Presence, recensione della ghost story di Steven Soderbergh

L'eclettico e premiato regista statunitense torna con un thriller-horror non banale, realizzato con un'idea insolita e accattivante che porta lo spettatore all'interno di una casa "infestata" per seguire le tormentate vicende di una famiglia.
Presence di Steven Soderbergh, scena da trailer

L'attivissimo ed eclettico Steven Soderbergh torna nelle sale cinematografiche italiane con il suo Presence, che esce da noi a pochi mesi di distanza dallo spy-thriller Black Bag-Doppio gioco (in realtà realizzato successivamente); i due film hanno in comune anche lo stesso sceneggiatore, David Koepp (recentemente tornato anche all'universo dei dinosauri firmando il copione di Jurassic World-La rinascita, attualmente in sala).
Presence, che nasce da un'idea dello stesso Soderbergh, è ambientato interamente all'interno di una casa, un'elegante villetta suburbana che all'inizio del film vediamo introdotta da un'agente immobiliare ai possibili futuri inquilini (una premessa curiosamente simile, per certi versi, a quella di Here di Robert Zemeckis): si tratta della famiglia Payne, composta da padre (Chris Sullivan), madre (Lucy Liu) e due adolescenti, Chloe (Callina Liang) e Tyler (Eddy Maday); veniamo subito a sapere che nel recente passato della famiglia c'è un evento traumatico, dato che la figlia ha perso tragicamente un'amica e ancora non si è ripresa dall'evento. Poco dopo l'arrivo della famiglia, nella casa cominciano a verificarsi alcuni fatti apparentemente inspiegabili e Chloe percepisce una presenza; mentre gli altri sono più scettici e si domandano se credere alla ragazza o se sia tutto frutto di una sua proiezione mentale, ci si chiede anche che cosa voglia veramente l'entità misteriosa dalla famiglia, e se si trovi in quella casa per un motivo.

Si tratta quindi di un film che può essere inserito nel filone "haunted house", ma con un'idea fondamentale e originale che lo differenzia da altri titoli: tutta la storia è infatti narrata dal punto di vista della stessa "presenza" rendendo quindi noi stessi, gli spettatori, gli intrusi silenziosi e invisibili che osservano di nascosto la famiglia; seguiamo così la cinepresa salire e scendere le scale, insinuarsi nelle stanze, spiare i personaggi durante le loro varie attività quotidiane, spesso inquadrati da lontano, come a volere mantenere le distanze, altre volte invece avvicinandosi bruscamente e di soppiatto fino a palesarsi.
In questo modo anche le informazioni sulle vite dei membri della famiglia ci arrivano in forma a volte frammentaria e volutamente incompleta, ma riuscendo comunque a definire alcuni dettagli con pochi tocchi, ma precisi e sottili: vediamo ad esempio come il padre si dimostri più preoccupato e premuroso nei confronti della figlia mentre sua moglie ne appaia piuttosto irritata, e al contrario non nasconda una spudorata preferenza nei riguardi del figlio, in quello che può apparire come un insolito ribaltamento dei ruoli convenzionali. 
Così, mentre osserviamo le vite degli abitanti della casa e dei suoi frequentatori abituali, in particolar modo con l'arrivo anche di Ryan (West Mulholland), un compagno di scuola dei figli, Presence vuole ricordarci che il male e il pericolo non si nascondono solo nei fenomeni soprannaturali, ma spesso si annidano anche e soprattutto negli esseri umani, così come la famiglia è un nucleo dove si trovano per definizione amore, aiuto e comprensione, ma in cui si custodiscono anche segreti che possono distruggere.

Il regista sa che l'espediente narrativo e visivo scelto per il film difficilmente potrebbe essere portato avanti in maniera convincente a lungo, per cui concentra saggiamente l'azione in poco più di ottanta minuti, durante i quali c'è comunque il tempo di forgiare una storia che, anche grazie a un casting interessante e non scontato, coinvolge, stupisce con qualche colpo di scena, ed emoziona, facendo di Presence una scommessa intrigante.