati), parrucche (il film ha avuto anche una nomination all'Oscar nella categoria Trucco e acconciatura), costumi sgargianti, e una recitazione fortemente stilizzata, dai movimenti al timbro vocale dei personaggi.
La trama del film sottolinea inoltre come essere attori di teatro kabuki sia normalmente considerata una tradizione che si tramanda di padre in figlio, che è uno dei temi portanti del film, poiché Shunsuke è considerato l'erede naturale di Hanjiro, mentre Kikuo, nonostante gli vengano riconosciuti bellezza e talento, proviene naturalmente da un background familiare e sociale molto diverso, che rischia di farlo ostracizzare dalla comunità teatrale.
Sembra che il montaggio iniziale del film arrivasse a sfiorare le quattro ore e mezza di durata (d'altronde il romanzo da cui è tratto conta circa 800 pagine) e dunque probabilmente dalla versione, seppure lunga, che arriva nelle sale è stato tagliato molto materiale e questo si nota in una sceneggiatura che procede focalizzandosi su alcuni passaggi specifici, con molte ellissi temporali e narrative; in generale il contesto più ampio storico, sociale e politico del Giappone resta comunque ai margini, mentre tra i personaggi più sacrificati ci sono le figure femminili.
Il film invece trova comunque il tempo di mettere in scena degli estratti di spettacoli di teatro kabuki, in modo che lo spettatore possa avere in prima persona un'impressione di questa forma d'arte, e anche il modo in cui le opere interpretate dai protagonisti vadano a intrecciarsi con le loro vite fuori dal palcoscenico, fin quasi a divenire parte integrante della propria identità, affidandosi alle interpretazioni dei due protagonisti, senza dimenticare il ruolo secondario ma fondamentale di un attore già molto noto anche al pubblico occidentale come Watanabe.
Kokuho-Il Maestro di Kabuki è quindi un film ambizioso e impegnativo che permette uno sguardo ravvicinato e appassionato su arte e tradizione da scoprire anche per il pubblico occidentale, e che con i suoi risultati da record può aspirare a diventare un manifesto per il dramma storico giapponese.