Self, intervista a Searit Huluf

In occasione della presentazione di Self al 24 Frame Future Film Festival, abbiamo avuto l'occasione di scambiare due chiacchiere con la regista e sceneggiatrice Pixar Searit Huluf: ecco quello che ci ha raccontato
Searit Huluf, regista del corto Pixar Self

In occasione del 24th Frame Future Film Festival abbiamo avuto l'occasione di vedere in anteprima il cortometraggio Self e di fare una chiacchierata con la sua regista, Searit Huluf, parlando dei temi principali del corto e delle ambizioni della sua regista. Self è un cortometraggio incentrato su una donna che arriva in una nuova città e si rende conto che la sua persona non "suona" come gli altri. Per questo, decide di cambiare se stessa, di fare tutto quello che è in suo potere per somigliare agli altri e muoversi sulla loro stessa musica. Sebbene abbia una durata che non supera i sei minuti, Self è un cortometraggio che nella sua semplicità funziona molto bene, proprio perché sceglie un linguaggio - le note musicali - che sono universali.  Le abbiamo chiesto il motivo di questa scelta tecnica e lei ci ha spiegato che voleva qualcosa che fosse "immediato e universale", che avesse a che fare soprattutto con l'immagine e il movimento.

Come dicevamo qualche riga più su, inoltre, il cortometraggio si apre con l'immagine di una donna evidentemente nera che entra in una città dove nessuno parla la sua lingua, dove la pelle di tutti brilla di una sfumatura più chiara e ben diversa. Questo rende particolarmente chiaro il fatto che la vera colonna del cortometraggio è una riflessione sul tema dell'immigrazione, che si rende ancora più attuale al giorno d'oggi, soprattutto negli Stati Uniti, dove le recenti elezioni presidenziali hanno portato a galla un problema sempre più radicato di violenza a razzismo. Riguardo a questa tematica, nel sottolineare che "per me, tutto è importante," Searit Huluf ha detto: "Per me Self rappresentava la possibilità di parlare di mia madre e del suo essere immigrata dall'Etiopia e arrivare in una città diversa, senza conoscere la lingua, senza conoscere nessuno. Questo mi ha fatto chiedere cosa significasse essere una donna immigrata africana e muoversi in una città urbana del tutto diversa. Volevo raccontare quel tipo di storia e gli ostacoli che una donna come mia madre deve ancora affrontare."

Guardando Self si ha subito l'impressione che il tema principale sia quello dell'autosabotaggio, il fissarsi su quello che può essere il sogno sbagliato o il percorso sbagliato, con la sola ambizione di seguire la massa, di provare a essere come gli altri, di somigliare agli altri. Proprio di questo abbiamo parlato con la regista, chiedendole quanto fosse importante questa riflessione e se anche lei si fosse mai trovata nella posizione di rendersi conto di aver seguito il sogno sbagliato o quanto siamo sempre pronti a sacrificare di noi stessi per somigliare di più all'idea che vogliamo che gli altri abbiano di noi. "Penso sia una cosa che abbiamo fatto tutti," ci ha raccontato, "cercare di somigliare agli altri. Di far in modo di essere a nostro agio con gli altri, di trovare il nostro posto. Anche se questo significare sacrificare noi stessi. Io, ad esempio, ricordo che da ragazza odiavo i miei capelli. Avevo questa mole di capelli sulla testa che mi rendeva diversa dagli altri e io li tagliavo e li odiavo. Poi ho capito quanto fosse importante poter essere noi stessi." Una risposta, questa, che ci ha spinto a farle un'altra domanda su una scena specifica del film. C'è un momento, in Self, in cui la protagonista ottiene finalmente quello che vuole e cambia letteralmente faccia. Per poi cadere nel vuoto e nel buio, come se fosse una metafora per la caduta nella depressione e nell'isolamento. "Mi piace che ognuno interpreti Self a modo proprio," ha detto Searit Huluf, "ma l'aspetto che mi interessava era soprattutto quello della protagonista. Trovo davvero straziante il fatto che, alla fine, dopo essere diventata come gli altri, lei prenda il suo volto, che è come legno e pieno di crepe. Quella è ancora lei? E' tornata quella di prima o è comunque cambiata? E' commovente questa cosa."

Quando le abbiamo questo cosa volesse che il pubblico capisse, vedendo Self, la regista ci ha spiegato che: "Vorrei che il pubblico provasse e imparasse l'empatia, dopo aver visto Self. Vorrei che fossero pronti a scavare a fondo in culture diverse e ad imparare. Per esempio, quando si parla dell'Africa si parla sempre come se fosse una realtà unica, una cosa sola. In Africa, però, ci sono decine di lingue e culture diverse e mi piacerebbe che la gente fosse curiosa rispetto a questo aspetto."