This City Is Ours, recensione della serie crime britannica
Il filone sempre fiorente delle serie crime drama ambientate in Gran Bretagna si va ad arricchire con un nuovo titolo, This city is ours, creato da Stephen Butchard (tra i cui lavori precedenti ricordiamo The last kingdom e The good mothers) e che ha già ottenuto dalla BBC il rinnovo per una seconda stagione.
La storia si svolge prevalentemente a Liverpool, dove Ronnie Phelan (Sean Bean) è un boss della criminalità organizzata; il suo braccio destro da molti anni è Michael Kavanagh (James Nelson-Joyce), il quale comincia a nutrire dei dubbi circa la lealtà di Jamie (Jack McMullen), figlio di Ronnie; un affare andato male sarà la molla scatenante di una lotta al potere per stabilire chi assumerà il comando dopo l'uscita di scena di Ronnie.
Ancora una volta troviamo quindi una storia in cui l'azione ruota essenzialmente attorno al concetto della "famiglia", che naturalmente in questi casi non si riferisce soltanto ai legami di sangue, ma anche quella composita e allargata fatta dalle persone che si scelgono come fedelissimi e affiliati: una struttura dai vertici e dai ruoli soggetti a evoluzioni e cambiamenti, in cui si scontrano e si alternano affetto, tradimenti, fedeltà, rivalità, alleanze e segreti; una formula vincente per chi ad esempio ha visto e apprezzato la recente MobLand, anche se piuttosto diversa per stile e tono: la serie prodotta da Guy Ritchie porta il suo marchio più chiassoso, esplosivo, sopra le righe, e anche ironico, mentre This city is ours procede in modo più sobrio, per certi versi cauto, il che naturalmente può essere visto tanto come il suo punto di forza quanto come un difetto.
Anche qui comunque uno dei temi centrali è il rapporto fra genitori (specialmente padri) e figli, e quindi l'eredità, sia quella materiale che in senso più teorico ed emotivo, che si trasmette alle generazioni successive, con la speranza di lasciare loro un buon futuro. Qui la figura patriarcale è rappresentata da Sean Bean (veterano del grande e piccolo schermo che ricordiamo, solo per citare qualche titolo, in Il signore degli anelli, Il trono di spade, Silent Hill, Snowpiercer) la cui presenza però è comunque limitata, con il vero protagonista che ben presto diventa James Nelson-Joyce (visto di recente nella serie A thousand blows e nel film Bird); premesso che in una storia del genere, tutti i personaggi sono dei cosiddetti "eroi negativi" date le azioni e i crimini di cui, a vario titolo, si macchiano, il fulcro emotivo della trama, così come viene messo in luce fin dalle prime sequenze, è il rapporto tra Michael e la compagna Diana (Hannah Onslow, da Belgravia: The next chapter): i due appaiono sinceramente innamorati e desiderosi di mettere su famiglia, motivo per cui li vediamo impegnati anche in preoccupazioni molto umane, imperfette e decisamente poco fascinose; un'idea che contribuisce a dare spessore e pathos alla loro storia è quella di donare anche a lei un background fatto di ombre e fantasmi del passato con cui fare i conti, che si aggiungono alla costante minaccia costituita dal lavoro di lui.
Questo offre anche l'occasione di affrontare l'aspetto legato ai personaggi femminili, presenze fondamentali e solo apparentemente in secondo piano, a partire da Elaine (Julie Graham), la moglie di Ronnie: la questione è sempre quale sia il ruolo delle donne in queste famiglie, quanto sappiano e quanto scelgano di non vedere, tra il sostegno e l'opposizione; e se c'è chi sceglie la rassegnazione, c'è anche chi invece reclama un ruolo più attivo negli affari.
Gli otto episodi procedono con qualche momento di suspense ma senza eccessi cruenti, con una sceneggiatura che va abbastanza sul sicuro e non azzarda grandi sussulti narrativi, forse con qualche carenza: per esempio non viene mai raccontato il passato di Michael, quelli che potevano essere i suoi rapporti con la famiglia d'origine e perché si sia legato giovanissimo a Ronnie, mentore e forse una sorta di figura paterna (ma sono aspetti che potrebbero essere esplorati nella stagione successiva).
Le location, che oltre a Liverpool comprendono anche la Spagna, si concentrano essenzialmente su ambienti piuttosto eleganti e danarosi, tra ville, appartamenti e ristoranti spaziosi e di lusso, ma a dispetto di quanto potrebbe far pensare il titolo, la città inglese non diventa un personaggio fondamentale nella storia, che non mostra di essere particolarmente radicata nel territorio (accenti a parte).
This city is ours quindi è una serie ben fatta, che non si muove su un terreno innovativo ma si fa comunque seguire anche grazie al cast, e può rappresentare un'aggiunta godibile per gli amanti del genere.