The Last Showgirl, recensione del film con Pamela Anderson
Specialmente con l'arrivo della stagione dei premi, succede a volte che si parli di grandi ritorni o resurrezioni cinematografiche, quelle svolte di carriera che riportano una star sotto i riflettori; se quest'anno il caso più eclatante è stato quello di Demi Moore per la quale molti avevano previsto un Oscar per la sua performance in The Substance, c'è stato anche un altro nome al centro di un'inaspettata parabola: quello di Pamela Anderson che, dopo anni di assenza dal grande schermo, è tornata da grande protagonista in The Last Showgirl, un ruolo per cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui una nomination al Golden Globe e allo Screen Actors Guild Award.
Il suo personaggio, Shelly Gardner, è una showgirl che si esibisce da un trentennio in uno spettacolo di Las Vegas; quando all'improvviso arriva la notizia dell'imminente chiusura dello show, Shelly si trova costretta, a 57 anni, ad affrontare le sue prospettive future e anche a fare i conti con il passato, a partire dal rapporto con la figlia Hannah (Billie Lourd), che si era allontanata da lei proprio a causa del suo lavoro.
The Last Showgirl porta la firma di uno dei più famosi clan di cineasti italoamericani: la regista è Gian-Carla "Gia" Coppola (nipote di Francis Ford), su sceneggiatura di Kate Gersten (sposata con un cugino della regista) inizialmente concepita come uno spettacolo teatrale, mai realizzato, dal titolo Body of work (a sua volta ispirato da uno show di Las Vegas, Jubilee!) mentre un altro cugino, Jason Schwartzman, fa un cameo nel film.
Il principale motivo di interesse sta naturalmente nel casting della protagonista in una parte che sembra di fatto cucita su misura per lei: una delle icone assolute degli anni '90, l'ex playmate poi bagnina dal costume rosso sulla spiaggia di Baywatch, al centro di travagliatissime vicende private (e giudiziarie) di gossip, che in anni recenti aveva cominciato a riappropriarsi della sua narrativa con un'autobiografia e un documentario.
La sua è un'interpretazione carica di energia nervosa, che si manifesta in flussi verbali concitati e rapidi, ma anche con i modi di chi probabilmente è abituata ormai da decenni a esibirsi per un pubblico, e quindi è come se mettesse spesso su una performance, pronta ad andare sempre un po' sopra le righe; Shelly si vede come l'ultima icona di un passato glorioso (quello del cosiddetto "teatro di rivista") e ricorda con affettuosa nostalgia i giorni di successo in cui lei e le sue colleghe viaggiavano per il mondo, fotografate e desiderate: adesso invece il pubblico chiede qualcosa di nuovo e l'età tende dolorosamente a far risultare obsoleti e a far rimanere in secondo piano, che in fondo è quello che succede, in generale, nel mondo dello spettacolo.
Interessante anche il resto del cast, dove le colleghe più giovani (per le quali Shelly è quasi una figura materna) sono ex volti teen come Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina, Riverdale) e Brenda Song (Zach e Cody al Grand Hotel), mentre nel ruolo della migliore amica della protagonista troviamo una quasi irriconoscibile Jamie Lee Curtis con caschetto aranciato, trucco e abbronzatura pesanti, ma la sorpresa forse è Dave Bautista, l'ex wrestler con una carriera ormai ben avviata da attore, che qui mostra una certa dolcezza anche un po' timida e impacciata.
Il film ci mostra una Las Vegas diversa dalla rappresentazione che se ne ha comunemente, lontana da eccessi e luci scintillanti, ma ripresa soprattutto di giorno e in luoghi inusuali; l'utilizzo della pellicola 16mm e della camera a spalla restituisce un'immagine più cruda e granulosa, così si ha l'impressione di assistere a un "dietro le quinte" del quotidiano dei personaggi, che vediamo intenti nelle loro attività ben poco glamour ma più incentrate sugli aspetti pratici, dalla spesa al supermercato ai discorsi sui fondi pensione, ai costumi di scena da sostituire e ricucire.
Guardando il film non può non venire alla mente anche The Wrestler (2008), il titolo che rilanciò brevemente la carriera di Mickey Rourke, con cui la trama presenta diverse similitudini, ma la regista sembra anche avere assorbito lo stile di sua zia Sofia Coppola, perché il film ricorda nel suo minimalismo opere come Somewhere (2010), film che ritraggono scorci di vita dei protagonisti puntando così soprattutto su un'atmosfera e uno stato mentale, e non su un intreccio ricco o complesso; questo fa sì che la storia indugi anche in alcuni tempi morti (su una durata già di per sé breve) che possono risultare un po' monotoni, non necessari e poco stimolanti, mentre verso il finale si ha l'impressione che qualche personaggio (su tutti quello di Jamie Lee Curtis) non abbia una chiusura narrativa compiuta e soddisfacente, così come la conclusione sembra un po' sospesa tra una visione astratta, ideale e il suo lato invece più pratico e concreto, tra l'ottimismo speranzoso e una malinconia pragmatica.
The Last Showgirl è comunque un film interessante per come racconta in toni intimistici un ambiente e i suoi personaggi in modo parzialmente inedito, e resta la curiosità di vedere se per la sua protagonista questo potrebbe essere veramente l'avvio di una nuova fase della carriera.