May December, recensione del film di Todd Haynes con Julianne Moore e Natalie Portman
May December è un'espressione che sta a indicare una relazione in cui ci sia una forte differenza d'età fra i due componenti; l'omonimo film di Todd Haynes, scritto da Samy Burch (candidata all'Oscar per la miglior sceneggiatura originale) ruota infatti intorno alla coppia formata da Gracie Atherton-Yoo (Julianne Moore) e suo marito Joe Yoo (Charles Melton), la cui relazione inizia nel segno dello scandalo: nei primi anni '90 lei è una moglie e madre di famiglia trentaseienne, mentre lui uno studente appena tredicenne, proveniente da una famiglia di immigrati coreani; quando i due vengono colti in flagrante e la loro storia viene allo scoperto suscitando, come prevedibile, parecchio scalpore mediatico, Gracie viene dunque condannata a un periodo di carcere, oltre a separarsi dal suo primo marito.
Trascorsi più di vent'anni Gracie e Joe sono sposati e genitori di tre figli, e la loro vicenda sta per tornare alla ribalta con la realizzazione di un film ad essa ispirato. Così Elizabeth Berry (Natalie Portman), l'attrice scelta per interpretare il ruolo di Gracie, chiede di poter trascorrere un periodo accanto alla coppia, affiancandoli nelle loro vite quotidiane a Savannah, in Georgia, per prepararsi al meglio nella costruzione del suo personaggio. Mentre Elizabeth ha modo di osservare da vicino Gracie, Joe, i loro familiari e conoscenti, la sua presenza porterà a galla alcuni dettagli sulle dinamiche della coppia, finendo anche per inserirvisi in modi inaspettati.
Nonostante quella del film sia una sceneggiatura originale, la trama si ispira comunque liberamente alla vera vicenda di Mary Kay Letourneau e Vili Fualaau, un'insegnante e un suo allievo dodicenne la cui relazione ha suscitato parecchio scalpore nella cronaca e nell'opinione pubblica americana; Todd Haynes è un regista noto principalmente per i suoi melodrammi in costume dalle raffinatissime ricostruzioni storiche che spesso hanno anche omaggiato i classici del cinema (Lontano dal paradiso, Carol, La stanza delle meraviglie), il cui sguardo solitamente si concentra in particolar modo sui personaggi femminili; spesso si tratta di donne che tentano di sottrarsi alle rigide convenzioni della società in cui vivono, lottando per affermare la loro vera identità, con l'attenzione soprattutto su ciò che succede all'interno delle mura domestiche, con i personaggi magari ingabbiati in matrimoni all'apparenza felici, ma al cui interno in realtà si aprono crepe più o meno profonde.
Lo stile di Haynes, sempre molto attento all'aspetto formale dei suoi film, qui fornisce alla pellicola una prospettiva intrigante, andando a realizzare un'opera in cui confluiscono thriller psicologico e melodramma familiare, noir sentimentale, riflessioni meta cinematografiche e una spruzzata di atmosfere che rimandano alle più classiche soap opera.
La trama, infatti, è fortemente pervasa da una sensazione di ambiguità, che si esprime al massimo nella giustapposizione tra le due donne: da una parte la moglie e madre presente e premurosa che si diletta a preparare apprezzati dolci da vendere ai vicini, dall'altra la giovane donna in carriera, con la sicurezza in sé di chi ha fama e ammirazione, entrambe note anche al grande pubblico, raccontate da tv e giornali, per motivi diversi ma che adesso stanno andando a convergere; la sensazione che ha lo spettatore fin dall'inizio è che tutte e due le donne possiedano un lato meno limpido, più nascosto e dagli intenti non sempre chiari: forse la tendenza a rimaneggiare la realtà per adattarla ai propri obiettivi ed esigenze, sorvolando sugli aspetti più scomodi e meno edificanti, o addirittura manipolare persone e situazioni pur di ottenere ciò che si vuole. Il confronto tra Elizabeth e Gracie è ovviamente accentuato dal fatto che la prima deve cercare di incarnare la seconda, cercando di assumerne non solo movenze e modo di parlare, ma anche di calarsi all'interno della sua personalità, come evidenziato anche dal gioco di specchi, riflessioni e sdoppiamenti che osserviamo nel corso della storia.
La storia tocca anche la fascinazione talvolta morbosa, mediatica e non solo, verso i più pruriginosi fatti di cronaca che pervade comunque anche il film stesso, che mostra un lato più cupo e anche cinico degli aspetti più puramente sensuali e carnali, proprio nel mettere in scena una narrazione che non vuole limitarsi a cavalcare l'ondata dello scandalo sensazionalistico, per cui è appropriata una regia che si mantiene volutamente fredda e distaccata, non senza un certo sottotono ironico.
Per Julianne Moore (alla quarta collaborazione con Haynes) e Natalie Portman il film è la riconferma di un'eleganza interpretativa che già conosciamo dalle rispettive carriere ben più che affermate, ma è una rivelazione anche l'emergente Charles Melton (dalla serie Riverdale) nel ruolo di Joe, personaggio anch'esso ricco di chiaroscuri e di contraddizioni, specialmente nel suo essere un padre di famiglia di figli ormai quasi adulti ma avendo conservato un che di infantile di chi non è cresciuto forse troppo in fretta, senza una giovinezza che potremmo definire convenzionale.
Forse non possiede una chiusa finale maggiormente forte e definita che sarebbe stata più soddisfacente, ma May December è un film elegante, sorretto dalle interpretazioni dei protagonisti e con più chiavi di lettura sui temi e i personaggi che propone.