Warfare-Tempo di guerra, recensione del film bellico ispirato a una storia vera
Dalla guerra civile distopica del suo Civil war (2024) Alex Garland passa a un altro tipo di conflitto, stavolta estremamente e drammaticamente reale, con il suo nuovo progetto Warfare-Tempo di guerra, scritto e co-diretto insieme a Ray Mendoza: l'incontro tra i due è avvenuto proprio sul set di Civil war per cui Mendoza, ex marine, era il supervisore militare; da lì l'idea di sviluppare un film che ricostruisse un episodio realmente accaduto della sua carriera.
Warfare è quindi ambientato nel periodo della battaglia di Ramadi, in Iraq nell'autunno 2006: un plotone di Navy SEAL prende possesso di una casa, abitata da una famiglia irachena, dentro cui potersi appostare in segreto per monitorare un'azione delle forze di terra, dall'altra parte della strada. Qualcosa va storto però quando vengono scoperti e attaccati dal nemico, costretti così ad attendere in gravi condizioni l'arrivo degli aiuti.
I Navy SEAL, le forze speciali della marina militare statunitense (tra le cui operazioni ricordiamo, ad esempio, quella che portò all'uccisione di Osama bin Laden nel 2011) sono stati raffigurati più volte sul piccolo e grande schermo, in film come Act of valor (2012), Zero dark thirty (2012) e Lone survivor (2013) e più di recente nella serie SEAL Team (2017-2024).
Non solo quindi la trama si basa su eventi reali, ma la scelta degli autori è stata di adottare uno stile il più veritiero e naturalistico possibile, basando la sceneggiatura su ricordi e ricostruzioni di coloro che hanno preso parte agli avvenimenti, e raccontare la storia in tempo reale, rendendola così quanto di più simile a una vera e propria esperienza che a un semplice film.
Dopo un breve inizio che serve a stabilire il clima di goliardia e cameratismo fra i membri dell'unità (per lo più ragazzi giovanissimi), ci ritroviamo subito nel cuore dell'azione, compresi tempi morti e assenza di dialoghi, se non ridotti all'osso: non ci sono racconti o informazioni riguardo alle vite private dei protagonisti, le loro famiglie a casa, e così via; c'è però il fortissimo spirito di gruppo, una vera e propria fratellanza, che si mostra al massimo delle sue capacità specialmente nelle situazioni più critiche.
Nel ruolo di se stesso (addetto alle comunicazioni del plotone) Mendoza ha scelto l'attore D'Pharaoh Woon-A-Tai (uno dei protagonisti della serie Reservation Dogs), e ha voluto dedicare il film a Elliott Miller, rimasto gravemente ferito quel giorno e che sullo schermo ha il volto di Cosmo Jarvis (Lady Macbeth, Shogun), mentre l'identità degli altri partecipanti è stata protetta alterandone i nomi, ma tra gli altri giovani interpreti troviamo anche Joseph Quinn (attualmente anche Johnny Storm ne I fantastici Quattro-Gli inizi), Will Poulter (Maze Runner, Revenant, Black Mirror), Kit Connor (Heartstopper), Michael Gandolfini (Daredevil-Rinascita), Taylor John Smith (La ragazza della palude), Charles Melton (Riverdale, May December), Noah Centineo (la serie To all the boys) e altri ancora: un cast di volti hollywoodiani emergenti qui impegnati in una di quelle performance prive di vanità e fronzoli, coperti per quasi tutto il tempo da divise, elmetti, maschere, polvere e sangue; sebbene non sia approfondito il background dei singoli personaggi, e dunque non li conosciamo al di là di quello che vediamo sullo schermo, gli attori riescono lo stesso a incanalare nella propria presenza scenica in maniera efficace lo spirito e le emozioni che animano i membri del gruppo.
Non è presente una vera e propria colonna musicale ma il sonoro ha un ruolo importante nel restituire i rumori, dal silenzio al suo esatto opposto, che contribuiscono alla resa dell'atmosfera sensoriale e immersiva. Il film adotta quindi uno stile quasi documentaristico, senza la retorica e gli orpelli tipici della spettacolarizzazione hollywoodiana; non ci si addentra neanche nel contesto storico-politico degli eventi, né si fa cenno agli aspetti ideologici strettamente legati alla guerra: forse anche proprio per queste assenze non è comunque mancata qualche accusa di propaganda militare e imperialismo, forse anche per via delle pochi ma emblematici istanti in cui la cinepresa inquadra la famiglia irachena che assiste inerme a quanto succede nella propria abitazione.
A metà, dunque, tra ricostruzione narrativa e realtà, Warfare-Tempo di guerra si aggiunge alla lunga lista di film che provano a raccontare da vicino l'orrore dei conflitti; è sicuramente un'opera appassionata e sentita in cui si sente il legame personale di chi l'ha concepita, che riesce a coinvolgere lo spettatore e mantenere alta la tensione.