Il testamento di Ann Lee, la recensione del biopic drammatico-musicale con Amanda Seyfried

Dalla coppia di autori di 'The Brutalist', un ambizioso musical che ripercorre la figura realmente esistita di Ann Lee, leader religiosa nel '700.
(S-D) Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Stacy Martin, Lewis Pullman, Scott Handy, e Matthew Beard in Il Testamento di Ann Lee
[credit: courtesy of Searchlight Pictures; Copyright 2025 Searchlight Pictures. All Rights Reserved]

Dopo la sua presentazione in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto un'accoglienza discordante per poi tornare a casa senza premi ufficiali, esce ora nelle nostre sale Il testamento di Ann Lee, diretto dalla norvegese Mona Fastvold, che lo ha anche scritto insieme al compagno (nella vita e nel lavoro) Brady Corbet, con cui l'anno precedente in occasione della stessa rassegna avevano portato The Brutalist, diretto da lui e sempre sceneggiato a quattro mani.

Il film ripercorre la vita di Ann Lee (Amanda Seyfried), passata alla Storia come la leader degli Shakers, movimento religioso ormai vicino all'estinzione (ad oggi conta ufficialmente solo tre seguaci) derivante da un ramo dei Quaccheri (lo stesso nome shakers viene proprio dalla crasi dell'espressione "shaking quakers" cioè quaccheri tremanti, per via del loro modo di muoversi durante i rituali religiosi).
La trama ci mostra dunque come Ann, nata nel 1736 a Manchester in una famiglia molto numerosa, comincia a lavorare sin da bambina in una fabbrica tessile invece di andare a scuola, mentre a casa subisce le punizioni del padre violento e autoritario. Una volta adulta, anche in seguito a una serie di tragedie familiari, Ann si vota alla castità e si avvicina sempre di più a un gruppo locale di shakers, che vedono in lei l'incarnazione di un nuovo Messia al femminile profetizzata dalla loro fede; per sfuggire ad arresti e tribolazioni subìte in Gran Bretagna, Ann Lee, ormai denominata "Madre Ann", convince i suoi seguaci a imbarcarsi per l'America, dove si stabiliscono nei territori dello Stato di New York e lì iniziano a fondare e sviluppare le loro comunità. Mentre il movimento si diffonde attraverso il New England, però, le persecuzioni non si fermano, con Ann accusata anche di stregoneria.

Innanzitutto, per chi poteva aspettarsi un convenzionale biopic, la prima sorpresa sta nella chiave scelta dalla regista, che è quella del musical: questo è notoriamente un genere che aggiunge ai fatti narrati una dimensione spesso più astratta, quasi onirica, talvolta strabordante e che spesso quindi rinuncia alla verosimiglianza a tutti i costi; nel caso di Il testamento di Ann Lee, si può dire che il risultato sia un'opera che resta a metà tra il reale e la ricostruzione, ambiziosa fin dalla forma che ne vuole fare un racconto epico (compresa la divisione in capitoli, annunciati da cartelli e scritte in stile arcaico, e la durata che tocca le due ore e un quarto) caratterizzato da una solennità che si prende molto sul serio, ma il cui esito finale non convince del tutto. 

La figura di Ann Lee così come ci viene narrata dal film risulta molto umana e comprensibile nel suo dolore per alcune delle prove a cui la vita la sottopone ma, nonostante diverse scene puntino molto sulla sua intensità e il suo rigore, manca invece di quel carisma e prestigio che ne faranno una delle pochissime leader religiose femminili della sua epoca: diviene una figura iconica ma sacrificando un vero approfondimento interiore del personaggio, da cui lo spettatore rimane in fondo sempre un po' a distanza.
Sebbene sulla carta ci sia il tempo di entrare nel dettaglio su certi punti, una sceneggiatura dispersiva manda il film in stallo in alcuni momenti, rischiando anche una monotonia ripetitiva: le caratteristiche fondamentali e i precetti degli shakers, ad esempio, non vengono mai spiegati o esplorati in modo del tutto soddisfacente; specialmente nella seconda metà del film, con il loro arrivo oltreoceano, vengono appena sfiorati alcuni aspetti come la Guerra d'indipendenza e i problemi incontrati dalla comunità per la loro intenzione di rimanere neutrali, o i lavori artigianali che avrebbero dato vita a un fenomeno duraturo (il cosiddetto "Stile Shaker", per cui sono tuttora principalmente noti negli USA, era un tipo di arredamento basato proprio sui mobili della loro comunità) ma sono elementi che rimangono marginali.
Si poteva calcare la mano di più anche sul rapporto fra la castità predicata dalla stessa Ann e le scene dei rituali collettivi che coinvolgono ampiamente l'utilizzo del corpo, con danze e movimenti che portano all'estasi dei sensi, nella fede un modo per avvicinarsi al divino ma che richiamano pulsioni più sensuali; visivamente il film ha un elegante fascino pittorico e i numeri musicali sono anche gradevoli da ascoltare, con la colonna sonora a opera di Daniel Blumberg che ha rielaborato inni originali degli Shakers, e in cui si confermano le doti vocali di Amanda Seyfried (già ampiamente dimostrate in Mamma mia! e Les Misérables): la sua è una scelta interessante per il ruolo della protagonista, in quanto si tratta di un'attrice con un certo magnetismo che esprime candore ma anche una vena di eccentricità, e che sicuramente si è impegnata nella parte, ma non è sempre ben assecondata dal copione, così come i suoi comprimari, anche loro validi, tra cui troviamo Lewis Pullman (il fratello William), Thomasin McKenzie (la seguace, e narratrice del film, Mary) e Christopher Abbott (il marito Abraham).

Il testamento di Ann Lee è un'opera ambiziosa che tenta in qualche modo di replicare il risultato di The Brutalist (realizzare un biopic in costume di stampo epico su figure meno note ai più, ma con un budget contenuto) ma soffre di una certa freddezza di fondo che non ci fa mai entrare completamente in empatia con i protagonisti, e si limita a un ritratto troppo superficiale ma dalla sostanza evanescente.