Recensione Nosferatu, Eggers riscrive Murnau e realizza un capolavoro
Nel 1922 Friedrich Wilhelm Murnau regalò agli appassionati di cinema quello che ancora oggi può essere considerato senza sforzo uno dei capisaldi del cinema horror e, soprattutto, uno dei manifesti più noti del cinema espressionista tedesco. Costruito sulla dicotomia tra luce e ombra, con lame di oscurità che tagliano in due i volti dei protagonisti, accendono di bianco occhi che vomitano terrore, Nosferatu - Il vampiro era un film che parlava di seduzione e ossessione, di perdizioni e sensualità. Si trattava - per chi non lo sapesse - della trasposizione di Dracula di Bram Stoker. Tuttavia, a causa di un problema di diritti d'autore legati all'opera letteraria, il regista non poté usare né i nomi né i luoghi della storia del conte transilvano: così spostò la storia da Londra a un villaggio tedesco, con il vampiro interpretato da Max Schrek che veniva ribattezzato Conte Orlok. Di base gli elementi narrativi erano gli stessi di Dracula, ma in Nosferatu c'era un sottotesto ancora più legato al tramonto della donna angelo e all'ascesa di un "mostro" che si insinuava nella quotidianità per distruggerla e assoggettarla alle tenebre.
Più di un secolo dopo, Robert Eggers decide di portare sul grande schermo la sua versione di Nosferatu, che in Italia arriverà proprio all'alba del nuovo anno, come un nuovo sole che sorge per dissipare l'oscurità. Perché Nosferatu è uno di quei film che servono alla settima arte per scrollarsi di dosso le strade facili e rassicuranti, i meri esercizi di stile e le pellicole fatte tanto per rispettare una data di scadenza. La storia è quella di Ellen (Lily-Rose Depp), una donna con l'animo sensibile e la mente (apparentemente) volubile, che si è da poco sposata con Thomas (Nicholas Hoult). Quando quest'ultimo viene spedito in Transilvania per curare gli interessi del misterioso Conte Orlok (Bill Skarsgård), Ellen comincia a stare male: le sue notti si riempiono di incubi e perversioni, il suo corpo trema e la sua mente vacilla. A niente serve l'aiuto dell'amica Anna (Emma Corrin) e del marito di lei (Aaron Taylor-Johnson), che la ospitano durante la lontananza di Thomas. Le condizioni della donna si fanno così precarie e spaventose, che al suo capezzale viene chiamato il Professor Albin Eberhart Von Franz (Willem Dafoe), la cui conoscenza dell'occulto e della scienza vanno di pari passo. Nessuno, a parte lui, può immaginare quale forza oscura sia in attesa di risorgere.
La figura del vampiro, nel corso degli ultimi anni, ha subito un lento ma inesorabile impoverimento. Al di là dei gusti personali legati a prodotti come Twilight, The Vampire Diaries o Bride (in ambito letterario), il vampiro è stato riscritto per sposarsi meglio al giorno d'oggi, ma questo ha portato a un appiattimento che di certo ha spezzato il cuore a chi è da sempre appassionato di Non-Morti. Tra vampiri che brillano a quelli che invecchiano, tra quelli che si nutrono di cibo umano o mettono a tacere la Sete con un buon goccio di whiskey, il vampiro ha spesso perso la sua natura oscura, inumana, pericolosa. L'eliminazione del conflitto insito in queste creature - soprattutto dall'era Anne Rice in poi - ha fatto sì che non fosse più importante, nelle storie, che la creatura fosse un vampiro. Veniva identificato come esso, ma poteva essere una qualunque creatura sovrannaturale. Dov'era il bisogno spasmodico di sangue? Dov'era l'ambiguità tra il voler continuare a vivere il voler distruggere vite per poterlo fare? Con questi presupposti, Nosferatu arriva al cinema come un alito di Non-Vita. Omaggiando la grande tradizione vittoriana e gotica, da Dracula stesso a Notre-Dame de Paris (l'ultima inquadratura è un chiaro rimando a Victor Hugo e alla sua teorizzazione dell'archetipo della bella e la bestia), Nosferatu ci riporta di nuovo un vampiro vero e, nel farlo, ottiene anche qualcosa che ormai viene data per scontata: fa sì che il vampiro diventi metafora di un male che si nutre del nostro tempo, affondando i canini nel sangue delle nostre debolezze.
Il conte Orlok, in questo film, si fa creatura immonda e demoniaca, virus che si insinua nella mente e rende impossibile persino il riconoscersi allo specchio. In questo senso è facile trovare nel conte una metafora della salute mentale. Egli diventa il pensiero intrusivo che si insinua in Ellen, è la sua ombra più oscura che la convince di non poter essere felice, di dover perire davanti alle tenebre che pian piano stanno divorando la sua lucidità. Ed è emblematica anche la risposta che gli altri personaggi hanno davanti ai "deliri" di Ellen. Si tratta di un continuo sminuire, di un invito costante a decidersi a stare meglio, che ben sottolinea lo stato delle cose attuali, quando la salute mentale, per molti, è ancora una débacle della volontà, come se bastasse volere stare meglio per farlo. Si tratta di una lettura del vampiro, questa, decisamente interessante e niente affatto scontata, che ben si sposa anche con l'eredità della libertà sessuale come peccato e della solitudine come punizione. Ellen viene "punita" dalla società ben pensante perché ha avuto l'ardire di chiedere compagnia, di non accettare la solitudine a cui la sua famiglia l'aveva costretta. In questo senso è una donna che viene indicata come colpevole perché ha aperto le porte al desiderio e alla carnalità. Ed è una lettura che, per quanto assurdo e doloroso sia scriverlo, rappresenta uno specchio della società di oggi, dove la donna porta ancora sulle spalle la colpa adamitica, quel peccato originale che la rende colpevole anche solo per la sua natura.
Da questo punto di vista è davvero coinvolgente il lavoro che Eggers fa del rapporto Ellen-Orlok. Se la prima è una donna che perde lucidità perché divorata dalla seduzione e dalla sensualità, che sposa l'uomo che ama ma che mostra anche di anelare il tocco di un amante, Orlok rappresenta quella lussuria, quella carnalità, il bisogno spasmodico di nutrirsi di sangue diventa la necessità maledetta di sentire qualcosa. Uno dei cambiamenti che Eggers fa è quella di far sì che il suo vampiro non si nutra dal collo della sua vittima o dalla vena del polso, dove il sangue scorre fluido senza alcun ostacolo lungo la via. Il vampiro di Eggers affonda le fauci nel petto, cela i suoi canini al di sotto della cassa toracica e dello sterno, proprio verso il cuore. In un'intervista il regista ha spiegato che questo cambiamento era legato alla volontà di portare sullo schermo le radici del folclore legato alla figura del vampiro, legato alla paralisi del sonno, alla sensazione di avere una creatura infernale seduta sul petto, che mozza il respiro e fa correre i battiti del cuore. Detto questo, però, è emblematico che venga scelto proprio il cuore, l'organo che comunemente viene utilizzato per simboleggiare l'amore. Un sentimento che, in Nosferatu è maledetto, distruttivo, che come la gelosia di Othello, dileggia il cibo di cui si nutre. Un amore che è sempre tenebroso e spaventoso e che, quando riesce ad essere puro e vero, non ha possibilità di sopravvivenza in un mondo votato alla violenza. Ma allora perché il conte beve dal cuore? Perché una creatura così oscura è così legata a ciò che noi comunemente leghiamo a uno dei sentimenti più alti? Per sua stessa ammissione il conte non può amare, eppure senza Ellen non è mai sazio. L'amore di Orlok non esiste, eppure in lui c'è un bisogno spasmodico di Ellen. Lei ama Thomas, senza dubbio e senza confini, ma in qualche modo nemmeno lei può fare a meno del conte che l'ha maledetta. Il film ci racconta un passo a due che è l'anticamera di quella danse macabre he non può condurre da nessun'altra parte che non sia l'inferno. L'annientamento. Perché niente sopravvivere, dove c'è morte. Perché il sangue è vita ed è il cuore a metterla in circolo.
Con una fotografia sempre scura e opprimente, che si sposa anche con la recitazione volutamente melodrammatica degli attori, che caricano sulle spalle dello spettatore una tensione e un senso di claustrofobia tale che persino egli partecipa alla caduta negli inferi di un villaggio tedesco costruito sul modello di Londra, dove i topi camminano e corrono insieme alle ombre, dove la follia diventa un sintomo del sangue, come se proprio il sangue fosse avvelenato e maledetto. Elegantissimo nella messinscena così come è massiccio nella sceneggiatura, Nosferatu si fonda su un impatto visivo che già da solo vale il prezzo del biglietto. Omaggiando il titolo originale, Eggers crea una diegesi fatta di luce cupe e di ombre brillanti, dove sagome oscure si allungano sui volti, nascondendoli o modificandoli, come tante crepe che, attraverso uno specchio, ci ricordano che siamo tutti rotti e che se è vero che dalle crepe può entrare la luce è altresì vero che esse possono diventare la strada scelta dalle tenebre per divorarci dall'interno. Grazie anche al talento di tutti gli attori in gioco, Nosferatu non può che essere definito un capolavoro. Da vedere. Assolutamente.