Venezia 82 - The Smashing Machine, la recensione del film con Dwayne Johnson e Emily Blunt
Tra i film che avevano suscitato più interesse all'alba dell'annuncio della Selezione Ufficiale della 82a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia c'era senza dubbio The Smashing Machine, film diretto da Benny Safdie e ispirato alla vera storia di Mark Kerr, lottatore attivo dal 1997 al 2009. Il lungometraggio presentato al Festival di Venezia vede protagonista Dwayne Johnson che, messi da parte i film blockbuster o i ruoli per i film per famiglie, si cimenta con quella che forse è la prima grande sfida della sua carriera, quel momento cardine che potrebbe sancire un prima e un dopo nella sua filmografia. E senza dubbio a Venezia, l'ex The Rock si è mostrato non solo riconoscente ma anche emozionato per la sua presenza a un festival tanto antico come quello che ogni anno illumina la città lagunare e secondo alcuni primi sondaggi sembra che la sua interpretazione di Mark Kerr potrebbe anche condurlo a ricevere la sua prima candidatura agli Oscar come Miglior Attore Protagonista. The Smashing Machine racconta una parentesi della vita e della carriera di Mark Kerr: lasciatosi alle spalle i successi all'università di Syracuse, Kerr si cimenta nelle sfide delle arti marziali miste, cercando di internazionalizzare non solo il suo successo, ma anche quello di uno sport che a fine anni Novanta e inizio anni Duemila era molto popolare in Giappone, paese che fa da sfondo ad alcuni degli scontri che il pubblico potrà vedere sul grande schermo. Da una parte, dunque, c'è questo guerriero gigante, che sembra quasi richiamare alla mente l'iconografia legata a King Kong, un uomo che non ha ancora assaggiato sulla lingua il sapore amaro della sconfitta e che, nonostante la gentilezza che millanta, agogna solo un posto nell'Olimpo dei lottatori, in un non-luogo di ambizione dove può sentirsi Dio. Dall'altra parte, però, c'è un uomo fragile, un uomo dipendente dagli antidolorifici, che ha bisogno di annullare il dolore e il sentire per poter poi sentire l'adrenalina sul ring. Incastrato in un rapporto che definire tossico sarebbe un eufemismo con la bella Dawn (Emily Blunt, davvero straordinaria sullo schermo), Mark Kerr è un campione in fieri, un uomo che parla molto perché vuole essere ascoltato e acclamato e che combatte senza sapere che la vera battaglia non sta nel continuare a vincere, ma nel sapere accettare la sconfitta.
Con uno stile che ogni tanto scivola in uno stile apertamente documentaristico, The Smashing Machine è stato paragonato a diversi film incentrati sul mondo dei combattimenti e della lotta, da Rocky al più recente The wrestler. Con quest'ultimo, soprattutto, sembrava avere in comune la volontà di raccontare la storia di un campione che campione, dopotutto, non è. Un combattente che si appende come può a un ideale di vittoria e di ambizione, salvo poi rendersi conto che il tempo dei sogni è finito e che l'unica cosa che rimane è vivere la vita che rimane dopo che l'ambizione è andata in pezzi. Ma, a differenza del film di Darren Aronofsky, il film di Benny Safdie manca sia di un approfondimento umano che possa davvero permettere al pubblico di entrare in empatia col protagonista, sia di un conflitto vero e proprio, uno struggimento emotivo che possa spiegare anche solo la motivazione di aver scelto Kerr come protagonista di un racconto cinematografico. Si ha come la sensazione che al film manchi qualcosa, come se fosse stato sottratto di quell'atto di mezzo che il più delle volte serve a raccontare la caduta dell'eroe e la sua rinascita. Persino il tema della dipendenza è trattato non tanto con superficialità, quanto con una certa narrazione sbrigativa, come se si volessero appuntare i temi trattati su una bacheca. Non c'è il coinvolgimento, non c'è approfondimento. Il regista ci mette davanti a un succede questo e poi succede quest'altro. A chi è seduto in poltrona, però, non arrivano mai le conseguenze di questo e quest'altro. Ci vengono forniti dati, elementi utili alla costruzione del racconto consequenziale degli eventi. Ma il punto è che manca il cuore. Alla fine di Mark Kerr non rimane molto a lambire la nostra emotività o la nostra immaginazione. Rimane una storia che abbiamo visto, in un film con cui ci siamo distratti per un paio d'ore, ma che non ha quel potere quasi catartico che invece avevano i film già citati a cui è stato paragonato.
Questo non vuol dire di certo che The Smashing Machine sia un brutto film. Come detto poche righe più su, è un lungometraggio che riesce a intrattenere, che sfila via in completa serenità. Ma forse è proprio questo il problema: non dovrebbe scivolare via come il proverbiale bicchiere d'acqua. Dovrebbe rimanere lì, prenderti a pugni come fanno gli avversari con Mark Kerr, metterti davanti alla paura del fallimento, al terrore di sentirsi sconfitti, umiliati nelle nostre sicurezze. Avrebbe dovuto commuoverci nel ritratto di un uomo che aveva un sogno e che poi non è riuscito a portarlo a termine. Invece di tutto questo non c'è molto, se non un edulcorata costruzione morale sul fatto che la sconfitta serve. Ma sembra di più una lezione confezionata alla Louisa May Alcott più che un messaggio trainato da un lungometraggio che, molto probabilmente, ritroveremo nella stagione dei premi, proprio perché confezionato apertamente per piacere al pubblico statunitense. Anche l'interpretazione di Dwayne Johnson è lungi dall'essere perfetta o al pari di altri candidati che speriamo di vedere protagonisti nei prossimi mesi, quando si deciderà il meglio della stagione cinematografica che stiamo per lasciarci alle spalle. A volte posticcio nella sua trasformazione in Mark Kerr (che ha anche un cameo alquanto inutile nel film), Dwayne Johnson si impegna per dare al suo personaggio un'anima, una tridimensionalità. Purtroppo, però, non è aiutato da una sceneggiatura in grado di trasformare The Smashing Machine in qualcosa di diverso da un film per passare una serata.