Nella storia recente della musica ci sono alcune date che risultano indimenticabili: tra queste c'è quella che riguarda il concerto degli Oasis a Parigi nel 2009. Data che, come è noto, ha sancito la fine della carriera di Liam e Noel Gallagher, i due fratelli alla guida degli Oasis che, partendo dalle strade di Manchester nel 1991, avevano lasciato la propria firma nel panorama musicale internazionale. La notizia improvvisa della loro rottura ha spezzato il cuore dei fan sparsi in tutto il mondo ed è rimasta una ferita che ha continuato a sanguinare per i successivi quindici anni. Questo finché non è stata annunciata la notizia che i due musicisti, che erano diventati quasi degli estranei l'uno per l'altro e che non si parlavano da 15 anni, erano riusciti a sotterrare l'ascia di guerra ed erano pronti a tornare sul palco. Oasis: Don't look back in anger racconta proprio di questo ritorno. Disponibile a breve su Disney+, il film documentario è stato presentato in anteprima mondiale alla 83a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, accompagnato dai due Gallagher, la cui presenza non solo ha incendiato il red carpet, ma ha fatto anche scaturire una sorta di concerto improvvisato, coi fan che hanno intonato le strofe del brano che dà il titolo al documentario.
Nel mondo della settima arte il biopic è un genere che non è andato mai fuori moda; forse perché, a dispetto degli anni passati e delle mode cambiate, è sopravvissuto una forma di divismo che, se da una parte trova nuova linfa grazie ai social, dall'altra ha fatto sì che il pubblico fosse sempre molto interessato a guardare a quello che accade dietro le quinte, come se spiare la realtà potesse rendere più solido il sogno. Il film biografico, incontrando lo stile documentaristico, sembra sfamare questa voglia di voler guardare la vita dei famosi attraverso uno spioncino. Tuttavia i fratelli Gallagher - che si sono prestati a questo "gioco" ideato da Steven Knight - hanno come sempre dimostrato di voler giocare secondo le proprie regole, senza sottostare alle aspettative degli altri. Perché di certo sarebbe stato molto più semplice e anche più semplice da vendere, se avessero scelto di portare davanti la macchina da presa i loro anni turbolenti, le liti che hanno portato alla rottura e le conseguenze di un silenzio che si è protratto per oltre un decennio. Sguazzare nella loro rabbia, nella frustrazione e nel risentimento, avrebbe di certo assicurato un favore totale da parte del pubblico, che avrebbe davvero potuto sfamare quel bisogno di voyeurismo interiorizzato di cui siamo tutti vittime. Invece il documentario sugli Oasis non è un film sugli Oasis, ma è soprattutto un film sui fan degli Oasis.
Una mossa vincente ed estremamente interessante, che dimostra non tanto come Liam e Noel siano tornati insieme in questa reunion che ha fatto sognare il mondo, quanto piuttosto il perché. Un perché fatto delle tante persone sparse in ogni angolo del globo che hanno cantanto Wonderwall, che hanno usato Stand by me come cerotto sopra una ferita infetta e putrida. Il documentario, allora, mentre segue i due fratelli dalle prove fino ai palchi che hanno calcato durante il tour del ritorno, mette in scena un serpeggiante senso di gratitudine. C'è un passaggio in cui Noel, davanti al microfono, ammette di essere stato travolto dall'affetto dei fan, di essere scioccato dalla lealtà con cui il pubblico ha aspettato gli Oasis anche e soprattutto quando non c'era niente che potesse far sperare in un ritorno. E si è trovato a dover vivere la paradossale esperienza per cui erano i fan che cantavano per loro e non viceversa. Il film diretto da Dylan Southern e Will Lovelace ci ricorda che spesso andiamo ai concerti non per sentire una band, ma soprattutto per poter cantare insieme a chi è sul palco. Ne emerge così un ritratto di una comunità senza confini, un insieme di sconosciuti che grida sotto le stelle le stesse parole, seguendo gli stessi accordi, ma dando ad essi significati diversi, legati a un'esperienza individuale che, però, per magia, diventa universale per le due ore in cui gli Oasis eseguono la loro scaletta.
La vera protagonista, allora, diventa la musica, che si fa credo religioso e terapia emotiva: un potere che non ha eguali e di cui gli Oasis, per loro stessa ammissione, sono solo dei veicoli, dei messaggeri. Mai delle superstar, mai dei supereroi, i due fratelli Gallagher davanti alla macchina da presa si fregiano delle loro origini irlandesi, rivendicano il loro orgoglio da periferia di Manchester, ammettono gli sbagli e non cambiano modo di essere: collezionano i loro fuck e le loro idee, non sbandierano il loro pensiero, ma lo trasformano in musica e così lo fanno diventare una creatura che respira e che può prendere per mano chi la pensa allo stesso modo. Ecco di cosa parla Oasis: don't look back in anger: di rimanere se stessi anche quando si costruisce a partire dalle macerie di un errore, di andare avanti e lasciar andare il passato fumoso e pieno di rabbia. Di lasciare che, ancora una volta, sia la musica a fare la propria magia.
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Il trailer del documentario Don't Look Back In Anger, con il ritorno degli Oasis, dal 10 Settembre 2026 al cinema e in alcune sale IMAX in tutto il mondo, poi su Disney+.