La mano sulla culla, la recensione: il remake del thriller psicologico al femminile

Mary Elizabeth Winstead e Maika Monroe sono le protagoniste di questa nuova versione di un classico thriller degli anni '90, su una giovane baby-sitter che si insinua nella famiglia per cui lavora ma con intenzioni poco chiare.
La mano sulla culla (2025) - Poster logo orizzontale

Ai molti sequel, remake e reboot che puntualmente si affacciano sui nostri schermi, va ora ad aggiungersi, direttamente per il mercato home video, il film La mano sulla culla, liberamente basato sull'omonimo titolo diretto da Curtis Hanson nel 1992, un buon successo sia di pubblico che di critica che aveva come protagoniste Annabella Sciorra e Rebecca De Mornay (ma con un ruolo importante anche per Julianne Moore, all'epoca in uno dei suoi primissimi film). 
In questa nuova versione troviamo Caitlyn Morales (Mary Elizabeth Winstead), di professione avvocato, che dopo la nascita della sua seconda figlia, assume come baby-sitter Polly Murphy (Maika Monroe), una ragazza che si era rivolta a lei mesi prima per una consulenza legale. In breve tempo la giovane fa in modo di diventare una presenza indispensabile per la famiglia Morales, ma quando in casa iniziano a verificarsi una serie di eventi atipici e preoccupanti crescono i sospetti su quale siano le vere intenzioni di Polly. 

In casi come questo è pressoché inevitabile il confronto con il film originale, sebbene chiaramente i due film possano essere visti in totale autonomia l'uno dall'altro; qui la differenza fondamentale è che, se nel film del '92 era nota da subito la vera identità della baby-sitter e dunque le sue motivazioni, la nuova versione invece mantiene a lungo il mistero su cosa possa aver portato la giovane Polly a offrirsi di lavorare per la famiglia, e quindi su una presunta connessione tra lei e Caitlyn.
Questo remake è diretto da Michelle Garza Cervera, regista messicana che si è fatta notare dalla critica al suo esordio con un acclamato body horror proprio sul tema della maternità, Huesera (2022) e che le ha così consentito di approdare a Hollywood, rimettendo mano al filone dello psyco-thriller: La mano sulla culla è una storia che ruota attorno a quella che è sicuramente una delle paure peggiori di ogni genitore, l'idea di affidare i propri figli a una persona senza conoscerla veramente, oltre a essere una riflessione sulle sfide dell'essere madri, tra pressioni, sensi di colpa, paure e paranoie, possibile depressione post-parto e anche lo spettro di qualcosa in più; a questo si può aggiungere qualche ombra segreta e traumatica nel proprio passato, che si cerca di rimuovere o, al contrario, di portare alla luce. 

Questa rilettura del film sembra puntare soprattutto sulla contrapposizione tra le due donne per proporne una visione complementare e speculare: da un lato la madre di famiglia, moglie e donna in carriera, puntigliosa riguardo all'alimentazione, con l'inevitabile abitazione estremamente chic e ultramoderna completa di pareti in vetro in un lussuoso quartiere residenziale di Los Angeles, la cui vita sta per essere turbata dall'introduzione di un elemento estraneo, la ragazza dal background più modesto e incerto. 
In generale sembra che si sia cercato di dare alla storia un'impronta più moderna e aggiornata ai nostri tempi (e forse anche al politicamente corretto) il che però si traduce in alcune scelte quasi forzate o comunque in spunti narrativi che vengono presto abbandonati senza essere davvero sfruttati a tutto campo: ad esempio l'aver dato alla protagonista un marito di origini latinoamericane, Miguel (Raùl Castillo) il che si risolve con una fugace battuta sui genitori di lui, e soprattutto il tema dell'identità sessuale con un accenno di tensione omoerotica fra le due donne, che può lasciar presagire svolte più audaci e piccanti poi non sviluppare dalla trama. 
Si può dire quindi che La mano sulla culla in versione millennial abbia il merito di non limitarsi a essere una copia carbone del film di Hanson, scegliendo invece un nuovo approccio per un confronto/scontro al femminile che punta anche sul concetto di circolarità ed ereditarietà del male, degli abusi e del trauma; il risultato finale però è smorzato da qualche passaggio poco plausibile (comprese alcune scelte interpretative, come la performance di una Monroe che si avvale della sua esperienza in una serie di fortunati titoli thriller-horror, ma con cui si finisce per andare troppo sopra le righe fin dall'inizio) e una confezione estremamente patinata che resta sospesa tra l'introspezione psicologica e le sequenze più action e cruente, con un effetto superficiale e ammiccante di pronto consumo, che si può smarrire facilmente tra tanti titoli dell'offerta televisiva.