The Substance, recensione dell'horror con Demi Moore e Margaret Qualley
Uno dei film che ha maggiormente scioccato la scorsa edizione del Festival di Cannes (dove ha portato a casa il premio per la miglior sceneggiatura), iniziando subito a far parlare di sé e avviando così il suo cammino verso una possibile stagione dei premi cinematografica, è The Substance, ora in arrivo nelle nostre sale.
Protagonista della storia, ambientata in un tempo che potrebbe essere il presente, o un futuro prossimo, ma resta comunque indefinito, è Elizabeth Sparkle (Demi Moore), un'ex stella del cinema ormai in declino, che si è rilanciata come conduttrice di un programma televisivo di aerobica; al compimento del suo cinquantesimo compleanno però il network decide, per motivi di anzianità, di sostituirla con una presentatrice più giovane. È a quel punto, però, che Elizabeth si convince a sperimentare il misterioso siero denominato la "Sostanza", che le permette di ottenere una versione giovanile di se stessa (interpretata da Margaret Qualley). È in questa nuova forma, a cui dà il nome di Sue, che la Sparkle riesce non solo a mantenere il proprio lavoro ma anzi, la sua carriera televisiva viene rilanciata e inizia una rapida e inarrestabile ascesa; ovviamente, però, c'è sempre un prezzo da pagare e le conseguenze non tarderanno a farsi attendere.
Certamente il film possiede una serie di caratteristiche che, già sulla carta, lo rendono un prodotto intrigante sotto più aspetti: scritto e diretto dalla francese Coralie Fargeat, che raccolse già consensi per il suo debutto, l'action-thriller al femminile Revenge (2017) con protagonista Matilda Lutz, e che anche stavolta si affida a un cast internazionale, capeggiato da un'interprete di quelle per cui si può parlare di un ritorno in grande spolvero (e per cui infatti è già stato coniato il termine Demi-ssance); tra approccio autoriale e cinema di genere, la pellicola affronta tematiche quanto mai attuali e, non da ultimo, si fa apprezzare anche per un sapiente gioco di riferimenti meta-cinematografici, tra elementi presenti nella sceneggiatura e vicende accadute nel mondo reale, fuori dallo schermo.
Elizabeth Sparkle era una stella già dal cognome (letteralmente "scintillare") la cui parabola viene esemplificata perfettamente dalla sequenza iniziale, in cui osserviamo la sua stella sulla celebre Hollywood Walk of Fame: dapprima simbolo di popolarità, talento e successo, a cui si accompagnano applausi, flash e riconoscimenti, fino a diventare mera effigie, uno di quei nomi per cui ci si chiede "Chi è? Era famosa? E per cosa?", e infine con una macchia di ketchup dal simbolico rosso come il sangue. È principalmente attraverso di lei, quindi, che il film ritrae lo spietato mondo dello show business, in cui la fama può essere tanto folgorante quanto effimera, e soprattutto è di solito legata imprescindibilmente a concetti come bellezza e giovinezza, all'ossessione per una perfezione fisica che vuole volti sempre levigati e corpi perfettamente tonici come unico modello estetico possibile da inseguire, in una società ancora prevalentemente dominata dallo sguardo e dal potere maschile.
Per questo non è casuale la scelta di un'attrice che è stata a sua volta un sex symbol assoluto, famosa per i suoi ruoli ma anche protagonista di trasformazioni fisiche spesso discusse e commentate, il cui corpo quindi è stato oggetto di invidia sì, ma anche di critiche, e che dopo anni di grande successo professionale si era allontanata dai riflettori attraversando un periodo di semi oblio con conseguente fatica a trovare ruoli adatti e interessanti. Ad affiancarla qui ci sono una Margaret Qualley ormai sempre più lanciata e anche Dennis Quaid nel ruolo caricaturale e ripugnante del dirigente televisivo dal nome Harvey (che non può non far pensare al popolare produttore cinematografico ormai in disgrazia Weinstein).
The Substance è una miscela di body horror, dark comedy e anche fantascienza, infarcito di riferimenti e ispirazioni filmiche e non solo, da La morte ti fa bella ad autori come Kubrick e Cronenberg, da The Elephant Man ai quadri di Botero, mentre tra gli ambienti asettici e i colori sgargianti, la confezione esteticamente patinata ricorda anche il kitsch di certi prodotti televisivi di Ryan Murphy, come American Horror Story.
L'autrice mostra una certa predilezione per l'eccesso anche nella durata, con i suoi 140 minuti abbondanti, probabilmente troppi per una trama di per sé piuttosto esile che, quasi a voler omaggiare il cinema muto, ricorre molto più all'immagine che ai dialoghi: alla storia mancano infatti dei veri e propri confronti verbali, anche nei momenti decisivi tra i personaggi principali, ma non lesina sui particolari più gore e visivamente più espliciti, indugiando su quella trasformazione del corpo che, in una visione decisamente estrema delle trasformazioni subìte con la chirurgia plastica, svela tutto il marcio, l'orrore, il deforme che si vorrebbe cercare di tenere nascosto.
The Substance è dunque un film che si appoggia ampiamente al suo messaggio mettendolo in immagini, in maniera parzialmente ridondante e ripetitiva, e cos' forse non riesce a divertire e a sorprendere quanto vorrebbe; se da un lato forma e contenuti non lo rendono proprio un film adatto a tutti i gusti, allo stesso tempo però ha anche la capacità di arrivare a un ampio pubblico e ad essere universalmente comprensibile nella sua essenza.