Monsieur Aznavour, recensione del biopic sul celebre cantautore
Charles Aznavour è ampiamente ritenuto uno dei più importanti cantautori del Novecento e non solo, con una carriera lunga ed estremamente prolifica (si è esibito in concerto fino a poche settimane prima della sua morte, avvenuta nel 2018 all'età di 94 anni) durante la quale, oltre ad aver venduto centinaia di milioni di dischi, firmato migliaia di canzoni per se stesso e per altri artisti, si è messo alla prova anche come attore recitando in più di ottanta titoli fra cinema e tv (comprese diverse pellicole italiane), ricevendo premi su premi, dalla Legion d'onore in Francia a una stella sulla Walk of Fame hollywoodiana.
La sua vita è diventata adesso oggetto di un biopic, Monsieur Aznavour, che ne ripercorre l'ascesa concentrandosi sulla prima metà della sua carriera, partendo tradizionalmente dalla sua infanzia: nato a Parigi da una coppia di immigrati armeni (il nome originario della famiglia è Aznavourian), il piccolo Charles assorbe in casa (e nel ristorante gestito dai suoi genitori, luogo di ritrovo per attori e musicisti) l'amore per la musica e la danza e mostra fin da piccolo l'inclinazione a esibirsi davanti a un pubblico, così comincia già da bambino a lavorare; la svolta, negli anni '40, avviene grazie all'incontro con il collega Pierre Roche (Bastien Bouillon) e alla nascita di un duo musicale che attira l'attenzione di Edith Piaf (Marie-Julie Baup), con la quale arrivano negli USA e poi in Canada, prima del ritorno in Europa e la consacrazione come solista; una carriera costellata di sfide e ostacoli sia personali che professionali, che lo accompagnano durante tutto il suo percorso artistico.
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Il trailer del film 'Monsieur Aznavour' diretto da Mehdi Idir, Grand Corps Malade e interpretato da Tahar Rahim, Victor Meutelet, Rupert Wynne-James, Bastien Bouillon.
Il film è scritto e diretto a quattro mani da Mehdi Idir e dal rapper e poeta Grand Corps Malade (nome d'arte di Fabien Marsaud), già autori insieme di moltissimi videoclip musicali per quest'ultimo e anche di qualche film, come L'anno che verrà (2019); i due realizzano qui un biopic evidentemente approvato dalla famiglia del cantante (visto che tra i produttori troviamo anche il suo genero Jean-Rachid Kallouche) e dunque piuttosto rispettoso e corretto.
Ciò che emerge dalla storia è innanzitutto l'incredibile determinazione a raggiungere il successo, la continua ricerca di qualcosa di più grande e di nuovo, la voglia di migliorare se stesso all'inseguimento di una perfezione che non ammette cedimenti, con un occhio sempre attento anche all'aspetto commerciale, al trovare il modo migliore di entrare in contatto con un pubblico; al tempo stesso però la trama restituisce anche il ritratto di un uomo che nonostante la famiglia, gli applausi, le ville lussuose sempre più grandi, si ritrova sempre più isolato, quando la sua ambizione lo porta a trascurare anche gli affetti.
In due ore abbondanti di narrazione si ha comunque l'impressione che la sceneggiatura riesca solo in parte a coprire tutte le tappe della densa e complessa parabola del protagonista, dunque ci sono aspetti che non trovano posto o che vengono appena accennati: ad esempio il forte attivismo di Aznavour in favore del popolo armeno, ma anche il sostegno alla comunità omosessuale, oppure le polemiche legate al razzismo anche religioso, mentre per quanto riguarda la vita privata pensiamo agli eventi drammatici legati al figlio nato al di fuori del matrimonio.
Nel complesso il film non svela fino in fondo l'essenza della cosiddetta "formula Aznavour": vediamo infatti come la sua carriera spesso consista in una serie di giudizi, critiche e consigli spesso opposti fra loro (dall'essere considerato fisicamente inadatto alle canzoni d'amore, a quella voce che per qualcuno può diventare il suo tratto distintivo ma per altri va invece affinata) ma manca un vero e proprio controcampo sul pubblico che mostri quali siano effettivamente i punti vincenti che ne consacrano il trionfo.
Dal punto di vista stilistico il film potrebbe risultare un po' deludente per chi si aspettasse un biopic con un'angolazione più insolita o delle invenzioni narrative più creative, invece Monsieur Aznavour si muove su un terreno piuttosto convenzionale e didattico, che sfrutta solo in piccola parte il potenziale artistico e di messa in scena del materiale trattato: in qualche scena vediamo musiche e liriche intrecciarsi alle immagini a scopo narrativo, come negli attimi di agitazione quando cala il sipario al termine di un suo concerto, o quando le note di "She" (uno dei brani più noti di Aznavour) accompagnano l'incontro con quella che diventerà la sua terza moglie, la modella svedese Ulla Thorsell (Petra Silander), ma più spesso non ci porta fino in fondo dietro le quinte del processo creativo.
Nel ruolo del protagonista troviamo Tahar Rahim, (l'attore franco-algerino lanciato da Il profeta, visto più di recente in Alpha, ma che ha intrapreso anche una carriera hollywoodiana, con titoli come The Mauritanian e Madame Web), qui opportunamente camuffato dal trucco prostetico che dà quasi l'impressione di voler sparire dietro il personaggio, dunque può risultare più rigido e meno carismatico del previsto; la ricostruzione storica, tra scene, costumi e tutto il resto è, sebbene scolastica, comunque affascinante anche per come riporta in un'altra epoca e quindi anche un modo diverso di vivere lo showbiz, lontano dai social e da quelle dinamiche a cui siamo abituati al giorno d'oggi.
Monsieur Aznavour è quindi un titolo che seppure non brillerà per innovazione o per audacia narrativa, può essere interessante e utile, a chi non lo conoscesse, per scoprire qualcosa di più sulla figura di una delle icone pop del secolo scorso.