Roofman, recensione del film con Channing Tatum e Kirsten Dunst
Ci sono storie vere che sembrano create apposta per finire prima o poi sullo schermo, come quella raccontata in Roofman, in arrivo da noi in homevideo. La vicenda si svolge negli anni '90, quando Jeffrey Manchester (Channing Tatum) è un uomo che, dopo una carriera militare e un matrimonio fallito alle spalle, fatica a provvedere dignitosamente ai suoi figli finché non decide quindi di darsi al crimine: sfruttando la sua abilità di osservazione e l'attenzione ai dettagli, inizia a rapinare una serie di attività commerciali, solitamente calandosi negli edifici dal tetto, il che gli vale il soprannome di Roofman da parte dei media, oltre che una fama di ladro gentiluomo per una serie di attenzioni e premure nei confronti delle sue sventurate vittime. Scoperto e in fuga dalla legge, si nasconde all'interno di un grande negozio di una nota catena di giocattoli, si crea un rifugio in un'area non utilizzata del locale, e ne fa la sua casa: di giorno sorveglia gli impiegati grazie a delle telecamere nascoste e di notte, rimasto solo, si aggira liberamente tra scaffali e corsie, mangiando soprattutto dolci e caramelle destinati alla vendita. Quando il suo interesse viene catturato da una delle commesse, Leigh Wainscott (Kirsten Dunst), divorziata e madre di due figlie, trova il modo di conoscerla al di fuori del negozio e intraprendere una relazione con lei, ovviamente nascondendo la sua vera identità; Jeffrey riuscirà a costruirsi una nuova vita o il suo passato tornerà comunque a inseguirlo?
Alla regia di Roofman troviamo Derek Cianfrance, autore noto per drammi sentimentali e familiari crudi e duri su amori spesso sfortunati (Blue Valentine, Come un tuono, La luce sugli oceani) tornato alla regia di un lungometraggio dopo nove anni, che qui mescola i toni leggeri di una crime comedy, calcando la mano sulle situazioni paradossali e buffe, con gli inevitabili aspetti più malinconici. Anche in questo progetto più mainstream, il regista cerca comunque di personalizzare con il suo tocco, che si manifesta ad esempio in alcune sequenze più movimentate girate con la camera a spalla, a dar loro un'impronta più naturalistica e meno patinata, utilizzando tra l'altro alcune delle persone che sono state coinvolte nelle vicende del vero Jeffrey e che qui appaiono in piccoli camei.
La parabola del protagonista fornisce anche inevitabilmente l'occasione per presentare un malinconico fallimento del proverbiale sogno americano, con un uomo che (dopo aver servito la propria patria) si sente probabilmente tradito e abbandonato da un sistema a cui decide di sottrarsi e ribellarsi, mentre si va ad infrangere così anche l'ideale della famiglia unita e felice, senza difficoltà economiche: Cianfrance punta nuovamente lo sguardo su quella provincia che ha già raffigurato in altri suoi film, e sui membri della classe operaia, mostrandoci qui una comunità in cui sostegno e senso di appartenenza arrivano anche dalla chiesa, come quella frequentata da Leigh (il cui pastore è interpretato da Ben Mendelsohn, chiamato di nuovo dal regista dopo Come un tuono); tra i personaggi secondari, il cast schiera anche Peter Dinklage nel ruolo dell'antipatico direttore del negozio di giocattoli e LaKeith Stanfield in quello di un soldato e amico del protagonista.
Sono soprattutto Tatum e Dunst a dare al film la profondità emotiva e il sapore dolceamaro che rendono Roofman un film divertente ma anche malinconico, nuova aggiunta a un filone che conta già molti titoli dalle storie simili, adatto alla visione per una serata casalinga in famiglia.