Lee Miller, recensione del biopic con Kate Winslet

L'attrice inglese è protagonista e produttrice di questo biopic sulla fotoreporter di guerra che realizzò immagini esclusive durante la Seconda guerra mondiale, e il cui contributo è stato per anni ignorato dai più, fino a venire scoperto e raccontato in un libro da suo figlio.
Kate Winslet in Lee Miller, scena da trailer

Forse il suo nome non dice molto ai più, ma nel campo dei fotoreporter Lee Miller è una figura di grande importanza (era citata di recente nel film Civil war, dove il personaggio di Kirsten Dunst si chiama proprio Lee in omaggio a lei); dietro alla sua figura c'è però una di quelle storie che aspettavano da tempo di essere raccontate, e ci ha pensato il film Lee Miller, che avuto una lunga fase di gestazione e alla fine ha visto la luce anche grazie alla tenacia della protagonista e produttrice Kate Winslet, che si è spesa molto in prima persona per la sua realizzazione. 
L'americana Elizabeth "Lee" Miller, dopo una carriera di successo come modella nella New York degli anni '20, si trasferì in Europa, dove divenne fotografa e parte attiva della scena artistica del tempo, musa e collaboratrice di grandi nomi. Lee lavorava per l'edizione britannica di Vogue quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e insistette, ignorando le proteste di amici e familiari, per recarsi in prima linea come fotoreporter e corrispondente di guerra: il suo si sarebbe rivelato un contributo fondamentale nel mostrare le atrocità belliche, dall'uso del napalm agli orrori dei lager, ma anche la realtà quotidiana delle persone, specialmente donne, al fronte nonché alcune immagini esclusive realizzate nell'appartamento dello stesso Hitler.

È specialmente su questo periodo che si concentra il biopic, ispirato al libro The lives of Lee Miller di Antony Penrose (figlio di Lee e del suo secondo marito, l'artista Roland Penrose) e diretto da Ellen Kuras, che firma così il suo esordio come regista di un lungometraggio di fiction: apprezzata direttrice della fotografia, aveva già collaborato con Winslet in Se mi lasci ti cancello e Le regole del caos, oltre ad aver diretto vari episodi di serie tv.
Lee fa un mestiere per cui di norma lascia che siano le immagini a parlare, immortalando volti, luoghi, tutto quello su cui sceglie di posare e soffermare il proprio sguardo: è colei che sta dietro all'obiettivo, dunque non si vede, ma alcuni dei momenti più intensi sono proprio quando sul suo viso vediamo passare le emozioni contrastanti, come nonostante lo sgomento di assistere a immagini terribili lotti con la professionalità che si sforza di mantenere fermezza e lucidità per portare a termine il proprio lavoro; si mette in mostra dunque anche lo spirito combattivo di Lee, pronta a battersi particolarmente in difesa delle donne.
Il film ricostruisce così un lavoro che è rimasto sconosciuto a lungo, e che faticò anche a vedere la luce, poiché le immagini furono ritenute troppo forti e sconvolgenti per una popolazione che invece doveva provare a voltare pagina e rialzarsi dalla guerra, riaccendendo dunque anche il dibattito sull'opportunità o meno di mostrare alcune immagini, oltre agli effetti post-traumatici su chi documenta l'orrore ma lo vive comunque, in maniera transitiva.

La sceneggiatura sottolinea la personalità volitiva e anticonformista, non priva di qualche asprezza, di Lee che rifiuta le convenzioni di una vita piatta, prudente e misurata; il suo è uno spirito libero nutrito dall'ambiente bohémien in cui si muoveva (fu amica e collaboratrice di nomi come Man Ray, Pablo Picasso e Jean Cocteau) e che dunque si esprime tanto in ambito lavorativo quanto nei rapporti effettivi, come il film evidenzia nelle sequenze dell'incontro con il futuro marito Roland Penrose (Alexander Skarsgård).
In un film che utilizza l'espediente di far rievocare i suoi ricordi a una protagonista ormai anziana a colloquio con un intervistatore (Josh O'Connor), sarebbe stato interessante scoprire qualcosa in più sulle esperienze lavorative di Lee prima di diventare fotoreporter e anche sulla sua vita dopo la guerra, compresa l'evoluzione del suo rapporto con Roland e la tardiva maternità che viene comunque affrontata, in maniera indiretta ma con una sua originalità, dalla sceneggiatura.
In un cast abbastanza ristretto ma variegato troviamo Andrea Riseborough che dà verve alla sua Dame Audrey Withers, editrice di Vogue, una sorpresa come Andy Samberg, noto generalmente come attore comico e che qui invece interpreta il collega di Lee, e suo prezioso complice, David Scherman, mentre Marion Cotillard è funzionale, ma con poco spazio in sceneggiatura nel ruolo della nobile francese e giornalista di moda Solange d'Ayen, simbolo di quegli anni dal benessere glorioso e spensierato destinato a essere spazzato via dalla guerra.

Lee Miller è un film che in apparenza cerca un approccio narrativo un filo diverso dal classico biopic anche se poi il suo punto di vista non coincide perfettamente con il percorso umano e artistico della protagonista, quasi come se restasse un passo indietro; anche visivamente la fotografia firmata da Pawel Edelman (collaboratore di lunga data di Roman Polanski) dà risalto soprattutto ai colori plumbei e terrei degli scenari bellici, in una maniera piuttosto convenzionale.
Forse anche per questo il film non ha raccolto quanto ci si poteva aspettare da un progetto del genere, rimanendo per lo più a bocca asciutta durante la stagione dei premi, ma è certamente un titolo da vedere per i fan di Kate Winslet, che ancora una volta offre un'interpretazione priva di vanità, ricca di grinta e anche di umanità.