Venezia 82 - Jay Kelly con George Clooney, recensione del film
A tre anni di distanza da Rumore bianco e a sei anni da Marriage Story, Noah Baumbach torna alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con Jay Kelly, una pellicola dolceamara sugli spettri della fama, sulla solitudine e sulla nostalgia di cui, un'arte come il cinema, è pregna. Protagonista della storia è la star di Hollywood Jay Kelly (George Clooney), che, appena concluso il suo ultimo film, si lascia andare alla malinconia per una carriera lunga trentacinque anni che sembra avvicinarsi sempre di più al capolinea. A mettere Jay davanti al tramonto della sua fama sono due eventi precisi: da una parte la morte del regista che ha lanciato la sua carriera (Jim Broadbent), dall'altro l'incontro/scontro con un vecchio amico con un conto in sospeso con l'attore (Billy Crudup). Messo davanti alle sue manchevolezze come padre e alla stanchezza di essere il volto di se stesso invece che il suo vero io, Jay Kelly decide di rinunciare al prossimo film in scaletta e di partire per un viaggio che lo porterà ad attraversare la Francia e l'Italia. Al suo fianco ci sarà il suo agente Ron (Adam Sandler), professionista delle crisi e amico di vecchia data di Jay Kelly. Ma sarà proprio il viaggio a mettere a repentaglio il loro equilibrio.
Scritto da Noah Baumbach insieme a Emily Mortimer - che fa parte del cast insieme ad altri grandi interpreti come Laura Dern e Patrick Wilson - Jay Kelly è un film composto da tante anime. Se, parafrasando quello che viene detto nella pellicola, il cinema non sono altro che istantanee di memoria, allora questo lungometraggio di Noah Baumbach può essere letto come un album in cui convergono tante memorie. Come si diceva in apertura, infatti, questo film punta moltissimo sulla nostalgia. Una nostalgia che non riguarda solo quello che è stato, ma che abbraccia soprattutto quello che sarebbe potuto essere e non è stato. La nostalgia dei momenti persi, degli attimi sacrificati sull'altare di un'ambizione diventata solo il volto amaro di una solitudine che sembra non avere via di uscita. In questo senso il protagonista è un personaggio a suo modo struggente, tormentato e doloroso, per il quale non si può fare a meno di provare empatia. Per il quale vogliamo fare il tifo: perché Jay Kelly è quel divo che rappresenta tutto il bello di Hollywood. Non la corruzione, la violenza nascosta, o la mera rincorsa a una ricchezza che possa sfamare il proprio ego. Jay Kelly è il divo della magia, quello che si può guardare attraverso uno schermo per poi riconoscerlo come un eroe: non tanto per quello che fa, ma per quello che rappresenta. Quel mondo dorato fatto di magia e illusioni, dove tutto è falso e dove pure tutto sembra vero, come quando si è immersi in un sogno e non si sa di star sognando se non nel momento in cui si aprono gli occhi. Il mondo di Jay Kelly è dunque un sogno continuo, una magia perpetua che dura finché la sala rimane al buio e che pure lascia una scia anche dopo aver abbandonato il cinema. La divinizzazione propria del fenomeno culturale del divismo trova in Jay Kelly una rappresentazione puntuale: da una parte un mondo innamorato di questo divo perfetto nell'aspetto e nella recitazione, dall'altra un attore che non sa più chi è e che, sempre per parafrasare il film, recita due volte, in scena e nella vita. Ed è proprio in questa maschera costante che sta lo struggimento del protagonista, spaccato tra la sua ambizione e la sua essenza, tra il suo apparire e il suo non poter essere. Da questo punto di vista potrebbe essere emblematica la scelta del nome che Noah Baumbach ha dato al suo protagonista. Se il cognome Kelly fa pensare subito al fascino intramontabile di Gene Kelly - altro esempio di divismo del Ventesimo secolo - il nome Jay sembra richiamare invece l'eroe tragico della letteratura Jay Gatsby, intrappolato nel personaggio che lui stesso ha voluto (o dovuto?) creare per somigliare di più all'immagine di se stesso che aveva in mente.
E se questa riflessione sul cinema come trappola e come magia è senza dubbio interessante, il vero nucleo del film è da ricercare senza dubbio nel rapporto tra Jay e Ron, tra l'artista pieno di successo e l'agente che cancella gli errori e sistema gli sbagli. Ron è senza dubbio il primo fan di Jay: a prescindere dalla percentuale che guadagna dal suo lavoro, Ron crede fermamente in quello che fa Jay Kelly. Lo tratta quasi come un bambino, un'anima pura e piena di prodigi da dover difendere dalle brutture del mondo, senza mai domandare niente, senza quasi aspettarsi mai nulla e "elemosinando" quel poco che ottiene anche a discapito della sua stessa famiglia. La verità è che entrambi i protagonisti sono alle prese con un vero e proprio esaurimento nervoso, costretti a guardare le loro certezze che crollano e la loro identità come uomini, professionisti e padri venir messa in discussione di continuo. Da un certo punto di vista si potrebbe quasi pensare a questi due uomini di mezza età come le due metà di un insieme, come riflessi un po' storti di esistenze che si somigliano e che hanno bisogno l'una dell'altra per poter rimanere a galla, per non farsi fagocitare dal mondo che cambia pur rimanendo sempre lo stesso. Un mondo che Jay Kelly affascina senza quasi più abitarlo e il viaggio in Europa diventa dunque la sua rilettura di una traversata dantesca, dove il presente si ferma per poter guardare indietro nel passato, quasi alla cerca di una bussola smarrita. Una ricerca che condurrà poi lo spettatore verso un finale davvero emozionante, che rappresenta anche una sorta di lettera d'amore per la stessa carriera di George Clooney che, a prescindere che piaccia o meno, rappresenta uno dei pochi, veri ultimi divi di Hollwood.
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