Sirāt, la recensione del film di Oliver Laxe

Dopo la presentazione al Festival di Cannes e aver già raccolto premi e nomination in giro per il mondo, arriva nelle nostre sale un insolito road movie dagli echi religiosi, politici e filosofici ambientato nel deserto del Marocco tra i partecipanti a un rave dalle atmosfere post-apocalittiche.
Sirât di Oliver Laxe - Poster logo orizzontale

Una delle prime uscite di quest'anno cinematografico italiano è un film che ha già raccolto numerosi consensi e riconoscimenti negli ultimi mesi: Sirāt, del regista franco-spagnolo Óliver Laxe, e che conta fra i suoi produttori anche i fratelli Almodòvar, ha portato a casa il Premio della giuria al Festival di Cannes 2025 e tra gli altri premi è attualmente candidato a due Golden Globe ed è stato selezionato dalla Spagna come proprio candidato ai prossimi premi Oscar nella categoria del miglior film internazionale.
Luis (Sergi López) è un uomo che arriva a un rave in Marocco, in compagnia del figlioletto Esteban (Bruno Núñez Arjona) e del loro cagnolino, in cerca della figlia maggiore di cui non ha più notizie da mesi. Dopo aver mostrato in giro la foto della ragazza, in cerca di informazioni, ma senza successo, Luis decide di seguire un gruppo di uomini e donne diretti verso il prossimo rave nel loro viaggio attraverso il deserto. Il tragitto lungo e impervio si rivelerà ben più difficile e pericoloso del previsto, trasformandosi in una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Il significato del titolo ci viene spiegato all'inizio da una scritta introduttiva: nella religione islamica As-Sirāt è il ponte che collega l'inferno al paradiso e che andrà attraversato nel giorno del giudizio, una strada sottilissima e affilata; una scelta che pone le basi per una pellicola dall'essenza fortemente allegorica, carica di simboli che possono essere letti in chiave religiosa, mistico-filosofica, storica, politica, con riferimenti anche letterari e cinematografici.
Si tratta di un film dalla trama in apparenza semplice ma che strada facendo si rivela capace di sorprendere e spiazzare lo spettatore: quella che inizialmente appare come la storia di un possibile ricongiungimento familiare, nella seconda metà propone una serie di eventi inattesi che fanno virare bruscamente e drammaticamente il corso della vicenda, trasformandone radicalmente la portata.
Sirāt ci porta in uno scenario post-apocalittico, un deserto che a molti ha ricordato le ambientazioni di Mad Max o Dune: il paesaggio arido e polveroso, le strade impervie, gli ampi spazi pianeggianti che si alternano a gole e montagne rocciose, è quasi una terra di nessuno astratta dal resto della civiltà, ma in cui arrivano (ad esempio attraverso la radio) echi di conflitti bellici, e il suolo stesso racchiude in sé tracce di morte e distruzione.

Questo progetto dalla struttura anomala, che nasce anche da un avvicinamento dello stesso Laxe alla cultura dei ravers, vede al fianco del protagonista Sergi Lòpez (attore dal ricco curriculum internazionale che ricordiamo in film come Una relazione privata, Il labirinto del fauno, Lazzaro felice, tra i tanti, qui perfetto nel ruolo dell'uomo normale, un padre di famiglia come tanti, in cerca della figlia) gli altri interpreti che non sono attori professionisti, nei panni di uomini e donne dall'esistenza nomade, forse ai margini della società; il loro tragitto rappresenta anche l'incontro tra ceti socio-culturalmente diversi, tra persone che portano ferite nel corpo o nell'anima, che si ritrovano a unire le forze per la sopravvivenza, formando un nucleo dai frammenti di famiglie disgregate. Durante questo viaggio iniziatico ed esistenziale si riafferma il potere di un fato crudele o forse di potenze che agiscono invisibili, e davanti alle quali risalta l'impotenza dell'essere umano.
Sirāt è un film di poche parole ma che comunica per immagini suggestive e potenti, con momenti di tragedia straziante e sequenze di fortissima tensione che spingono la suspense ai massimi livelli, in grado di alimentare la speranza per poi distruggerla ed evocare così sensazioni forti e primordiali. Anche la musica è naturalmente parte integrante della narrazione (sebbene non così preponderante come si potrebbe immaginare), con una colonna sonora a firma del francese Kangding Ray che mescola suoni tribali, beat techno e atmosfere più scarne, con la musica come strumento catartico e spirituale per uscire da se stessi.

Sirāt è dunque un film che si propone di fondere l'arthouse e un cinema più popolare, in questo road movie fisico e metafisico la cui visione di certo non si assimila troppo comodamente, e che alcuni troveranno esageratamente ambiziosa o pretenziosa; è però sicuramente un film con una sua personalità originale, che può lasciare un segno duraturo nello spettatore, magari incitandolo anche alle proprie libere riflessioni e interpretazioni.