Nouvelle Vague, recensione del film di Richard Linklater

Il regista americano ci porta dietro le quinte della creazione di 'Fino all'ultimo respiro', film simbolo della Nouvelle Vague francese, in un'opera nostalgica realizzata in bianco e nero.
Nouvelle Vague di Richard Linklater - Poster

Nella sua lunga e variegata carriera, Richard Linklater si è ripetutamente dimostrato un cineasta amante delle sfide formali e narrative: adesso si è tuffato direttamente nella storia del cinema con la sua ultima opera Nouvelle Vague, presentato appropriatamente al Festival di Cannes lo scorso anno, girato in bianco e nero e parlato prevalentemente in francese, già candidato a un Golden Globe e a una pioggia di premi César.
Il film è ambientato nella Parigi del 1959 e ripercorre la genesi e la lavorazione della pellicola Fino all'ultimo respiro, esordio alla regia di Jean-Luc Godard, divenuto per l'appunto uno dei titoli rappresentativi della cosiddetta nouvelle vague, cioè la nuova ondata di cinema francese, espressione di un approccio, sia tematico che stilistico, più moderno e innovativo rispetto alla tradizione.

Nel film quindi vediamo come Godard (interpretato da Guillaume Marbeck), seguendo l'esempio degli amici Claude Chabrol e François Truffaut, colleghi di critica cinematografica per i Cahiers du Cinéma, che hanno già debuttato con successo dietro la macchina da presa, decide di realizzare il suo primo film da regista, Fino all'ultimo respiro, basato su un soggetto dello stesso Truffaut, che a sua volta si era ispirato a un fatto di cronaca letto su un giornale. Così Godard scrittura come protagonista l'amico Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin), all'epoca soprattutto un ex pugile con pochi ruoli alle spalle, mentre per il personaggio femminile sceglie l'americana Jean Seberg (Zoey Deutch), che sta avviando una carriera anche nel cinema francese. Così ha inizio quella che sarà una lavorazione breve ma caotica: giornate lavorative dalla durata variabile a seconda dell'ispirazione e inclinazione dell'autore, con cast e troupe spesso costretti ad aspettare per ore mentre lui scrive e riscrive le scene sul proprio taccuino, seduto al tavolo di un bar; dialoghi spesso inesistenti poiché l'audio dovrà essere doppiato in fase di montaggio a causa del tipo di pellicola e di cinepresa scelta, litigi con l'esasperato produttore, con la tensione che inevitabilmente sale e così la perplessità sull'intero progetto.

Non c'è da stupirsi che un autore come Linklater, che si è cimentato più volte con progetti sperimentali, a basso budget e parzialmente improvvisati, sia stato attratto dall'idea di dirigere questo film, lui che peraltro è presente in questa stagione dei premi anche con un altro titolo, Blue Moon, sempre un biopic incentrato su un artista (in quel caso il compositore Lorenz Hart).
Nouvelle Vague è una lettera d'amore al cinema, che restituisce gioie e dolori della creazione di un film, tra ingegno e ambizione, urgenza creativa e ispirazione a tratti caotica, esaltando anche l'inventiva necessaria specialmente a chi realizza una pellicola con pochi mezzi, dunque aggirando e superando ostacoli e difficoltà con invenzioni spesso improvvisate, bizzarre e ardite ma originali. Si sottolinea anche l'aspetto del lavoro di squadra e dello spirito di appartenenza a una comunità: ci viene mostrato come Godard sia ispirato dai propri colleghi e maestri, da cui assorbe consigli e citazioni, e tutto il film è punteggiato da apparizioni di altri nomi celebri del cinema dell'epoca (che vengono presentati con scritte in sovraimpressione sullo schermo che informano lo spettatore della loro identità), tra cui troviamo Rossellini, Rohmer, Bresson e tanti altri.
Il quasi esordiente Marbeck è un efficace Godard, nel suo essere una figura spesso comicamente irritante e frustrante, impenetrabile dietro gli onnipresenti occhiali da sole, mentre oscilla tra il filosofeggiare pensieroso e la nonchalance un po' egocentrica con cui affronta le situazioni; a fargli da contraltare ci sono il rilassato ottimismo di Belmondo e la diffidenza di una Seberg acuta, di carattere e con un fondo di malinconia, ben reso dalla sua interprete.

Linklater ha realizzato il suo film cercando di catturare e riprodurre spirito e stile di Fino all'ultimo respiro e di altre opere ad esso contemporanee: così, Nouvelle Vague sembra portarci davvero nel dietro le quinte della realizzazione del film di Godard, con ritmo scattante e nervoso, valorizzato dal bianco e nero e dalla ricostruzione di location, costumi, e tutto il resto, che trasportano lo spettatore in un'altra epoca.
Il risultato è un'opera sincera e appassionata, che rischia un minimo di ripetitività nella parte centrale, e che potrà essere considerata un progetto di nicchia destinato a cinefili e intellettuali; si tratta comunque di un film leggero e godibile che per gli esperti sarà un piacevole e nostalgico ritratto, mentre ai neofiti potrebbe far venire voglia di approfondire la conoscenza di quel periodo cinematografico.