The Long Walk, recensione del dramma distopico tratto da Stephen King

Da una delle prime opere di Stephen King, una distopia angosciante e nichilista su una spietata gara che potrebbe anticipare il nostro futuro, con un cast di giovani emergenti.
The Long Walk, scena da trailer

Stephen King continua a confermarsi fonte inesauribile di ispirazione per gli infiniti adattamenti cinematografici (e televisivi) dalle sue opere letterarie; in una sola stagione cinematografica in cui abbiamo già visto, nei mesi scorsi, The Life of Chuck e The Running Man, l'ultimo titolo, in ordine di tempo, ad arrivare nelle nostre sale è The Long Walk: basato sul romanzo La lunga marcia, pubblicato originariamente nel 1979 e che lo scrittore in realtà firmò con lo pseudonimo di Richard Bachman (come per The running man-L'uomo in fuga), è diretto da un altro specialista del genere distopico, dato che Francis Lawrence è il regista di quasi tutti i capitoli della saga di Hunger Games oltre ad altri successi quali, ad esempio, l'horror post-apocalittico Io sono leggenda.

The Long Walk si svolge in una versione distopica degli USA, che a seguito di una guerra civile sono ormai un regime totalitario, in preda a una grave crisi economica, in cui è stata istituita la Lunga Marcia: si tratta di un evento annuale (una competizione-spettacolo) in cui cinquanta giovani partecipanti, uno per Stato, devono camminare senza sosta per le strade del Paese, tra aree urbane e rurali, senza potersi fermare né rallentare il passo, pena la fucilazione. La gara si concluderà quando sarà rimasta una sola persona, che riceverà in premio una somma di denaro e la possibilità di esprimere un desiderio a sua scelta; tra i partecipanti troviamo Ray (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour e già protagonista di Licorice Pizza), Pete (David Jonsson, dalla serie Industry), Gary (Charlie Plummer, di Tutti i soldi del mondo), Thomas (Roman Griffin Davis, il piccolo protagonista di Jojo Rabbit), Collie (Joshua Odjick, da It:Welcome to Derry) e altri ancora, ciascuno con le proprie diverse storie, motivazioni e speranze, mentre a sorvegliarli è il perfido Maggiore interpretato da Mark Hamill (tra l'altro presente in un ruolo anche nello stesso The Life of Chuck).

Il romanzo originario, il primo scritto da King che lo concepì quando era ancora uno studente universitario, era dunque chiaramente influenzato dagli eventi di quel periodo storico, con particolare riferimento alla guerra in Vietnam; il film quindi non tenta di attualizzare a tutti gli effetti la storia, preferendo un'ambientazione generica senza troppi riferimenti che la rendano così più atemporale, dunque valida ad essere applicata a qualsiasi periodo passato, presente o futuro.
Certo, si potrebbe puntualizzare che fa ancora più impressione assistere a una storia come questa al giorno d'oggi, in un momento storico-politico in cui gli scenari ritratti dal film appaiono non tanto come una fantasiosa distopia, ma come una terrificante realtà che non sembra poi tanto distante dal nostro presente: crisi sociale, povertà economica, incertezza riguardo al futuro, violenza imperante, forze governative implacabilmente spietate.
Se si può trovare uno svantaggio, già in partenza, a un film come The Long Walk è che, data la premessa della trama, si può supporre con certezza quasi matematica che la maggior parte dei giovani personaggi sia destinata a non rimanere tanto a lungo sullo schermo, il che rende quasi controproducente tentare di affezionarsi a qualcuno di loro e, di contro, lascia intuire dal principio chi sia destinato a fare più strada (letteralmente) e dunque su cui concentrare maggiormente l'attenzione; inoltre, il meccanismo della storia spinge a una certa ripetitività nell'azione che, nel frattempo, è anche tenuta a galla dalla suspense che aleggia sulla vicenda, soprattutto man mano che conosciamo meglio i personaggi: chi arriverà alla fine, e quale sarà il desiderio che si riuscirà (o meno) a far avverare? Sotto questo aspetto si potrebbe dire che il finale (diverso rispetto a quello del romanzo) sebbene racchiuda inevitabilmente in sé le aspettative, rischia comunque di essere anche un po' il punto debole: forse perché, comunque vada, la sensazione è che il cuore della storia sia in tutto ciò che è venuto prima e in un contesto di portata più ampia che non si può risolvere tanto facilmente.
Rimane anche la curiosità di saperne di più sull'assetto sociale, politico, economico e via dicendo, di questo Paese che resta ai margini della vicenda, di cui intravediamo qualche frammento di case, negozi e volti di persone, che invece dovrebbero rappresentare anche il pubblico (e per estensione l'universo dei social e dei reality) che assiste all'evento.

The Long Walk è quindi una parabola angosciante, cupa, cinica e amara su uno scenario forse immaginario, forse dietro l'angolo e che colpisce per lo scenario e le sensazioni generali che comunica, più che per personaggi e dialoghi delineati quanto basta, ma non sempre a sufficienza da intrattenere e coinvolgere al massimo.