The Breaking Ice, recensione del film di Anthony Chen

In una fredda località al confine tra Cina e Corea, si va a creare un inaspettato triangolo fra due giovani uomini e una donna, ognuno con esperienze molto diverse alle spalle, ma tutti accomunati da malinconie esistenziali.
The Breaking Ice di Anthony Chen, scena da trailer

È un paesaggio freddo e innevato a fare da sfondo al film The breaking ice, ambientato interamente nella località di Yanji, nord della Cina, una città di confine dove è forte l'influenza a livello sociale e culturale della vicina Corea del Nord; è qui che è andata ad abitare Nana (Zhou Dongyu), una ragazza che lavora come guida turistica; un giorno tra le persone che prendono parte al suo tour c'è anche Haofeng (Liu Haoran), arrivato in città da Shanghai, dove vive e lavora, per partecipare al matrimonio di una coppia di amici; il ragazzo, solitario in mezzo a comitive di amici e famiglie, rimane affascinato e incuriosito da Nana e così, dopo una serata trascorsa insieme a lei e al suo amico Xiao (Qu Chuxiao), finirà per rinviare la partenza e trascorrere qualche giorno in loro compagnia.

Realizzato in poco più di un mese in mezzo alle restrizioni legate alla pandemia, The breaking ice è scritto e diretto da Anthony Chen, regista di Singapore che qui gira per la prima volta in Cina (ma nel frattempo ha firmato anche il suo primo film in lingua inglese, Drift con la lanciatissima Cynthia Erivo).
Il film, definito "uno Jules e Jim cinese", in riferimento al classico di Truffaut (1962) esponente della Nouvelle Vague, a prima vista potrebbe sembrare il racconto di un classico triangolo amoroso, ma in realtà non è esattamente questo l'elemento centrale, poiché la storia vuole essere soprattutto un ritratto della Gen Z e delle sue angosce esistenziali: nelle parole dell'autore quest'opera è una lettera d'amore alla gioventù cinese, a tutti coloro che si sentono in qualche modo sfiduciati e traditi dal sistema, non in grado di far avverare i propri sogni, tra lo spettro della disoccupazione, la salute mentale che vacilla, in un mondo fiaccato anche dagli effetti della pandemia.
Tutti e tre i personaggi principali sono in fuga da qualcosa, qualcuno, o forse più semplicemente da se stessi: Haofeng si è affermato nel lavoro ma forse a scapito della sua serenità, continua a schivare telefonate che fanno intuire qualche sofferenza di natura psicologica; Nana ha tagliato i ponti con la famiglia, per allontanarsi da ricordi dolorosi del passato e anche Xiao, in apparenza più spensierato, in realtà sente che il suo mondo gli va sempre più stretto; evidentemente schiacciati fin da piccoli dall'esigenza di non deludere le aspettative altrui, che si trattasse di studi, carriera, o sport, cercano ognuno a suo modo di rompere con la tradizione.

Forse è proprio il freddo, e la voglia di vicinanza gli uni agli altri, ad accelerare la sensazione di intimità e ad acuire le emozioni, creando legami che seppure possano essere destinati ad avere breve durata risultano più intensi e diretti. A questo contribuisce l'ambientazione in una zona di confine che diventa simbolo del limbo in cui sono bloccati i personaggi, ma dove in cima alle montagne si può ritrovare anche una sensazione di libertà, seppure con i suoi pericoli; qui la sceneggiatura sfrutta anche alcune caratteristiche delle montagne di Changbai che oltre a contenere, ad esempio, il più alto lago in un cratere vulcanico al mondo, sono legate a una serie di miti e leggende folkloristiche.
La sceneggiatura si affida in più punti a immagini suggestive, figure metaforiche e allegoriche che prendono il posto dei dialoghi o di una vera e propria introspezione psicologica; è il ghiaccio citato già nel titolo uno dei dettagli simbolici più ricorrenti nel film, elemento solido e fragile al tempo stesso: quello che si rompe metaforicamente fra i tre protagonisti ma anche concretamente, quando si spezza sotto i piedi in cima alle montagne, quello delle pareti di un labirinto in cui perdersi per gioco e anche quello a cubetti in un drink, ma da sgranocchiare fino a confondersi con le lacrime su un volto.
Forse il ritratto dei tre protagonisti risulta in definitiva un filo generico, compreso il loro background individuale funzionale alla narrazione ma un po' superficiale, così come alcune domande rimangono volutamente senza risposta o di fatto inespresse.

Il regista utilizza interpreti già noti al pubblico asiatico, divertendosi anche nel fare typecasting al contrario: ad esempio Liu Yuan, che qui ha il ruolo del personaggio più tormentato e laconico, nella realtà è noto anche come Turbo Liu ed è una star del cinema d'azione, protagonista della fortunatissima saga Detective Chinatown.

The breaking ice quindi è un film che, tra malinconia e speranza, può essere al tempo stesso un affresco del presente ma contemporaneamente un omaggio e un richiamo ad altri ritratti generazionali e sentimentali visti sul grande schermo in passato, come dimostrano anche le sue citazioni cinefile.