Venezia 82 - Frankenstein di Guillermo del Toro, la recensione
Alla 82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia arriva in concorso Frankenstein, la nuova trasposizione cinematografica del romanzo gotico di Mary Shelley, firmata dal regista messicano Guillermo del Toro, il quale torna a Venezia dopo 8 anni dal grande successo de La forma dell'acqua, che gli valse il Leone d'oro qui alla Mostra nonché l'Oscar come miglior film. Netflix produce questa nuova versione di una delle storie più famose al mondo e sbarcano in laguna, oltre al regista, il grande cast del film, con Oscar Isaac nel ruolo di Victor Frankenstein e Jacob Elordi in quello della creatura, oltre a Christoph Waltz e Mia Goth.
La trama non ha certo bisogno di presentazioni, tutti conosciamo la storia dello scienziato Victor Frankenstein, ossessionato dalla morte e dalla possibilità di riportare in vita un essere umano, componendolo di parti di diverse persone, e dalla riuscita del suo progetto nella creazione di una creatura che sarà il suo più grande successo ma allo stesso tempo la sua stessa rovina.
Guillermo del Toro torna ai suoi grandi fasti, racconta una sua versione di una storia che ha visto così tante trasposizioni su più fronti e che fa parte così tanto dell'immaginario collettivo che è sempre molto rischiosa da affrontare ma il regista messicano riesce a raccontarcela con il suo punto di vista e realizza una pellicola importante. Superba dal punto di vista visivo, ma non potevamo aspettarci altrimenti dalla grandiosa immaginazione del regista, aiutato anche dai 120 milioni di budget del film, ma soprattutto toccante e poetica come non mai dal punto di vista emotivo. Dopo un prologo visivamente potente e una prima parte più classica e forse anche un po' lunga, il film ci regala una seconda parte, ovvero da quando appare la creatura, semplicemente perfetta.
Jacob Elordi dà tutto per questo ruolo, tanto da portare sul grande schermo una creatura (im)perfetta, toccante, profonda, umana, molto più del suo creatore, grazie a quella che è senza ombra di dubbio l'interpretazione della vita, in odore di Oscar. Meritatissimi gli applausi che gli sono stati riservati in occasione della prima, per i quali si è commosso, dopo aver fatto commuovere tutti gli spettatori in sala. L'intero cast è molto bravo e Oscar Isaac dà il meglio di sé proprio nelle interazioni con la sua creatura. Del Toro realizza un grande film, con una sceneggiatura poetica, una fotografia meravigliosa e le musiche bellissime di Desplat ad accompagnare il tutto. Solo i mostri giocano a fare Dio, è la frase cardine della pellicola e quella che meglio riassume la poetica del film, dove il vero mostro è colui che si erge a creatore e non il mostro che è stato creato, il quale è costretto, suo malgrado, a vivere una vita di solitudine senza averla scelta come ci ricorda il bellissimo finale della pellicola.