L'art d'être heureux, l'arte come mezzo per capire se stessi
Dopo essere già passato sul palco della Festa del Cinema di Roma con il suo Tokyo Fiancé, il regista Stefan Liberski torna nella capitale con un piccolo gioiello che fa riflettere sul tema della realtà, dell'attualità e dell'identità personale, che rischia di essere divorata dall'egocentrismo dilagante e dall'idea di dover mostrare agli altri di essere più di quel che si è. L'art d'être heureux (L'arte di essere felici in italiano) vede come protagonista Machond (uno straordinario Benoît Poelvoorde) nei panni di un pittore concettuale e astratto che, insoddisfatto della propria vita decide di fare "tabula rasa", lasciare Bruxelles, e trasferirsi in un piccolo villaggio della Normandia, dove spera di poter trovare di nuovi l'ispirazione e ottenere quel posto nell'Olimpo degli intellettuali che spera di ricoprire da tempo. Ma Machond è soprattutto un uomo in crisi, un uomo solo, che non sa davvero chi è e cosa vuole dalla vita. Proprio nel villaggio che è diventato la sua nuova casa, l'uomo incontra un pittore figurativo, Bagnoule (Gustave Kervern), che finisce col diventare suo amico e aprirgli le porte della "scena artistica" di questo paese che sorge nei pressi delle falesie che tanto hanno ispirato Claude Monet. Sarà così che Machond incontrerà la gallerista Cécile (la Camille Cottin di Call my agent), una donna sposata con un uomo dedito all'alcol (il François Damiens che tutti abbiamo amato nel film La Famille Bélier). Il pittore belga perderà la testa per Cécile, ma la donna è molto più difficile e capricciosa di quanto immagini. Soprattutto, l'uomo non si rende conto di cosa ha davvero davanti agli occhi e non nota ciò che invece dovrebbe essere lampante. Forse il suo essere così ispirato dall'arte astratta gli ha precluso la capacità di vedere quello che appare davvero davanti ai suoi occhi.
Come avviene spesso nella lunga tradizione del cinema belga (o comunque francofono), anche L'art d'être heureux è una pellicola che non si accontenta di essere una sola cosa. Sebbene l'assetto principale possa giustamente far pensare a una commedia - e di certo non mancano né le situazioni che fanno ridere, né i personaggi eccentrici che si muovono sullo sfondo - il film di Stefan Liberski è anche una riflessione tutt'altro che scontata e decisamente attuale su quale sia la "posizione" dell'umanità ai giorni nostri. Ed ecco allora che il tono della commedia serve a vestire quello che è un film con un sottotesto estremamente struggente, incentrata su un uomo completamente solo, che parla e finge di rilasciare interviste solo per colmare il silenzio che lo circonda e che gli ricorda tutto ciò che non è riuscito ad ottenere nella sua vita. Il protagonista di questo film è un personaggio in qualche modo duplice e anche paradossale. Un artista dell'arte astretta che, però, non sa più vedere: un pittore che affronta la tela bianca cercando di creare la creazione stessa e finendo con il dare luce a qualcosa che nessuno capisce. Inoltre Machond rappresenta tutti gli aspetti negativi dell'artista intellettuale: quello che è chiuso nei propri concetti ermetici, quello che vive solo attraverso le citazioni di personaggi più famosi e più colti, quello che pensa che l'arte sia qualcosa di sacro e, perciò, inavvicinabile. Quel tipo di artista, cioè, che non vuole rendere nessun servizio all'arte, ma anzi la rende qualcosa di così lontano dal quotidiano da allontanare il pubblico stesso. Al medesimo tempo, però, questo protagonista solo e abbattuto, che si innamora velocemente e cerca di capire meglio cosa lo riguarda e cosa lo tocca, è un personaggio estremamente positivo, nella misura in cui riesce a spingere il pubblico a fare il tifo per lui, a sperare che alla fine possa scoprire davvero quale sia il segreto per poter vivere felici, per essere felici in mezzo a quella "condivisione" che il protagonista trova nel momento in cui decide di spostare lo sguardo: di non guardare a quello che ha perso, ma di concentrarsi su quello che effettivamente è davanti ai suoi occhi, concreto e reale.
L'art d'être heureux un film a suo modo commovente, che ci ricorda l'importanza di affrontare non solo i nostri sogni - come avviene nelle narrazioni più ottimiste - ma anche la possibilità di aver aver fatto un errore, di aver puntato tutto su un sogno sbagliato, forse tossico, che potrebbe correre il rischio di farci allontanare da quello che conta davvero, da quello che è davvero importante in una vita e in una realtà che sembra sempre più votata a ciò che è superficiale, volubile, inafferrabile. Un po' come l'ispirazione stessa, questa musa capricciosa che gli artisti inseguono e dalla quale, spesso, vengono derisi. Un piccolo gioiello alla Festa del Cinema di Roma, che dimostra come ci sia ancora tanta voglia di raccontare e raccontarsi.