Tutti i diavoli sono qui, recensione del crime thriller britannico

Un quartetto al maschile è protagonista di questo thriller cupo e misterioso sulle conseguenze di una rapina in cui qualcosa è andato storto, con un impianto che fa venire in mente una pièce teatrale, e interpreti eterogenei e complementari.
Tutti I Diavoli Sono Qui, scena da Trailer internazionale

"L'inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui": è da questa citazione de "La Tempesta" di William Shakespeare che deriva il titolo di Tutti i diavoli sono qui, crime thriller britannico che arriva direttamente da noi sul piccolo schermo in home video. Protagonisti della storia sono quattro uomini, il veterano del gruppo Ronnie (Eddie Marsan), il violento e impetuoso testa calda Grady (Sam Claflin), il più giovane e ancora un po' sprovveduto e timoroso Royce (Tienne Simon) e il contabile soprannominato Numbers (Burn Gorman), tutti al servizio di un pericoloso boss criminale, i quali dopo aver commesso una rapina devono recarsi in uno sperduto cottage nella campagna inglese, dove dovranno restare per qualche giorno, assieme al bottino, in attesa di ricevere nuove istruzioni. Con il passare del tempo, però, isolati nella casa fatiscente e male attrezzata, l'atmosfera si fa sempre più esplosiva, con gli equilibri che rischiano di saltare in modo pericolosamente irreparabile . 

Il regista Barnaby Roper, che ha una lunga esperienza in campo di cortometraggi e soprattutto video musicali, qui si cimenta con un thriller noir di stampo quasi teatrale, con pochissimi personaggi e ambientato quasi tutto in una sola location: la casa che unisce in sé reminiscenze di un luogo intimo e familiare, dalla cameretta con i letti a castello, alle copie consumate di romanzi classici, con la sensazione di abbandono e isolamento, immersa nel clima plumbeo della brughiera, e che diventa terreno fertile per tensioni, paranoie, recriminazioni e tentazioni; l'impossibilità di allontanarsi acuisce il senso di claustrofobia dei protagonisti, in cui anche le melodie rétro anni '60 che provengono in continuazione dal giradischi nella camera del contabile diventano un sottofondo quasi sinistro e destabilizzante, per contrasto.
L'isolamento forzato e lo spettro di un domani che continua a rimanere incerto forniscono anche l'occasione per fare bilanci di vita, riflettere su rimorsi e rimpianti, occasioni perdute e propositi futuri, con uno specifico confronto tra chi è più anziano e navigato e chi è più giovane e ancora acerbo, in questo gruppo di personaggi che si portano tutti dietro, ciascuno a suo modo, macchie e ombre nel proprio passato, che li hanno messi sulla strada di una vita nel crimine.
In questo cast quasi interamente maschile (l'unico personaggio femminile è una misteriosa ragazza interpretata dall'attrice, modella e cantante Suki Waterhouse) sono le interpretazioni a dare forza e anima alla storia, modulando violenza, prudenza, paura, ambiguità, con attori ben scelti e diretti.

La sensazione di attesa e di minaccia incombente riescono a mantenere la suspense in questo crime thriller che si affida a parole e atmosfere più che all'azione pura, fino a una conclusione che potrà deludere alcuni spettatori, ma che riesce a sorprendere portando la storia in un territorio inatteso, al posto di quello che poteva essere un finale più prevedibile e scontato. Tutti i diavoli sono qui è quindi un piccolo film dalla portata modesta, ma con uno svolgimento scorrevole e un arco narrativo a suo modo coerente ed efficace.