Ponies, la recensione: una miniserie spy-thriller con Emilia Clarke e Haley Lu Richardson
Tra le nuove proposte per il piccolo schermo in questi primi mesi dell'anno troviamo Ponies, un thriller di spionaggio in otto episodi; la storia è ambientata nel 1977, in piena Guerra fredda, e ha per protagoniste due donne americane, Bea (Emilia Clarke) e Twila (Haley Lu Richardson) che si trovano a Mosca al seguito dei rispettivi mariti, agenti della CIA; quando vengono informate della morte dei loro mariti in un misterioso incidente aereo, Bea e Twila decidono che l'unico modo per conoscere la verità e svelare cosa sia successo davvero è quello di restare in Russia e diventare loro stesse agenti segreti: così, dopo qualche perplessità iniziale, la CIA accetta di impiegarle proprio in quanto PONIES (acronimo che sta per Persons of No Interest), e dunque meno propense, essendo donne, ad attirare su di sé il sospetto dei sovietici. In questo modo Bea e Twila, ufficialmente impiegate come segretarie presso l'ambasciata statunitense, si troveranno in realtà a lavorare sotto copertura affrontando una complessa rete di intrighi criminali, tra spie, omicidi, sparizioni misteriose, doppiogioco e pedinamenti.
La serie è stata creata da Susanna Fogel e David Iverson, duo già responsabile tra le altre cose del film Il tuo ex non muore mai (2018) una spy story al femminile in salsa di commedia; e in effetti anche Ponies dimostra da subito di non prendersi troppo sul serio con un'attitudine più spensierata e ammiccante rispetto ad altri prodotti del genere, sebbene anche qui non manchino eventi drammatici e situazioni di pericolo e tensione.
La storia evidenzia fin dall'inizio le differenze tra le due protagoniste, che formano quindi un'accoppiata bizzarra ma per certi versi complementare: Bea è quella che dimostra, almeno in apparenza, più stabilità e rispetto delle regole, ha alle spalle studi universitari che le avrebbero consentito di fare carriera, e inoltre parla fluentemente il russo, grazie alle sue origini familiari; Twila invece ha modi più diretti e sfacciati non sempre diplomatici, derivanti da un background familiare duro e complicato, e dimostra un maggiore sprezzo del pericolo. La trama quindi punta proprio sulla loro mancanza di un vero e proprio addestramento formale e di esperienza sul campo, mostrandole più volte affrontare in maniera goffamente tragicomica situazioni per cui sono impreparate, cercando solitamente di rimediare con inventiva, improvvisazione e un pizzico di fortuna, o sfortuna maldestra a seconda dei casi.
La sceneggiatura vuole dunque stemperare con leggerezza e ironia una vicenda in cui peraltro i rischi non sono pochi in un clima tutt'altro che amichevole, con il rischio di rimetterci la pelle sempre dietro l'angolo; tra le figure principali coinvolte nella vicenda troviamo lo spietato agente del KGB Vasiliev (Artjom Gilz), la talpa russa Sasha (Petro Ninovskyi), più altre figure assortite tra statunitensi e russi. La trama in certi punti si fa fin troppo intricata e può risultare difficile tenere il filo di tutte le macchinazioni, con alcune digressioni più riuscite, ad esempio quella che riguarda l'anziana Manya (Harriet Walter) e altre un po' ridondanti, come una parte sentimentale che in alcuni momenti prende il sopravvento; ci sono poi personaggi più macchiettistici e ruoli che potrebbero essere più complessi e sfaccettati ma rimangono un po' a metà strada, come il superiore degli agenti, Dane (Adrian Lester).
Per quanto riguarda le due protagoniste, Clarke (dopo il trionfo globale legato alla sua Daenerys Targaryen ne Il trono di spade, e la meno riuscita incursione Marvel con la serie Secret Invasion) e Richardson (lanciatissima dopo la seconda stagione di The White Lotus) interpretano con disinvoltura i loro ruoli che permettono di spaziare tra dramma, commedia, azione e thriller, sempre però con il rischio di eccedere nella performance e andare troppo sopra le righe.
Dal punto di vista estetico, la serie propone una confezione formale squisitamente immersa negli anni '70, dalle scelte cromatiche nella fotografia, alla ricostruzione d'epoca con pettinature, vestiti, arredamento, fino alla musica, con una ricca colonna sonora che spazia tra Elton John, Fleetwood Mac, Elvis Costello, Blondie e tanti altri.
Ponies è quindi una serie gradevole anche se non innovativa o sorprendente, che può intrattenere lo spettatore con il suo approccio scanzonato ma con il limite di un finale troppo aperto, con più di un forte cliffhanger che dunque necessita assolutamente di una seconda stagione (al momento però non ancora confermata).