L'agente segreto, recensione del film con Wagner Moura

Uno dei film più premiati della stagione è un thriller drammatico che ci riporta nel periodo della dittatura militare in Brasile, con un racconto epico, teso e denso sorretto dall'interpretazione di Wagner Moura, candidato all'Oscar e già premiato a Cannes e ai Golden Globe.
L'agente segreto di Kleber Mendonça Filho, scena da trailer

L'agente segreto, scritto e diretto dal brasiliano Kleber Mendonça Filho, è uno dei film più acclamati di questa stagione cinematografica, dopo avere iniziato il suo percorso allo scorso Festival di Cannes (dove è stato il film più premiato, con quattro riconoscimenti) per poi arrivare, tra i tanti, alla recente vittoria di due Golden Globe ed è attualmente candidato a quattro premi Oscar.
La storia ha inizio nel 1977, nel Brasile della dittatura militare, quando un uomo che si fa chiamare Marcelo (Wagner Moura) arriva dopo un lungo viaggio nella città di Recife, nella parte nord-orientale del Paese, per riabbracciare il figlioletto Fernando, che vive lì con i nonni da quando ha perso la mamma; l'uomo però è costretto a muoversi in segreto e a mascherare la sua vera identità perché sulle sue tracce ci sono uomini molto pericolosi.

Il cineasta brasiliano, apprezzato dal pubblico festivaliero per i suoi precedenti lavori come Aquarius (2016) e Bacurau (2019), realizza qui un film che, a dispetto di quanto il titolo potrebbe lasciar pensare, non è un film di spionaggio in senso classico, semmai un thriller socio-politico influenzato anche dal cinema horror e perfino western, che con le sue due ore e mezza abbondanti ha la forma e l'ambizione di un grande racconto epico (con tanto di suddivisione in capitoli), ma che conta fra i suoi modelli anche il nostro Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, oltre a tante produzioni statunitensi di quel decennio. Mescolando personaggi inventati a fatti che prendono spunto da eventi realmente accaduti, L'agente segreto immerge lo spettatore nel clima non solo tropicale e asfissiante ma anche e soprattutto quello di tensione, sospetto e pericolo del periodo in cui è ambientato: un ambiente dominato da corruzione, minacce e violenza, in cui si evidenziano il razzismo e la disparità fra classi sociali, mentre ai margini troviamo esuli e rifugiati in cerca di un futuro migliore e scopriamo un poco alla volta, con l'ausilio di flashback, cosa è accaduto nel passato del protagonista. La sceneggiatura rimane comunque ellittica e (forse volutamente) ambigua e vaga su certi punti, con vari personaggi e possibili sottotrame che restano abbozzati, in un'abbondanza di spunti tali che a volte sembra difficile decidere su cosa puntare maggiormente l'attenzione.
La storia ha anche una cornice che ci riporta al presente, con due studentesse impegnate ad ascoltare vecchie audiocassette contenenti testimonianze e ricordi dei protagonisti, cosa che ci permette di conoscere la sorte di alcuni personaggi: questo espediente può sembrare un modo di mettere una distanza, sia narrativa che emotiva, dai fatti visti fino a quel momento sullo schermo, ma in realtà consente anche una chiusa a suo modo toccante che aggiunge un'ulteriore dimensione alla vicenda.

Il film è anche un omaggio al cinema, alle sale cinematografiche e alla figura del proiezionista; in particolar modo vediamo come l'orrore sullo schermo si mescoli e si confonda con quello della realtà, tra possessioni demoniache, squali assassini e gambe mozzate che mietono vittime e agitano gli incubi di bambini e non solo, per di più nel periodo del carnevale, in cui anche un travestimento può assumere un'aria sinistra e minacciosa. 
Il regista gira in Panavision con lenti anamorfiche per replicare anche visivamente grana e cromatismi del cinema anni '70, con un risultato esteticamente affascinante e d'impatto, in cui spiccano colori saturi e squillanti, per una ricostruzione d'epoca precisa e ricca di dettagli.

Il film si affida soprattutto all'intensa interpretazione di Moura, che torna dopo molti anni a recitare nella sua lingua dopo una carriera che lo aveva già lanciato a livello internazionale, soprattutto grazie al ruolo di Pablo Escobar nella serie Narcos, più di recente visto in altre produzioni statunitensi come The gray man e Civil war, e che con questo film potrebbe trovare la consacrazione definitiva; al suo fianco segnaliamo anche Tânia Maria, che ha debuttato come attrice ultrasettantenne proprio con Mendonça, ma troviamo anche Gabriel Leone (dalla miniserie Senna) e il veterano attore tedesco Udo Kier nel suo ultimo ruolo.

L'agente segreto è quindi un film che è riuscito a coniugare ricordi e suggestioni personali con un appeal per un pubblico internazionale, grazie a una storia dal tema socio-politico ma anche familiare, che guarda al passato per suggerire un inevitabile monito e parallelo con il presente, tra malinconia e speranza.